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Il Re dei Popoli

XXIII. Peggiore della Morte

 

Quando Levis, tramutato in fenice, giunse a Hecatoor, si notò sin da lontano che portava qualcosa stretto tra le zampe. Dietro di lui, fulminei tuoni blu illuminavano la notte, ricordando impietosamente a tutti quello che era accaduto il giorno in cui la prima Sapiente di Hecatoor era morta. Quel cielo, da cui non parevano voler scendere lacrime, era per tutti un triste presagio, anche se nessuno sapeva ancora bene perché.
La fenice volava veloce e leggera, rischiarando il buio. Planava su correnti d'aria a lei avverse, affrontando senza alcuna esitazione le nuvole grigie che si stavano ammassando in cielo. Però, avanzava a fatica, allo stremo delle energie.
Le torri di Hecatoor si stagliavano come ombre sinistre nel grigio del cielo. Anche da lontano erano talmente grandi e possenti che nessuno avrebbe mai potuto dire che non erano visibili da una qualunque delle città fortificate dei Quattro Regni. La Fortezza della Magia era da sempre il fulcro del potere; il centro del mondo che tutti conoscevano.
All'improvviso un tuono squarciò il cielo e la fenice in cui Levis aveva il potere di trasformarsi gridò con voce stridula. Ansimando, appoggiò le grosse zampe sulla finestra di una delle cinque grandi torri di Hecatoor. Per un istante una luce accecante allontanò il buio che stava sopraggiungendo con le sue dita sottili. Poi, quando il bagliore venne meno, il Sapiente cadde a terra stremato, coricandosi ai piedi della Signora di Hecatoor.
Boccheggiando, Levis fece appello alle ultime forze che possedeva e la guardò. Per un istante parve quasi provare a dirle qualcosa, ma non ne fu in grado. Poi, il mondo del Sapiente fu invaso da una nube scura, opprimente. Infine egli svenne, sopraffatto dalla fatica e dal dolore. 
 

Quando Levis si riprese, non aveva idea di quanto tempo fosse trascorso. Faticava a ricordare come era arrivato a Hecatoor e la sua mente aveva rimosso del tutto alcuni degli ultimi eventi. Per quanto ci provasse, non riusciva a mettersi in piedi. Gli era difficile persino respirare. Sentiva come un macigno invisibile premergli sul petto, quasi avesse dimenticato qualcosa di veramente grave ed importante.
Alzando un poco la testa, si guardò intorno. La Signora di Hecatoor era seduta per terra, poco distante da lui, ed accanto a lei si trovava un disordinato cumulo di stracci neri.
«M-mia Signora...» la invocò in un sospiro, mentre riconosceva a stento la voce uscita dalle proprie labbra. Lei non rispose, così Levis la chiamò nuovamente, mantenendo il tono il più fermo e stabile possibile. «Mia Signora...»
Poco dopo, un brivido freddo attraversò le braccia morbide della regina e lei sussurrò qualcosa. Le parole uscirono dalle sue labbra come in un gemito, così piano che Levis dovette usare tutti i suoi sensi per interpretarle e ricomporle.
«Perché... Perché lui...»
Il Sapiente, ansioso di comprendere, fece forza sulle braccia e si sollevò. Subito, sentì un dolore cieco ed invisibile percorrergli le membra stanche ed indolenzite. Gli faceva male compiere qualsiasi gesto, ma non tollerava di rimanere fermo ad aspettare. Chiuse gli occhi, strinse i denti e si rifece avanti.
«"Lui" chi?» chiese, ma la regina pareva incapace di rispondergli.
«Perché lui?» continuava a domandare, quasi fosse l'infinito ritornello di una nenia ormai dimenticata. «Perché?»
Pian piano il buio svanì da intorno a Levis e, finalmente, il Sapiente si accorse del fatto che c'era un corpo immobile disteso accanto alla regina. Nel riconoscerlo e nel ricordare, un artiglio invisibile si serrò intorno al suo cuore, mozzandogli il respiro in gola. No, non si trattava soltanto di un cumulo di stracci neri. Deglutì a forza, ricacciando indietro il nodo alla gola.
«Mia Signora...» annaspando alla ricerca d'aria, Levis cercò le parole giuste «...è stata la sua scelta... Lui...»
«Perché? Perché lui?»
La voce della Signora era instabile, rotta dalle lacrime invisibili che non riusciva a versare. Poi, all’improvviso, qualcosa in lei cambiò. Quasi si fosse accorta della presenza di Levis, sollevò il capo e lo guardò dritto negli occhi.
«Perché lui?» chiese ancora una volta, con gli occhi lucidi di disperazione. Anche lo sguardo di Levis si contrasse.
No, implorò dentro di sé. Non dite quel nome, o lui svanirà...
«Perché Craus?»
Troppo tardi. Levis chiuse gli occhi e strinse i pugni così forte da farsi male. Qualcosa di invisibile ed incomprensibile gli sfiorò il viso, ma lui non cercò di capire di cosa si trattasse. Lui lo sapeva già. Sospirò.
«Perché lui ha voluto così, per salvare Khajil.»
All'improvviso calò un sinistro silenzio nella stanza. Levis ebbe la strana sensazione che l'aria si fosse fatta fredda come quella dei più rigidi inverni. Senza sapere il perché, gli vennero in mente le parole di una vecchia canzone che qualcuno gli aveva cantato una sera lontana, mentre si riscaldava alla tiepida luce di un fuoco.

“Nero sul nero, rosso sul bianco.
Un corvo nella notte, il sangue sulla neve.
C’è nebbia nella via,
vuoto nel cuore di chi aspetta
colui che ha trovato la morte.”

La notte in cui l’aveva udita, Levis non era riuscito a dormire. Allora era soltanto un bambino solo e spaventato. Nel tentativo di scacciare gli incubi si era detto che era stupido spaventarsi soltanto per una canzone. Forse, però, c’era un motivo per il quale quelle parole erano rimaste impresse dentro di lui ed aveva preso a sognare la morte. Forse, una parte di lui aveva già presagito od intuito qualcosa di quello che sarebbe accaduto.
Per qualche secondo, nella sala del trono regnò il silenzio più totale. Poi, la voce della Signora, se pure flebile, trovò la forza di infrangerlo.
«Che cosa vuoi dire?»
Levis si accorse improvvisamente di essere molto stanco. Respirava a fatica, ma non voleva e non doveva negare alla sua Signora nessuna risposta. Prese fiato, premendosi una mano sul petto, e poi ricominciò a parlare.
«L'ultimo incantesimo che Craus ha esercitato ha impedito a Khajil di venire ucciso dalla pietra d'opale, altrimenti sarebbe del tutto svanito da questo mondo come è accaduto a Radia.»
Una scintilla attraversò all’improvviso lo sguardo della regina e lei, animata da una nuova speranza, si girò subito verso Levis.
«Dunque mio figlio è ancora vivo? Dove si trova?»
Il Sapiente, però, scosse amaramente la testa.
«Io non lo so.»


Non appena Khajil si risvegliò, si accorse subito di essere completamente solo, avvolto nel buio. Non sapeva quanto tempo fosse passato dalla fine della battaglia, né dove si trovasse. Nell'oscurità, lasciò che il proprio viso sfiorasse il pavimento sotto di lui. Era freddo e liscio, umido di sangue e sudore.
Mugolò. Era confuso, stordito. Nel tentativo di riprendere coscienza di sé, il ragazzo fece scorrere le dita al di sotto del proprio corpo e fu allora che si accorse di non essere più in grado di sentire le proprie mani. Si risvegliò subito, prepotentemente. Animato dal terrore più cieco, il giovane re aprì gli occhi e provò a guardarsi intorno, ma non riuscì a vedere nulla. Il buio, menzognero ed ingannevole, lo circondava.
Con immensa fatica, provò allora a mettersi a sedere e fu proprio in quell'istante, nell'oscurità e nel silenzio più totali, che si accorse di trovarsi all'interno di un luogo molto limitato, in cui poteva stare solamente disteso. All'improvviso un sentimento di paura si insinuò nel suo giovane cuore, che prese a martellargli violentemente nel petto.
Sbattendo i gomiti a destra e sinistra, sopra e sotto, Khajil si accorse di quanto poco fosse lo spazio a sua disposizione, e fu allora che comprese. Lui si trovava all'interno di una bara sepolta.
Quando aveva affrontato il drago non era inspiegabilmente morto. Però, forse, qualcuno aveva creduto che non fosse sopravvissuto e, una volta trovato il suo corpo, l'aveva seppellito. Mentre si dibatteva all'interno della bara, il ragazzo cominciò a sentirsi sempre più accaldato. Faceva fatica a respirare e, quindi, a pensare, anche se sapeva che doveva assolutamente fare qualcosa, al più presto!
Isolandosi dal mondo, dimenticando la propria condizione, Khajil concentrò il potere che possedeva nelle mani, istintivamente. Però, si rese subito conto di non essere in grado di controllarle. Nel buio non riusciva a capire. Lui non sentiva di avere le mani, e per questo non riusciva ad usarle. Eppure era certo che nessuno gliele avesse amputate. Però, era rimasto svenuto per diverso tempo, magari...
No!
Scuotendo la testa, Khajil scacciò gli orribili pensieri che lo stavano tormentando e poi si decise. Concentrandosi si disse che doveva credere soltanto a ciò che avrebbe visto, e non alle sue paure; che per capire cosa gli era successo c'era un unico modo: uscire di lì.
Il ragazzo chiuse gli occhi ed appoggiò i gomiti sul soffitto della bara. Spinse con tutta la forza che aveva, con disperazione ed anche con la magia. Spinse una, due, tre volte, finché non riuscì ad emergere dal buio ed a ritornare in superficie.
Una volta uscito, subito Khajil si allontanò dalla bara e riprese aria inspirando profondamente e tossendo terra. Il petto gli faceva male; era come se ad ogni respiro qualcosa gli comprimesse i polmoni, anziché lasciare che si dilatassero. Però, almeno, la flebile luce della luna gli consentì di vedere che aveva ancora le mani.
Osservandosi i palmi, notò che erano molto diversi da come li ricordava; quasi non riusciva a riconoscerli. Era come se la sua pelle si fosse in qualche modo sciolta. Sul proprio corpo, Khajil notò gli stessi segni che aveva visto su coloro che si erano bruciati col fuoco.
Animato da un terribile presagio, il ragazzo si scoprì subito anche i polsi e le braccia. I segni continuavano. Tutta la pelle del suo corpo, dopo che aveva usato la magia della pietra d'opale, era completamente cambiata, come se fosse stata divorata dalle fiamme di un enorme fuoco.
Con orrore Khajil si portò le mani sul viso, ma non riuscì a ricavare nessuna percezione. Sempre più agitato, si sfiorò la faccia con gli avambracci. Era ruvida, piena di solchi. Si toccò la testa. Ma dove erano finiti i suoi capelli? Terrorizzato, cercò uno scudo, uno specchio, una pozzanghera in cui potersi guardare, finché, poco distante, non vide una pozza di sangue. Forse non gli avrebbe mostrato chiaramente il suo nuovo aspetto, ma lui doveva sapere.
Con le lacrime agli occhi, Khajil si affacciò sulla superficie. La luna alle sue spalle si rifletteva formando un cerchio d'argento. Era una notte scura, silenziosa. Ed all'improvviso un grido acuto, disperato e di puro orrore, la squarciò con estrema violenza.

«Sono tante le cose peggiori della morte.
Io le conosco tutte e presto le conoscerà anche tuo figlio.»

La Signora di Hecatoor si voltò di scatto.
«Hai sentito?» chiese a Levis, ma lui scosse la testa.
«Di cosa state parlando?»
«Ho sentito una voce gridare.»
Il Sapiente spostò lo sguardo severo a sud, verso Blastara. Ai suoi occhi la notte era buia e silenziosa, quasi stesse rispettando coloro che quel giorno avevano perso la vita.
«Io non ho sentito nulla.»
La Signora chinò il capo lentamente, guardando il pavimento pensierosa. Per un istante le era parso di sentire la voce di Khajil gridare, ma probabilmente si era trattato soltanto della sua immaginazione, o del suo desiderio di dargli un ultimo saluto. Infine, stremata, si inginocchiò nuovamente accanto al corpo di Craus e, sospirando, gli prese la mano ormai fredda.
«Lasciaci soli, Levis» ordinò infine mestamente.
Il Sapiente le obbedì. Fece un inchino in segno di saluto ed uscì. Prima di chiudersi la porta alle spalle, però, si guardò indietro un'ultima volta. La Signora giaceva accanto a Craus con sguardo vuoto. Non piangeva, ma era evidente quanto il suo cuore sanguinasse. Si aggrappava alla mano del suo compagno con ogni sua forza, incapace di reagire.
Infine, la guerra che tanto odiava e che tanto aveva cercato di evitare gli aveva portato via ogni cosa, tranne l'unica che avrebbe voluto sinceramente perdere: Hecatoor.
Con un suono secco Levis chiuse la porta alle proprie spalle e si avviò verso il cortile della fortezza. Doveva respirare un po' d'aria fresca e realizzare quali sarebbero state le conseguenze di quello che stava accadendo.
Aveva una brutta sensazione, come se Blastara non fosse stata che l'inizio di altre, terribili guerre. Come se la pace che avevano vissuto per quindici anni fosse destinata in qualche a modo a finire. Come se la morte di Craus e la sconfitta dell'esercito dei mercenari non fossero stati che il male minore di quelli che si stavano per scatenare nei Quattro Regni.
Levis inspirò profondamente, e fu allora che si rese conto della cappa di magia che sovrastava Hecatoor come una nebbia leggera e soffocante. Strinse le labbra. Il potere che avvolgeva la fortezza era maturo e deciso; come quello di Craus. Però, si faceva sempre più debole, minuto dopo minuto.


Intanto, all'interno della stanza del trono, un corvo si appoggiò sul parapetto della finestra e gracchiò con voce stridula. La Signora, ancora piegata sul corpo immobile di Craus, si voltò con uno scatto verso di lui.
L'uccello la guardava in modo strano, quasi chiamandola a sé. I suoi lineamenti non le parevano quelli di un normale volatile. Non pareva un messaggero di morte; i suoi occhi erano troppo espressivi, troppo umani... No, doveva esserci di più.
«Craus...» sussurrò flebilmente, ricordando il giorno in cui, trasformatosi in corvo, lo stregone le aveva ridato la vita e l'amore. «Sei tu...»
La Signora si alzò in piedi e fece qualche passo in avanti, verso il volatile e la finestra. Il corvo indietreggiò, sempre fissandola con i suoi piccoli occhi scuri, freddi ed intelleggibili come quelli di Craus. Poi l'uccello piegò la testa e lei fece lo stesso, seguendolo.
«Io e te ci apparteniamo» gli disse la Signora in una sorta di trance, come se stesse vivendo in un mondo d'illusione. «Io e te siamo una cosa soltanto.»
Il corvo voltò il capo verso il cielo, come se qualcuno o qualcosa l’avesse chiamato. Poi spiccò il volo e la Signora salì sul cornicione della finestra, tendendogli le mani.
«No, aspetta!» gridò.
Ma il corvo volava via, lontano, verso l’orizzonte.
«Aspetta!»
Sempre più in alto, sempre più distante. Via da lei.
«Perché?» chiese allora un’ultima volta. «Io e te ci apparteniamo...»
Poi, stremata, la Signora chiuse gli occhi ed una lacrima impossibile le solcò il viso. Fu allora che qualcosa dentro di lei scattò; che aprì le braccia e sentì la brezza d’inverno sfiorarle il viso; che invocò il perdono di qualcuno di invisibile, e che saltò.
Non ci fu alcun rumore. Non ci fu alcuna caduta. Nessun corpo macchiò le grigie rocce di Hecatoor e la sua Signora svanì per sempre in silenzio, come in un sussurro.

Nello stesso momento, all'interno del cortile della fortezza, Levis alzò gli occhi verso il cielo. In essi pareva quasi stesse scorrendo sangue liquido, come quando esercitava le sue più potenti magie. Però, non c'era soltanto sangue, ma anche lacrime.
«Arrivederci» sussurrò, mentre con una mano sul cuore salutava due corvi, che, volando insieme, si allontanavano dalla fortezza. «Penserò io a custodire Hecatoor. Per voi e per Khajil, se mai tornerà a riprendere il posto che gli spetta. Perché anche allora io starò sempre qui. Ad aspettare.»

Si fece l'alba ed il sole nascente illuminò il campo di battaglia cui si era combattuta la prima guerra tra i Figli del Drago e l'esercito dei mercenari. La terra era scura, tinta di sangue. Dovunque giacevano corpi senza vita. Nel cielo, una corona di avvoltoi attendeva il proprio momento, volando proprio al di sotto delle nuvole pallide, mentre un Figlio del Drago esaminava gli ultimi corpi rimasti, alla ricerca di qualche prezioso da tenere per sé.
Intanto, nascosto poco distante, Khajil piangeva il suo destino. Con la testa premuta tra i palmi delle mani giaceva rannicchiato accanto alla pozza in cui aveva vista riflessa la propria immagine quella stessa notte, incapace di specchiarsi nuovamente con la luce del sole.
Aveva un cappuccio in testa. Si nascondeva da tutto e da tutti, come un lebbroso. Ogni tanto un singhiozzo gli scuoteva il corpo esile, ancora da bambino, ed allora era come se cento frecce o forse più gli trapassassero lo sterno contemporaneamente.
Le lacrime gli offuscavano la vista, il dolore gli assopiva i sensi. Si sentiva come un ferito grave in attesa dell'ultimo fendente; come una sorta di uomo che aveva già esaurito il proprio tempo su questa terra. Si sentiva inutile, finito.
«Madre...» invocò tra le lacrime.
No, forse non era nulla di tutto ciò che aveva creduto, ma soltanto un bambino spaventato.
«Madre mia...»
All'improvviso una carezza gelida come l'acciaio gli sfiorò la mano e lui alzò timidamente gli occhi. Il Figlio del Drago che aveva visto poco distante si era improvvisamente avvicinato a lui. Aveva il viso sporco di terra, le mani lorde di sangue e la spada non meno affilata del suo sguardo.
«Io non ho nulla... Lasciami stare…» sussurrò Khajil.
L'uomo non volle credergli. Usò la punta della spada per farsi largo al di sotto del mantello del ragazzo. Esaminò le sue vesti, le spostò. E poi, tutto ad un tratto, Khajil vide un sorriso avaro comparirgli sul viso. Il ragazzo si guardò ed in breve comprese: l’uomo doveva aver visto la spilla d’oro che portava appuntata sul petto: l'ultimo oggetto che lo legava alla propria vita di un tempo.
«E questa cos’è?» chiese infatti poco dopo con voce sbiascicante. Khajil si avvolse nel mantello, nascondendola. Però, sapeva perfettamente che ormai era troppo tardi.
«Non fare storie, ladruncolo. A chi l’hai presa? Dai, dimmelo e potrei anche risparmiare la tua vita…»
«Io non sono un ladro. La spilla è mia.»
Il Figlio del Drago rise. Aveva i denti storti, nascosti da una folta barba, ed il suo alito puzzava di terra.
«Sì, certo, e io sono il Drago in persona!»
«Non sto mentendo! Io vengo da Hecatoor e so esercitare la magia, per cui ti conviene lasciarmi andare.»
Khajil dubitava che quell’uomo gli avrebbe creduto, però provò lo stesso a spaventarlo. Era meno grande, meno forte e meno esperto del Figlio del Drago che gli stava di fronte. Era disarmato ed impaurito, ma forse poteva avere ancora una speranza...
«Ladro e bugiardo!» lo attaccò l’uomo, poi prese Khajil per un braccio e lo sollevò da terra. Gli solleticò sadicamente la gola con la lama della spada. «Quelli come te sono più utili da morti che da vivi. Almeno concimano il terreno, anziché calpestarlo.»
L’erede di Hecatoor spalancò gli occhi ed il Figlio del Drago alzò la lama verso il cielo. Khajil lo vide caricare il colpo. Sentì il vento sibilare sulla lama nemica, vide il sangue di cui essa si era già nutrita e poi, all’improvviso, sentì le mani diventargli calde, roventi, letali.
Chiuse gli occhi, gridò e poi cadde a terra. Non provò nemmeno a capire cos’era successo. Approfittando della distrazione del Figlio del Drago, si allontanò subito da lui e si nascose dietro al cadavere di un cavallo. Aveva il respiro rapido, pesante. Sapeva che era solo questione di istanti; che ben presto il ladro di corpi sarebbe tornato da lui e l’avrebbe ucciso. Però, il tempo passava e l’aria rimaneva silenziosa.
Khajil attese, stringendo la spilla tra le mani. Pregò e, senza volerlo, cominciò a piangere. Ma perché non udiva più rumori a parte quello del suo respiro? Perché il Figlio del Drago non poteva trovarlo ed ucciderlo subito? Perché doveva aspettare tanto prima di morire?
Il ragazzo si sporse dal suo nascondiglio. Era stremato. Ormai voleva soltanto farla finita e smettere di soffrire, di piangere ed avere paura della propria ombra. Si guardò intorno, ma non c’erano uomini in piedi. Con lo sguardo, Khajil ritornò al luogo in cui era rimasto rannicchiato per tanto tempo. C’era il corpo di un uomo disteso. Ma chi era?
Il ragazzo si rimise faticosamente in piedi e lo raggiunse. Domandandosi cosa fosse accaduto gli si chinò accanto ed in lui riconobbe il Figlio del Drago che l’aveva minacciato. Era morto, ma non aveva alcun segno sul corpo. Khajil gli sfiorò il viso, incredulo, ed in un lampo sentì come delle formiche camminargli sulla faccia. Con un balzo si allontanò dal cadavere, mentre le formiche non accennavano a svanire.
L’erede si sfiorò di nuovo in volto, e questa volta le sue mani gli comunicarono qualcosa. Senza sapere bene perché, Khajil si accorse di avere ripreso sensibilità alle dita della mano. Il suo volto non era più pieno di solchi, ma liscio, ricoperto di una barba folta come quella che aveva visto sulla faccia dell'uomo che, in qualche modo, aveva appena ucciso.
Ma cosa diavolo stava succedendo?
Khajil corse verso la pozza di sangue in cui si era specchiato la prima volta. La luce del sole, brillante e rovente, lo accecò per un istante. Impiegò qualche istante a riprendersi, ma, non appena riuscì ad osservare la propria immagine riflessa, non riuscì a trattenere un’esclamazione di incredulità.
Passandosi le mani sul viso volle cercare conferma a quanto i suoi occhi gli avevano suggerito. No, non era un'illusione. Aveva realmente assunto l'aspetto di colui che aveva ucciso. Il suo viso, il suo corpo... Tutto, in Khajil, era completamente mutato. Grazie alla magia, che ormai gli scorreva nelle vene e che riusciva ad esercitare inconsapevolmente, non era più un mostro. O, forse, ne era uno molto più diverso, ma questo il ragazzo non volle nemmeno considerarlo.
Completamente catturato da ciò che aveva scoperto era in grado di fare, Khajil si rimise il cappuccio in testa e si allontanò velocemente. Era potente e letale, si disse. Adesso gli uomini dovevano temerlo, come avevano sempre temuto ed ascoltato i suoi Sapienti. Sorrise, mentre un lampo blu gli sfrecciava rapido negli occhi scuri. Forse, allora, la sua vita non era del tutto finita. Forse, era appena all'inizio.


Il Quarto Sapiente - R.P. - Cap.XXIII

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