Il Re dei Popoli
XXII. La Fine del drago
Khajil si era chiesto spesso perché un uomo potesse arrivare ad ucciderne un altro. Ebbene, in quel momento, nel bel mezzo della battaglia in cui aveva deliberatamente deciso di gettarsi, ebbe la risposta. C'è chi uccide per il piacere di farlo, chi perché pagato, chi perché non ha scelta. Sono molti i motivi che spingono le azioni degli uomini, ma nessuno era più nobile del suo.
Con un fendente, il giovane re staccò un braccio ad un Figlio del Drago ed il suo sangue corposo gli schizzò subito in faccia, obbligandolo a chiudere gli occhi per un istante. Se in quel momento fosse stato colpito sarebbe morto, così Khajil, cieco, non rimase fermo, ma seguendo l'istinto si abbassò a terra.
Subito, gli sfrecciò qualcosa vicino all'orecchio. Evitandolo si pulì gli occhi con il dorso della mano e poi li riaprì. Davanti a lui vide il nemico e così tese la punta della lama che era stata di Atlas di Hecatoor verso il petto del suo avversario.
La spada penetrò nello sterno dell'uomo per un po', poi, quando sentì che cominciava ad opporre resistenza, Khajil prese l'elsa con entrambe le mani e spinse con ogni sua forza, con rabbia. Trapassò il corpo dell'uomo con cattiveria e continuò a spingere ed urlare finché non avvertì nuovamente il sapore del sangue avversario sul proprio viso.
«Io combatto per la vita!» gridò allora con gli occhi lucidi e furiosi. «Per la mia e per quella degli altri.»
Khajil aveva bisogno di pensarlo, per essere e per sentirsi più forte. Perché, anche se donava la morte, allo stesso tempo, uccidendo un uomo soltanto, sapeva anche di starne salvando molti altri. Non era, come gli aveva detto Hemas, una vita per una vita, ma una morte per molte vite, perché vita e morte erano strettamente connesse. Una non poteva essere in assenza dell'altra, ed entrambe erano parimenti necessarie all'uomo. La scelta era uno soltanto: la vita di chi e la morte di chi.
Ecco perché Craus gli aveva detto "Non morire", anziché "Sii forte". Quella era stata la scelta dello stregone di consacrarlo alla vita.
All'improvviso una folata d'aria calda gli investì il fianco e Khajil si voltò istintivamente. Intorno a lui il fuoco bruciava la terra. Gli uomini radunati da Hemas gridavano ed il drago, sconfitta la fenice, padroneggiava nel cielo, generando vortici di fuoco.
Chissà se Levis stava bene... Ormai Khajil non poteva più sentire la sua presenza, così come quella di Craus. Le magie che i due Sapienti stavano esercitando erano infatti svanite all'improvviso, nel momento più importante. Stringendo i denti il giovane re spostò lo sguardo verso la massiccia macchia scura che si muoveva tra le nuvole.
«Dobbiamo fermare il drago!» gridò, ma nessun uomo parve ascoltarlo. Senza la fenice, senza lo stregone che li proteggeva con la sua magia e senza sapere dove fosse finito il loro capo, nessun mercenario voleva ascoltarlo. Già alcuni stavano pensando soltanto a fuggire...
All'improvviso, con la coda dell'occhio, il ragazzo vide un'ombra che stava correndo verso di lui e si voltò appena in tempo per deviare un colpo diretto al proprio cuore. Raccolte le forze, Khajil si mise nella posizione di attacco che Hemas gli aveva insegnato, pronto ad uccidere nuovamente.
Poi, all'improvviso, vide un vortice di fuoco sfrecciargli accanto. I mercenari si dispersero, ma il micidiale colpo del drago investì in pieno l'uomo che aveva appena incrociato la spada con lui. Il guerriero gridò, travolto dalle fiamme, e Khajil lo fissò, mentre rotolava a terra per provare a salvarsi; mentre il fuoco magico del drago gli divorava persino le ossa.
Il giovane re, allora, spostò lo sguardo stupito sul drago che volava nel cielo. Quell'animale non aveva il controllo né di se stesso, né della battaglia. Colpiva indistintamente nemici ed alleati, senza fare differenze. Khajil lo vide gorgogliare ed un istante dopo generare altre fiamme di distruzione.
«Quel drago va fermato!» ripeté ancora alzando la voce, inutilmente. Nessuno lo stava ascoltando.
Il giovane re, nel caos della battaglia, trovò la forza di guardarsi intorno e di riprendere fiato. Era confuso, travagliato dalle voci che si agitavano dentro di lui sin da prima dell'inizio della battaglia, stordito da ciò che, ormai, aveva imparato a conoscere: morte, paura, dolore...
Non voglio morire!
Sono senza un braccio, sanguino!
Il fuoco brucia!
Addio, moglie mia...
Khajil si portò una mano alla testa, scuotendola. Le voci degli uomini risuonavano cupe e terrorizzate nelle sue orecchie. Per quanto ci provasse, non riusciva a farle tacere. A stento trattenne un gemito di mera disperazione. Come poteva sopportare da solo tutto quel dolore che sentiva come suo? E cosa poteva fare per far smettere quelle maledette voci?
D'un tratto, ebbe un'illuminazione.
«No, non dobbiamo uccidere il drago...» sussurrò. «Devo uccidere il drago.»
In quello stesso istante, un lampo blu come la notte sfrecciò rapido nei suoi occhi e, nell’aria, si udì il suono di una maligna risata di donna. Lo sguardo del giovane re si offuscò all’improvviso, divenendo mostruosamente simile a quello di un cieco. Poi, Khajil gridò ed iniziò a correre in direzione del drago.
Stringendo la pietra di opale tra le mani fece ricorso a tutta la magia che poteva invocare; attinse alla sua ed a quella di Radia, deciso come non mai a far tacere le voci che si spingevano fin dentro al suo spirito.
Sanguino...
Ho freddo, il buio mi avvolge...
Basta! Pietà, pietà...
Quel dolore, quella sofferenza, persino la morte... Erano tutti sentimenti che anche lui provava realmente e che avvertiva come suoi, che lo stavano facendo impazzire. Quel giorno, era come se Khajil fosse morto e risorto per soffrire infinite volte. La sua mente era allo stremo; stava per cedere...
Fateli smettere!, gridava dentro di sé.
Di nuovo, un lampo blu gli attraversò lo sguardo, da cui, ormai, era sparita ogni lucidità.
"Una vita per una vita", gli aveva detto Hemas. No, lui avrebbe fatto molto di più. Una risata isterica gli scosse il corpo e la pietra di opale che stringeva tra le mani si fece viva, incandescente. Diventando calda come le fiamme del fuoco che avvolgeva Blastara, scatenò la forza che Khajil celava nella sua parte più scura ed impenetrabile, quella che nemmeno lui sapeva di possedere.
«Una morte per molte vite», gridò. E la magia più oscura di Hecatoor si palesò nella sua forma più terribile.
Il cielo si rabbuiò e tutto ad un tratto cominciò a tuonare. Gli animali si bloccarono, divenendo improvvisamente nervosi, ed il sole si spense. Il grido di Khajil tuonò su tutti gli altri, più forte del dolore, della paura, del fulmine e persino del drago.
Un'enorme mano scura si avvolse intorno all’animale che volava nel cielo e lo trascinò verso il ragazzo. Khajil spiccò un salto verso di lui. Serrando tra le proprie dita la pietra d'opale, unica luce nel cielo, strinse i denti ed alzò la spada che era stata di suo padre. La lama di Faasa si fece improvvisamente incandescente ed un colonna di pura luce intrappolò tra le sue spire il ragazzo ed il drago con un profondo boato.
Fu allora che, dentro di sé, Khajil trovò la forza di proferire l'unica parola che non aveva mai detto, e che con essa diede luogo ad una magia così potente che nemmeno mille anni dopo qualcuno non avrebbe ricordato.
«Muori!» gridò, ed in quell'istante l'ultimo vero drago precipitò a terra, mentre le sue grida squarciavano il cielo e portavano alla distruzione il mondo che tutti, fino a quel momento, avevano conosciuto.
Nello stesso momento, all’interno delle stanze di Blastara, anche il Drago crollò a terra tossendo sangue. Aryen gli corse subito accanto per sostenerlo, senza riuscire a capire cosa stesse accadendo.
All'improvviso, così com'era successo al drago che volteggiava nel cielo, anche nel petto di Wayath si era aperto un profondo solco. Il suo sangue scuro, quasi nero, stava colando a terra, senza che nessuno potesse fermarlo.
Aryen si staccò dal proprio uomo, gridando d’orrore. Poi, con il terrore dipinto in viso, corse a prendere qualcosa per bloccare l'uscita del sangue. Lo fece senza quasi rendersi conto delle sue azioni, ma, non appena si voltò per tornare da lui, quanto vide bloccò i suoi gesti. Il Drago si stava aprendo il petto con le mani nude. Dalla sua bocca tesa nel dolore colava del sangue scuro e corposo, molto più buio di quello di un normale essere umano. Aryen non ebbe il tempo di dirgli nulla, né di fermarlo. Incapace di staccare gli occhi da lui, lo vide aprirsi lo sterno. Al suo interno dimoravano due cuori, uno vicino all'altro. Entrambi battevano ancora. Uno, quello umano, pareva integro, mentre l'altro, decisamente più grande, stava pian piano avvizzendo.
Con un enorme fragore il drago che volava in cielo crollò a terra, ma Wayath non si distrasse. Strinse il proprio cuore animale nella morsa della mano e gridò con tutta la voce che aveva, con dolore e sofferenza. Poi se lo strappò con un colpo secco e lo gettò a terra poco avanti a sé.
Aryen, con le lacrime agli occhi, si voltò per non guardare l'orrendo spettacolo e vomitò cadendo a terra, mentre provava ad aggrapparsi a tutto ciò che poteva. La stanza intorno a lei prese a girare. Il vomito e le lacrime le sporcarono i capelli, si mischiarono al sangue nero del Drago, che puzzava come pece stregata e forse anche come la morte stessa.
Nella sua testa, anche se si rifiutava di guardare il cuore a terra, la ragazza poteva sentirlo ancora battere, come la sera in cui aveva appoggiato la testa sul petto del Drago. Era un rumore ovattato, veloce, che la scuoteva nel profondo. Anche se Aryen non lo vedeva con gli occhi, lo avvertiva chiaramente. Era come se la stesse chiamando a sé, con la promessa di un potere infinito. Era come se le stesse dicendo “Vieni da me, stringimi, e per mezzo mio otterrai qualsiasi cosa desideri...”.
Senza voltarsi, la ragazza tese una mano all'organo, desiderandolo soltanto per sé. Aryen allungò le dita e contrasse i muscoli. Ormai era quasi così vicina da potarlo sfiorare... Poi, però, la voce del Drago la bloccò.
«No! Non farlo, o morirai...»
Nel suo tono Aryen sentì il dolore e la stanchezza; sentì che la persona che amava era vicina alla fine e così, sforzandosi fino allo stremo delle forze, si obbligò a guardare il Drago di nuovo negli occhi. Voltò la testa lentamente, dimenticando il cuore che la stava chiamando a sé con la promessa del potere infinito, con la malia che la ragazza aveva scorto negli occhi del proprio uomo la prima volta che aveva incrociato lo sguardo con il suo.
Fu allora che, per la prima volta, Aryen vide la propria immagine riflessa negli occhi d'oro del Drago. Era piccola e scura. Era un cumulo d’ombre e bugie. Improvvisamente la ragazza provò pena per se stessa e sentì qualcosa attanagliarle lo stomaco. Con un filo di voce, velata di disperazione, lo supplicò.
«Ti prego, non lasciarmi...»
Lui scosse la testa in segno di diniego, poi la chiamò a sua volta con la voce strozzata dal dolore.
«Aryen. Voglio vedere mio fratello» disse ansimando. «Aiutami...»
«Tuo fratello?»
«Sì, il drago.»
Con cautela, Aryen si avvicinò nuovamente al proprio uomo, mentre il cuore in petto le batteva forte come non mai. La profonda ferita che si era inferto con le sue stesse mani si stava già sanando. La carne rosea si tendeva al di sopra dello squarcio che aveva nel petto. Una grossa cicatrice gli si stava creando proprio al centro dello sterno. Faceva fatica a respirare ed a parlare. Si vedeva che soffriva, ma era ancora incredibilmente vivo. Usando tutte le forze che possedeva, Aryen lo aiutò a rimettersi in piedi e poi, un passo per volta, lo portò accanto alla finestra.
Fuori la battaglia dilagava ancora, ma ormai era chiaro che si stava trattando soltanto di mietere le ultime vittime. Il rumore delle spade che si abbattevano sulle carni del vero drago turbava i suoi Figli, ma, per ogni mercenario che conficcava la propria lama sulle ruvide scaglie dell’animale, ne morivano almeno una decina. Il sangue della bestia leggendaria era veleno per l'uomo, il suo odore era una droga sottile ed il suo fiato di fuoco, nonostante la bestia fosse ormai già morta, rimaneva ancora una delle magie più pericolose.
Questo spiegava perché Hewerth ed il suo gruppo di uomini non osavano avvicinarsi o fare qualcosa per fermare coloro che stavano massacrando il corpo senza più vita del drago. In fondo, sapevano che si trattava soltanto di attendere che quegli stolti si ammazzassero da soli. Il resto dei mercenari erano sconfitti.
Aryen, compresa la situazione e presa dal disgusto, voltò la testa altrove. Poco distante, al di sopra della prima cerchia di mura, Midnar si stava medicando una ferita legandosi attorno alla testa un lembo di tessuto azzurro, che lei riconobbe all'istante. Senza alcuna ombra di dubbio proveniva dal mantello di Hemas; gliel'aveva visto addosso quella stessa mattina.
Un giramento di capo la colse alla sprovvista. Il cavaliere, infine, aveva scelto e cercato la sua vendetta. Accecato dall'orgoglio aveva sfidato nuovamente Midnar, ed in quello scontro aveva trovato soltanto la morte. Pur sentendosi triste per ciò che era accaduto all’uomo, che, sapeva, sua madre aveva amato tutta la vita, Aryen si accorse di non essere in grado di piangere per lui.
La ragazza non poté a fare a meno di sentirsi sbagliata e fredda verso l'uomo che le aveva insegnato cos'erano l'onore ed il coraggio e che l'aveva cresciuta come un secondo padre, tuttavia non riuscì a frenare il pensiero che tanto spontaneamente era comparso nella sua mente. Hemas era stato uno stupido, un ingrato verso la Dea, che, graziandolo nel primo scontro, gli aveva offerto un'altra possibilità di vivere. Aveva deliberatamente scelto di gettare via la propria vita in nome di un insulso ideale. Ma a cos’era valsa infine la sua morte?
L'onore era importante, ma non riportava certamente in vita gli uomini, né era in grado di cambiare il loro destino. Hemas aveva scelto la via dell’onore, anziché quella della vita, e, quindi, era giusto che avesse pagato.
Poi, ad un tratto, la voce del Drago la risvegliò dai suoi pensieri.
«Sapevo che mio fratello era morto. Io l'ho sempre odiato, ma ora... Vederlo così...»
Aryen si sorprese nell’avvertire nel suo tono la presenza di un sentimento sincero. Tuttavia, non riuscì a frenare le parole che le uscirono dalle labbra come un flusso senza più controllo. La ragazza, infatti, era stanca delle menzogne e dei silenzi dietro ai quali si era sempre nascosta.
«E allora perché l'hai costretto in catene? Perché l’hai sempre tenuto nascosto e lontano da te?»
«Perché lui era l'erede del potere che io volevo. E perché, altrimenti, non sarei mai riuscito a portare i Figli del Drago fuori dalle montagne del Fato.»
La risposta del Drago fu semplice, logica e fredda. Forse per questo Aryen, stanca delle lotte, delle bugie e dell'onore che portava soltanto la gente ad uccidersi, la apprezzò particolarmente.
In fondo, l'incatenare suo fratello aveva salvato la vita al Drago ed ai guerrieri che comandava. Aveva impedito ai suoi Figli di dividersi in due fazioni, magari di lottare tra loro e di uccidersi. Quella era stata la scelta migliore, così come lo era stata quella di Aryen di cedere ai propri sentimenti rinnegando la vendetta verso coloro che avevano conquistato la sua terra. Non poteva ucciderli, non poteva cacciarli. Ma poteva comandarli, al fianco dell'uomo che amava.
Lasciandosi guidare dall’istinto, Aryen si strinse al Drago ed appoggiò la testa al suo petto squarciato, che, però, si stava già ricomponendo.
«Anch'io avrei fatto lo stesso» ammise infine la ragazza dopo un istante di silenzio. Non si trattava di cattiveria, ma soltanto di fredda razionalità. Era inutile fare falsa morale; se la vita dell’uomo è in pericolo, e se l’uomo non è uno stupido, non sceglie l’effimerezza di un ideale, ma la realtà della propria vita ed esistenza. Si tratta soltanto di istinto di sopravvivenza e preservazione, nient’altro.
Aryen sospirò, chinando con rassegnazione lo sguardo verso il terreno. Prima che potesse farlo, però, il Drago la fermò, prendendole il viso tra le mani ed obbligandola a voltarsi verso di lui. Non ci fu bisogno di alcuna parola. Il re la strinse a sé e la baciò. Fu allora, avvolta e cullata dalla presa ferrea del guerriero, che Aryen assaporò per la prima volta il gusto dolce-amaro del sangue magico del proprio uomo e che, grazie ad esso, si accorse di poter dimenticare ogni cosa, anche la più terribile.
Quando Levis si risvegliò, la battaglia era ormai finita da diverse ore. Era già notte, ma nell’aria permeava ancora l’odore del fuoco e della fuliggine. Prima ancora di aprire gli occhi, il Sapiente intinse le mani nel terreno e vi si aggrappò. Era viscido, sfuggente, ricolmo di sangue. Per un istante ebbe la sensazione che il mondo si fosse trasformato in un’immensa tomba sepolta, ma poi, nel silenzio, sentì qualcuno parlare e si voltò.
Poco distante da sé, vide un paio di Figli del Drago che stavano battendo il terreno. La battaglia era persa, ma una guerra molto più grande e pericolosa, forse, non era che all'inizio. Chiudendo gli occhi, il Sapiente ricercò i poteri di Craus e Khajil, inutilmente. Gli altri due maghi erano come svaniti.
«Qui c'è uno vivo!» esclamò all’improvviso uno dei Figlio del Drago.
Levis non fece in tempo a girarsi che sentì un suono secco, profondo, e poi l'agghiacciante grido di un uomo che moriva trafitto. No, i due Figli del Drago non erano alla ricerca di tesori, ma stavano uccidendo gli ultimi superstiti. Il Sapiente imprecò. Purtroppo si era accorto troppo tardi di quello che stava accadendo per salvare il malcapitato, ma forse...
Restando steso a terra, Levis allungò le dita verso l'elsa di una spada che si trovava poco distante da lui. La tirò verso di sé, giusto quanto gli bastava ad afferrarla, e poi chiuse nuovamente gli occhi, fingendosi morto.
Tendendo le orecchie sentì i passi dei Figli del Drago che gli si avvicinavano sempre di più, lentamente, cautamente. Senza nemmeno respirare attese il momento più propizio e poi, all'improvviso, balzò in piedi gridando con tutta la voce che possedeva in corpo. Cogliendoli di sorpresa non diede loro nemmeno il tempo di reagire e li attaccò subito.
Trapassò il primo da parte a parte, aprendogli lo stomaco. Il secondo allora sfoderò la spada, ma Levis fu più veloce di lui e, con un colpo secco, gli tagliò di netto la testa. Il suo corpo rimase in piedi per un istante, mentre il sangue scuro della bestia schizzava verso il cielo. Infine cadde a terra, nella polvere e nel sangue.
Con le lacrime agli occhi, Levis infierì su quei corpi già morti, sfogando su di essi la frustrazione per la sconfitta e la rabbia per non essere riuscito a cambiare le sorti della battaglia. Li colpì crudelmente, più e più volte, finché, sfinito, non gettò la spada lontano e non cadde in ginocchio. Soltanto in quel momento, ansimando, si rese conto che il suo respiro era l'unico rumore presente nell'aria. Il silenzio era così opprimente... Respirò ancora, respirò più forte, illudendosi di non essere solo; di non essere l'unico rimasto in vita.
Fu allora, mentre si guardava intorno, che il Sapiente vide poco distante da sé un cumulo immobile di stracci neri. In quel momento, il respiro gli si bloccò in gola e dalle sue labbra fuoriuscì un gemito.
«Craus...»