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Il Re dei Popoli

XXIV. L'Era del Drago

 

All'interno della sale di Blastara c'era un gran daffarsi. I Figli del Drago rimasti feriti erano molti, i morti moltissimi.
Midnar, relegato nella propria stanza da quasi tre giorni, non si dava tregua. Guardandosi allo specchio, non riusciva a trovare una spiegazione al fatto che un semplice cavaliere, e per giunta con la spada nella mano mancina, fosse riuscito a ferirlo.
Il sangue gli gocciolava ancora lungo il viso, nonostante le continue medicazioni che si era fatto negli ultimi giorni. Ma come diavolo era stato ferito? Aryen, impietosita, gli aveva persino offerto l'aiuto dei magici fiori rossi di Blastara per curarlo ed annullare il dolore, ma lui aveva sempre rifiutato, anche se spesso, svegliandosi nella notte in preda agli incubi, si era ritrovato ad inveire contro al proprio orgoglio. Però, non era mai tornato indietro sui suoi passi.
«I Figli del Drago non hanno punti deboli» continuava a ripetersi davanti allo specchio, come se volesse autoconvincersi. «I Figli del Drago non temono il dolore. I Figli del Drago non conoscono la sconfitta.»
E tale voleva essere lui, il più possibile vicino al suo ideale di perfezione. Il Drago l'aveva lodato a lungo per il modo in cui aveva preso il comando ed aveva diretto e vinto la battaglia, e Midnar sapeva di meritarsi appieno quei complimenti, tuttavia per lui era ancora poco. Per avere Aryen era ancora troppo poco.
Sputando sangue Midnar allontanò gli impuri pensieri che gli si agitavano nella mente. Aryen adesso era la regina dei Draghi; lei era la compagna prescelta del Drago per proseguire la sua forte stirpe. Lei non sarebbe mai appartenuta a lui, né in questa vita, né in nessun'altra. Ecco perché lui doveva soltanto dimenticarla e guardare al futuro; vivere per la guerra che attendeva il suo popolo e per vedere, un giorno, tutto il potere dei Quattro Regni racchiuso tra le mani di un uomo soltanto: il Drago.
«I Figli del Drago non hanno punti deboli» ripeté come in una nenia, mentre ricercava nello specchio il proprio sguardo crudo. «I Figli del Drago non temono il dolore. I Figli del Drago non conoscono la sconfitta.»


«E adesso cosa farai?» chiese Aryen, che, dalla stanza del trono, osservava insieme al Drago ciò che rimaneva della sua terra. «Blastara è tua, ma il tuo esercito è ormai decimato.»
«Diamo tempo al tempo. Seppelliamo i nostri fratelli, curiamo i nostri feriti. Quando poi sarà il momento, io saprò cosa fare.»
«Pregherò la Dea perché ci aiuti» sussurrò Aryen tra le labbra e poi congiunse le mani come a mimare una preghiera, ma il Drago la fermò e, intrecciando le sue dita con quelle della ragazza, la guardò fermamente con i suoi occhi d'oro. Belli come sempre, essi ammaliarono la regina dei Draghi e di Blastara.
«Dimentica la tua Dea» disse. «Perché da adesso in poi io e te saremo gli unici Dei dei Figli del Drago.»
«Io non sono una Dea» affermò Aryen con profonda umiltà, ed il Drago le sorrise.
«Forse non ancora, ma presto le cose cambieranno, perché la volontà del Drago è la volontà di Dio, ed il Drago conquisterà ed unificherà sotto il suo segno tutti i popoli dei Quattro Regni.»
Aryen guardò il proprio uomo negli occhi. Lui non era più un Dio, adesso. Ormai aveva perso per sempre il suo cuore da drago e, con esso, tutti i suoi enormi poteri. Eppure, anche se solo ed anche se senza le straordinarie capacità che gli derivavano dal padre leggendario, lui riusciva ancora a comandare ogni suo figlio, ad ottenere rispetto e ad incutere paura in chi non lo conosceva.
Improvvisamente ad Aryen tornarono in mente le parole che suo padre, non uomo di guerra ma guerriero, le aveva sempre detto: "la paura è la chiave della vittoria".
Lei, ormai, non aveva più paura del Drago, ma la sua diversa natura era ancora molto temuta dagli uomini che non la conoscevano. Prima di incontrare i Figli del Drago, Aryen aveva sentito molti racconti sulla loro natura animale, sulla loro usanza di nutrirsi della carne umana e di non lasciare nessuna forma di vita dopo il loro passaggio. Aveva sentito dire che erano soliti sbranare la carne dell'uomo con i denti e che avevano i visi dipinti con segni strani, quasi demoniaci. In virtù di questi racconti li aveva temuti, eppure, alla fine, aveva visto con i suoi occhi che ciò che le era stato raccontato non era affatto vero.
Suo padre aveva organizzato una difesa contro ad un popolo di semidei, pervaso ed accecato dalla paura, ma i Figli del Drago erano soltanto altri uomini. Avevano semplicemente un fisico un po' più robusto e gli occhi gialli come quelli degli animali. Però, questo erano in pochi a saperlo.
Una scintilla attraversò all’improvviso lo sguardo della ragazza e lei, comprendendo, si fece seria tutto ad un tratto. Perché non alimentare le false credenze? Perché non far credere agli uomini che loro erano davvero Dei? Perché non fare della paura del diverso la chiave della loro conquista? Inspirando profondamente, Aryen prese fiato e poi si rivolse con gravità al Drago.
«Fai seppellire i feriti in profondità, così che nessuno possa dire che anche solo uno dei nostri fratelli ha perso la vita. Racconta ai pochi sopravvissuti, nella veste più terribile che ti appartiene, di come hai comandato un vero drago nel cielo e hai conquistato Blastara. Lascia che la paura del diverso sia la chiave della nostra conquista. Lascia che gli uomini credano che noi siamo davvero Dei.»
«Tu sei la mia donna» disse il Drago attraendola a sé, mentre un sorriso si allargava sul suo viso. «E questo sarà l'inizio di una nuova era.»
«Un'era in cui io sarò con te, ed in cui tu diventerai il nuovo, unico Re dei Popoli» concluse la ragazza baciandogli le mani.
Il Drago allora le sorrise, mentre i suoi terribili occhi d’oro si facevano improvvisamente vividi, quasi fossero stati divorati dalle fiamme di una candela.
«Tu sei mia» affermò poco dopo, e poi catturò le labbra della ragazza con un bacio, ben sapendo che esse sarebbero rimaste prigioniere di quell'incanto per tutto il resto della loro vita.
Una brezza leggera accarezzò dolcemente i due amanti, portando con sé il calore del sole stava sorgendo in fondo all'orizzonte, in mezzo nuvole color sangue. Le magiche colline di Blastara, con la nascita del nuovo amore della loro regina, si stavano nuovamente riempiendo di magnifici e letali fiori rossi. Cielo e terra, del medesimo colore, parevano quasi un tutt'uno appartenente ad un enorme animale leggendario. I fiori erano le sue scaglie, e le nuvole erano le sue enormi ali, mentre il sole e la sua luce accecante erano il fiato di fuoco che usciva dalla sua bocca.
Era l'alba di un nuovo giorno, l'inizio di una nuova era: l'Era del Drago.


- Fine -


Il Quarto Sapiente - R.P. - Cap.XXIV

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