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Il Re dei Popoli

XXI. Regina

 

Aryen si avvicinò cautamente alla finestra, mentre le pietre si frantumavano sotto ai suoi piedi, cadendo nel vuoto. Era riuscita a scampare all'attacco della fenice quasi per miracolo. Tutto ad un tratto, quando l'animale l'aveva ormai afferrata, l'aveva visto crollare a terra, e non era ancora riuscita a capire cosa fosse accaduto. Ma dov'era finito? Chi o che cosa l'aveva scaraventato lontano da lei con tanta furia?
Lentamente, la principessa si sporse dallo squarcio che l'uccello aveva aperto nella torre della Falconeria e si guardò intorno. Nell'aria echeggiavano soltanto i crudi suoni della battaglia; grida di uomini disperati, i rumori delle lame che si infrangevano le une sulle altre ed il continuo, incessante scoppiettare delle fiamme. Lo stendardo del Drago Giallo bruciava in cima alla torre più alta di Blastara, ed intanto i suoi fiori rossi morivano pian piano, nascosti dal fumo.
«Aryen!»
All'improvviso la ragazza sentì il Drago chiamarla, così voltò subito, con le lacrime agli occhi per la vista di ciò che stava accadendo alla sua terra. La domanda che le aleggiava nello sguardo era più che chiara. Si stava chiedendo il perché di tanta distruzione e violenza, senza riuscire a rendersi conto che lei stessa era l'unica causa.
Prima di entrare nella Falconeria, il Drago attese qualche istante sulla soglia. Il suo sguardo puntava dritto su quello di Aryen. Aveva il viso contratto e le mani sporche di sangue. Il suo respiro era rapido, e così erano anche i suoi pensieri. Lui sapeva bene quali erano le domande che Aryen si stava ponendo, ma non aveva alcuna intenzione di assecondarle. Non appena aveva visto la fenice avvicinarsi alla ragazza, infatti, gli era esploso qualcosa dentro, che non era ancora riuscito a placare.
Al diavolo la battaglia, al diavolo i sensi di colpa e le risposte di cui Aryen aveva bisogno. Per il Drago c'era un'unica cosa che importava in quel momento. Senza parlare, si avvicinò alla ragazza e l'attrasse a sé. Il Drago l'abbracciò con fermezza e decisione. Nascose il volto della ragazza nel proprio petto e lo premette direttamente contro alla sua spalla, stringendola con tutta la forza di cui disponeva.
Da così vicino a lui, Aryen poté sentire nitidamente ciò che gli pulsava nel torace: il battito rapido e frenetico del suo cuore umano e quello più lento, più ampio e profondo dell'altro da drago. Ascoltandolo, per un istante la ragazza si sentì parte dei suoi pensieri ed ebbe quasi l'impressione che lui avesse paura di qualcosa, anche se non riuscì a capire di cosa. Poi, lui le parlò.
«Pensavo di non trovarti più qui» disse, ed Aryen, comprendendo, gettò uno sguardo allo squarcio nel muro che la fenice di fuoco aveva aperto per lei.
L'uccello le aveva dato l'opportunità di fuggire e di tornare libera, ma lei non l'aveva colta. La sensazione di vuoto che aveva provato quando, soltanto qualche giorno prima, aveva abbandonato Blastara ed il Drago era ancora presente nella sua mente, in quel momento come non mai. Non voleva sentire ancora quel dolore; non voleva fuggire voltando nuovamente le spalle alla sua terra che veniva devastata.
Il Drago attese qualche istante in silenzio, poi prese il viso della ragazza tra le mani e lo sollevò verso di sé, in modo da fissarla direttamente negli occhi. Lo sguardo di lui, attraversato dai bagliori delle fiamme che bruciavano il castello, brillava come se fosse stata una colata d'oro fuso. Era magico, magnetico e, finalmente, Aryen si accorse di essere diventata capace di leggere in esso tutti i sentimenti che il Drago non riusciva ad esprimere con le parole.
Così, in risposta alle paure ed ai dubbi di lui, la ragazza gli sorrise timidamente, poi prese le mani del guerriero tra le sue e le accarezzò con dolcezza. Il cuore le batteva furiosamente in petto, mentre la sua mente si faceva sempre più leggera. Il vuoto che aveva sentito dentro soltanto qualche giorno prima era svanito quasi del tutto. Tra le braccia del Drago, Aryen aveva la strana sensazione di poter fare qualsiasi cosa.
Ad un tratto la ragazza schiuse le labbra e le avvicinò lentamente a quelle del Drago, mentre sentiva il fiato gelido del guerriero affiorare sulla sua pelle calda. Nel caos della battaglia, l'enorme fenice di fuoco gridò all’improvviso ed allora il Drago, senza più esitare, attrasse Aryen a sé prepotentemente, disperatamente, come se quello fosse stato l'ultimo momento a sua disposizione per stringerla, come se quel bacio fosse stata l'ultima cosa che potesse fare prima di morire.


Intanto, all'esterno, i Figli del Drago gridavano, facendo gorgogliare le gole come erano soliti fare per caricarsi prima di una battaglia. Hewerth, comandante della fanteria d'attacco, aveva ordinato ai suoi seguaci di decimare gli ultimi uomini del gruppo, che, penetrato nelle mura di Blastara, aveva vanamente tentato di sorprenderli, e loro avevano appena concluso il lavoro.
Conficcando la punta della propria spada direttamente nel petto di Yeter, Hewerth mostrò a tutti l'enorme forza di cui era dotato e poi, tolto il cappuccio al falco che giaceva sulla sua spalla, con un'occhiata gli diede libero ordine di nutrirsi della pregiata carne del guerriero con cui aveva appena incrociato la lama.
L'animale, non più padrone del cielo dove la fenice ed il drago si stavano ancora fronteggiando, piombò allora subito sulla preda e, mentre ancora Yeter stava spirando, iniziò a cibarsi di lui.
«Ya... Yazira...» sussurrò il mercenario con le ultime forze, mentre dai suoi occhi svaniva pian piano la vita. «T-tu sapevi...»
Il falco gli beccò la spalla e lui sussultò, gemendo di dolore.
«T-tu sapevi...» ripeté con voce rotta, mentre le lacrime gli offuscavano la vista e nella sua mente affiorava un’unica immagine: quella di Yazira e dei suoi occhi lucidi che emergevano sinistramente nel buio della notte. Yeter sospirò. Serrò le palpebre e strinse i pugni, mentre il falco, piegandosi su di lui, gridava con voce stridula.
Fu allora che, inspirando un’ultima volta, il guerriero ebbe la strana sensazione che lei gli fosse vicino. Senza capire perché, il mercenario sentì il suo profumo nell’aria ed attraverso esso si ritrovò in un posto molto lontano da lì.
Si trattava di un luogo buio e solitario. Il cielo giaceva immobile come marmo sulla sua testa, mentre la terra scivolava via sotto ai suoi piedi come una sottile veste di seta. Poi, all’improvviso, nel silenzio si diffuse la vellutata voce della schiava d’ebano, che aveva imparato ad amare più di se stesso. Yazira chiamò Yeter a sé un’ultima volta, e con la sua voce dal sapore dolce e amaro lo trascinò per sempre nell’oblio.

«Marciano» sussurrava.
«Camminano su fiumi di sangue e spade.»
«Cadono. Sui corpi altrui camminano, e dominano.»


Nel frattempo, nel cielo, pur di attaccare la fenice il drago non aveva esitato a devastare e distruggere tutto ciò che lo circondava. Dopo essere stato imprigionato per anni, in catene e lontano dalla luce del sole, infine suo fratello Wayath l'aveva liberato e gli aveva concesso di essere se stesso. L'unica condizione per la libertà era che uccidesse la fenice e che facesse in modo che Aryen non lasciasse Blastara. Questo, quindi, era il suo unico obiettivo. Pur di raggiungerlo, il drago era disposto a qualsiasi sacrificio.
Gorgogliando l'animale caricò il suo mortale colpo di fuoco. La fenice lo attaccò con le sue possenti ali, decisamente più grandi e pericolose, e lui incassò il colpo. Offensiva dopo offensiva, il drago si fece colpire, in attesa che il suo attacco fosse pronto, in attesa che la fenice gli venisse vicino quanto bastava.
Poi fu questione di un istante. Gli occhi del drago si fecero di pura luce e la fenice, pur intuendo il pericolo mortale che correva, non fece in tempo ad allontanarsi. Il fuoco generato dalle fauci del drago rischiarò la sera ed investì l'uccello con una violenza inimmaginabile.
La fenice crollò a terra all’improvviso. Nella sua folle caduta si scontrò con una delle torri di Blastara e la trascinò con sé nel vuoto. L'uccello gridò, incespicò, e poi, una volta che si fu infranto sul terreno, non si rialzò più. A molti parve divenire più piccolo mentre si avvicinava al terreno, ma fu certa una cosa soltanto: quando la polvere derivata dalla distruzione di una delle torri di Blastara si fu placata, della fenice non c'era più alcuna traccia. Non rimanevano neppure le ceneri.
Il drago, divenuto nuovamente unico padrone dei cieli, fece allora fuoco un'ultima volta, verso il sole, e poi riprese il posto che gli spettava. Si accomodò in cima alla torre più alta di Blastara, accanto al suo vessillo, dove era certo che tutti i suoi Figli avrebbero potuto guardarlo e trarre da lui la forza che li avrebbe trascinati alla vittoria.


Intanto, all'interno di Blastara, sia Aryen che il Drago erano lontani, assenti dalla battaglia e dal clangore delle spade. Per loro, non esistevano più suoni. Non c’erano più né guerra, né pace; né vita, né morte; né odio, né dolore.
Poi, all’improvviso, il grido del vero drago aveva interrotto il loro idillio. Il re dei Draghi era ritornato bruscamente in sé e, proprio in quell’istante, si era accorto di non avere più dubbi sul proprio destino.
Se pure riluttante, Wayath si staccò dalle labbra della ragazza che teneva stretta tra le proprie braccia e la guardò negli occhi. La sua voce si fece roca, ma non perse la propria chiarezza.
«Tu sarai mia prima che il sole tramonti» le disse, e per un istante vide una strana ombra attraversare lo sguardo della ragazza. Paura? No, questo ormai non gli interessava più. Il Drago, infatti, aveva già deciso cosa fare.
Si tolse la spada e la gettò a terra. Poi, con uno sguardo brillante quanto le fiamme che bruciavano la città, raggiunse Aryen, che gli stava tendendo le braccia. Senza dire nulla pose una mano dietro al collo della ragazza e la guardò profondamente negli occhi.
Avrebbe potuto fare di lei ciò che voleva. Grazie alla malia del suo sguardo avrebbe potuto esercitare su di lei e sulla sua volontà ogni magia, anche la più terribile. Però, in quel momento, non era assolutamente necessario. Sorrise, con forza e sicurezza. Sapeva che entrambi desideravano la stessa cosa. Glielo leggeva negli occhi.
All'improvviso il Drago attrasse Aryen, la sua Aryen, a sé, chiudendole le labbra con un bacio carico di una passione estrema, normalmente proibita dalla Dea Shandra che vietava l'incontro di due nature così diverse e distanti come quella dei draghi e quella degli uomini. E così, insieme, Aryen ed il Drago chiusero gli occhi. Dimenticarono la battaglia che infuriava fuori, dimenticarono il fuoco, i giochi di potere e gettarono tutto ciò che era accaduto loro fino a quel momento alle spalle.
Il Drago le strappò letteralmente i vestiti di dosso, conscio del fatto che il tempo a loro disposizione si stava rapidamente esaurendo. Sfogando tutti i sentimenti che aveva deciso di celare fino a quel momento la strinse a sé con ogni sua forza, facendola quasi gemere dal dolore. Con l'esperienza che gli era propria scivolò sul suo corpo morbido, sfiorandola con il suo gelido tocco là dove nessun uomo aveva mai osato nemmeno posare lo sguardo.
Sotto le sue carezze la sentì rabbrividire e, negli occhi di lei, lesse lo stesso piacere che anche lui stava provando; lo stesso desiderio che lo stava torturando da giorni. Il Drago vide il suo sguardo d'oro riflesso negli occhi scuri dell'ultima erede di Blastara ed in quell'istante anche lui, come lei, scelse il destino che l'avrebbe atteso.
Blastara alle loro spalle bruciava, così come il corpo della sua padrona ardeva di passione. Artigliando le braccia del Drago per stringerlo a sé, Aryen invocò il suo nome in un gemito.
«Wayath...» lo chiamò con occhi languidi, e lui rispose.
Finalmente la fece sua, riversando in lei tutta la passione che possedeva, dimenticando tutto ciò che fino a quel momento l'aveva fermato. La battaglia che infuriava fuori non lo interessava più. I piani di conquista che aveva progettato per mesi senza di lei gli parvero inutili, privi di alcun significato.
Il Drago strinse le mani sui fianchi della propria donna e si spinse dentro di lei con ogni sua energia. Voleva che fosse sua; la voleva più di Blastara e del mondo intero. Poteva perdere ciò che aveva appena conquistato, poteva perdere la vita, ma la voleva soltanto per sé.
Fuori le mura cadevano, i fiori bruciavano e la battaglia devastava il mondo che avevano imparato a conoscere. I Figli dei Draghi urlavano, seminavano sangue e terrore, mentre Blastara, in disparte, restava in silenzio, anche se lei era l'unica cosa per cui tutti stavano lottando.
Ed intanto la sua padrone giaceva tra le braccia di colui che tutti chiamavano "nemico". Alla tremante luce del sole che moriva, le ombre di Aryen e del Drago dipingevano schizzi astratti sulle pareti bianche della stanza. Erano figure scure, a tratti oscene ed animalesche. Erano il dipinto di ciò che stava accadendo; di un donna che ansimava, di un uomo che la stringeva, di due corpi che si univano, generandone uno soltanto.
Infine, con un ultimo gemito più forte degli altri, Aryen portò a compimento la sua trasformazione. Fatta donna dal Drago, divenne finalmente Regina. Fu allora, mentre la sua mente travagliata e confusa si rasserenava, che il sigillo che racchiudeva il vero potere di Blastara si ruppe e che il potere latente della Terra si sprigionò.
Le mura della città tremarono, il terreno stesso vibrò ed ogni uomo interruppe ciò che stava facendo, guardandosi intorno spaventato.


All’improvviso Hemas, che stava duellando con Midnar, sentì la terra tremare sotto ai propri piedi e così, nel tentativo di mantenersi in equilibrio, puntò la spada direttamente nelle antiche pietre di Blastara. Senza perdere d’occhio il suo avversario si guardò intorno stupito ed allarmato: la torre centrale di Blastara, che si trovava poco avanti a lui, anziché tremare e crollare si stava alzando verso il cielo...


«Il potere della terra…» sussurrò Craus estraendo la punta acuminata del suo bastone dal corpo di un uomo. Sul viso schizzato di sangue, lo stregone portava dipinta un'espressione di pura meraviglia.
«Allora è stata Aryen a non voler essere salvata da Levis, e non lui a non riuscire... Dannazione!» imprecò tra i denti. «Questa guerra finirà male, molto male. Per tutti.»


Il Quarto Sapiente - R.P. - Cap.XXI

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