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Il Re dei Popoli

XX. L'Ombra nel Cielo

 

Nella fredda notte di Blastara, un grande fuoco ardeva alto. Le sue infide lingue saettanti si muovevano vigorosamente ad ogni sospiro del vento, tendendosi verso cielo e spingendosi così in alto da sfiorare quasi la luna e le stelle. Intanto, alla sua base, ramoscelli e tronchi d'albero scricchiolavano sinistramente, alimentandolo, facendolo divenire sempre più grande e temibile.
Infine i mercenari non avevano subito attaccato, ma si erano accampati poco al di fuori della prima cinta di mura. Nessuno degli assediati, tanto meno il Drago, sapeva quando sarebbe iniziata la battaglia e per tutti l'attesa era snervante.
Nell'oscurità, le fiamme del grande fuoco che l'esercito mercenario aveva appiccato bruciavano alte, facendo impallidire la luna e le stelle, mettendo paura quasi quanto il pensiero di ciò che avrebbe atteso l'indomani ciascuno dei guerrieri delle due fazioni.
Poi, ad un tratto, la notte aveva cominciato a ritrarsi. All'orizzonte si era affacciato un pallido riflesso del sole che stava nascendo e, dall'accampamento fino a quel momento silente, erano iniziati a provenire strani rumori. Sinistri scricchiolii, sempre più simili a quelli delle ossa umane, avevano impregnato l'aria, mentre tra i Figli del Drago si diffondevano sguardi di puro terrore.
Davanti al sinistro volgersi della situazione, molti presero a domandarsi da dove provenissero quei suoni. Quasi tutti ebbero l'impressione che nascessero dal grande fuoco che ardeva di fronte alle porte di Blastara.
Poi, all'improvviso, si udì un rumore secco, come lo strepitio del tuono, e dal fulcro dell'enorme falò si dipanarono una miriade di scintille. Sempre di più, sempre più in alto, con un crepitio così improvviso ed assordante da atterrire e confondere. Nell'udire quella miriade di suoni contrastanti tutti i Figli del Drago si destarono. Poi, prima che potessero comprendere cosa stesse accadendo, qualcuno cominciò a gridare.
All'interno del grande fuoco era apparsa una figura umana, immobile ed assorta. Correnti d'aria invisibili gli scuotevano i fini capelli rossi, esitando sulle labbra contratte nell'incanto. Le fiamme lambivano suadentemente la sua pelle chiara, mentre suoni magici ed arcani impregnavano l'aria. L'uomo pareva quasi essere parte del fuoco, che ardeva in lui ed intorno a lui.
Tutti lo fissavano, tutti si chiedevano perché il rogo non divorasse le sue membra. Alcuni pensarono che fosse vittima del fuoco, altri che ne fosse prigioniero. Altri ancora, forse più verosimilmente, ebbero l’impressione che ne fosse padrone. Quella sagoma esercitava un'attrazione quasi mistica; la stessa che si prova verso qualcosa che non si conosce; la stessa che si ha verso la luce di un enorme fuoco che consuma la notte.
Poi, all'improvviso, il grido di un grosso animale squarciò il silenzio di paura che si era creato, imponendosi su ogni altro suono. Le fiamme si gonfiarono lentamente, espandendosi. Poi si contrassero, rapide come un battito di ciglia, ed infine esplosero, divenendo le enormi ali spiegate di un uccello di fuoco.
Allora, un’intensa luce accecò tutti i Figli del Drago. Poi, nell’aria fattasi incandescente, si udì nuovamente un grido terribile, acuto e bestiale, che si insinuò nelle menti di tutti i presenti con una potenza indescrivibile. Infine, la fenice di fuoco in cui Levis aveva il potere di trasformarsi alzò la testa ed osservò il nemico che tremava davanti a lei.
Per un momento nessuno pensò più alla battaglia che incombeva e sulla terra piombò un pesante silenzio. Il respiro di fuoco della fenice era profondo, lento come il battito di un cuore umano. L’animale era distante, eppure nessuno riuscì a fare a meno di sentire quel suono così marcato e così vivo dentro di sé. No, non era un’illusione, ma molto peggio: una magia.
Molte mani tremarono, molte menti furono fatte prede del terrore più cieco. I Figli del Drago si bloccarono, incapaci di reagire, e quello fu l’esatto istante in cui Yeter decise di dare il via alla battaglia. In un momento le tende piantate nella notte furono ribaltate e, dietro ad esse, si materializzò una fitta schiera di abili arcieri, che, con archi carichi di frecce di fuoco, rischiararono il mattino. Fu un istante, e la cortina degli assedianti fu pura luce.
La fenice si alzò in volo, Yeter gridò e dietro di lei furono scoccate una miriade di frecce infuocate, che piovvero all'interno della fortezza di Blastara come stelle cadenti. Roventi, veloci e letali.
I Figli del Drago caddero nel panico. Erano preparati a resistere ad un assedio, ma non a sfidare le potenti magie di Hecatoor. Ci fu chi gridò, chi iniziò a correre verso il nemico, chi mulinò la spada imprecando al cielo e chi fuggì. Fu il caos, e la reazione del Drago fu violentissima. Con i suoi occhi d'oro, lucidi di rabbia, si parò davanti all'unica via di fuga, uccidendo con le proprie mani chiunque provasse a scappare.
«Nessuno di voi se ne andrà via da Blastara sulle proprie gambe» gridò, e Rakje si pose subito accanto a lui, pronto ad uccidere come il suo padrone chiunque tentasse la fuga.
Le mani del guerriero di sangue si avvolsero con vigore sul manico dell'enorme ascia che si portava sempre appresso. Senza che nessuno potesse scorgerlo, Rakje si inumidì le labbra, mentre la lunga treccia scura in cui era solito stringere i capelli prima di una battaglia pendeva alle sue spalle come un cappio.
In quello stesso momento anche Midnar, che si trovava in alto sulla prima cerchia di mura, gridò per chiamare a sé i propri uomini.
«Arcieri, a me! Abbattiamo l'uccello di fuoco!»
La sicurezza dei grandi capi del Drago placò gli animi dei suoi Figli e così, anche se qualcuno si mosse spinto soltanto da una paura più grande della precedente, finalmente essi reagirono. I più giovani raccolsero acqua dai pozzi ed iniziarono a spegnere il fuoco che le frecce infuocate avevano appiccato all’interno di Blastara. Altri, invece, salirono sopra alle mura per essere guidati nel contrattacco.
Da dentro la piccola roccaforte si alzò una fitta nube nera di fumo ed i mercenari al di fuori ne approfittarono per nascondersi. Con un cenno Yeter si mise a capo di un manipolo di uomini senza mantello, vestiti cremisi così da confondersi con la spoglia terra. In silenzio Hemas li condusse là dove sapeva essere un passaggio segreto che li avrebbe condotti all'interno Blastara, ed in breve il gruppo penetrò dentro alle mura.
 

Intanto poco distante, da accanto al portone della prima cerchia di mura, anche Hewerth gridò, chiamando a sé gli uomini armati e pronti per lo scontro diretto. Egli sapeva bene che presto la linea d'attacco dei mercenari sarebbe avanzata e che avrebbe provato ad aprirsi un varco verso l'interno della fortezza, magari con un ariete. Per questo aveva scelto di posizionarsi proprio dove credeva che il nemico sarebbe penetrato, per anticiparlo e travolgerlo insieme ai suoi uomini.
Il guerriero dunque, con già in bocca il sapore del sangue, si mise in posizione d'attacco, impaziente di uccidere. I capelli scuri gli coprivano il volto, ma la duplicità della sua natura era comunque evidente. Quanto il generale era calmo e silenzioso ogni giorno, infatti, tanto era crudele ed assetato di morte in battaglia.
Con le mani fece roteare ansiosamente le due enormi spade che brandiva, una per ogni mano, mentre il falco che aveva salvato gli gorgogliava sulle spalle muovendo la testa, anch'egli pronto allo scontro.
Guardandoli, nessuno sarebbe stato in grado di dire chi dei due fosse più assetato di sangue.
 

Nel frattempo la fenice, padrona del cielo, volava tra le nuvole, planando a terra di tanto in tanto e sconvolgendo le difese dei Figli del Drago con le violente raffiche d'aria generate dalle sue grandi ali. L'animale gridava continuamente con la sua voce assordante. Si imponeva sugli ordini dei grandi generali del Drago e, là dove arrivava, portava la potenza distruttiva del fuoco.
Però, nel suo volo non c'era chiarezza. Non sembrava voler combattere, anzi. Era come alla ricerca di qualcosa...
Ad un tratto, l'uccello invertì violentemente la rotta e si diresse verso la torre centrale di Blastara; quella dove si trovava la Falconeria. Sbattendo le ali fiammeggianti si appoggiò su di essa, tenendosi in equilibrio. Poi afferrò con il becco il pennone che si ergeva in cima alla torre e con l'altra zampa cominciò ad allargare l'apertura della finestra.
Infine, la fenice doveva aver trovato ciò che stava cercando.
 

Fu allora che, voltandosi dal campo di battaglia, il Drago si accorse di quello che stava accadendo. Infine, l'uccello di fuoco aveva visto Aryen ed era volato a salvarla. Questo era un fatto che il Drago non aveva previsto e che non doveva accadere.
Finché la principessa era viva dentro alla fortezza, infatti, ai mercenari non era consentito usare i mezzi più distruttivi in battaglia. Ma, se lei fosse stata liberata, allora tutto sarebbe stato consentito. La fenice non avrebbe esitato a bruciarli tutti vivi e le catapulte che i mercenari avevano costruito non avrebbero impiegato più di qualche istante a far crollare addosso ai Figli del Drago le mura di Blastara.
L’espressione del Drago si fece tesa. Serrando le labbra sottili decise di non perdere nemmeno un istante. Doveva agire in fretta, e così fece. Chiamò Midnar, gli affidò la responsabilità della battaglia e poi, sempre agitando la spada, prese a correre verso la torre centrale di Blastara. Doveva arrivare in tempo; doveva fare in modo che Aryen rimanesse sua prigioniera.
 

Con un grido più forte la fenice fece franare un'enorme lastra delle pareti della Falconeria, tanto da riuscire ad entrare almeno con il becco e potersi così guardare intorno. Aryen era rannicchiata nell'angolo più lontano. Non poteva uscire dalla stanza perché era chiusa a chiave, ma non aveva nemmeno mai visto una magia così potente come quella dell'uccello di fuoco e, per questo, ne aveva paura. La fenice la guardò fermamente negli occhi, ed in essi, per un istante, la ragazza poté scorgere un lato di umanità che non pensava avrebbe potuto trovare.
Però non si lasciò convincere, nemmeno quando la fenice le tese un'ala per farla salire su di sé e portarla in salvo. Allora Aryen non sentì il calore bruciante delle fiamme, ma una piacevole corrente d'aria calda le accarezzò il viso, mentre, nelle penne di fuoco, poteva quasi intravedere la sagoma di una mano umana tendersi verso di lei.
«Non temere» diceva. «Sono qui per salvarti.»
Però lei non gli volle credere. Ciò che l'uomo non conosce, infatti, lo spaventa profondamente. Con lo sguardo Aryen continuava a guardarsi intorno, alla vana ricerca del Drago, convinta del fatto che lui fosse l'unico in grado di salvarla; che lui fosse l'unico a possedere la "magia giusta" per sconfiggere la fenice.
All'improvviso l'uccello, stanco di attendere e di essere l’unico bersaglio delle frecce dei Figli del Drago, gridò. Aryen fu costretta a chiudersi le orecchie con le mani per non essere assordata. La testa della fenice si spinse in avanti, forzando ancora l'entrata della torre e facendola tremare. Con il becco aguzzo provò ad afferrare la ragazza. Non avrebbe voluto farle del male, ma fuori la battaglia perversava e non c'era nemmeno un istante da perdere.
La fenice le artigliò le vesti e la trascinò verso di sé con violenza. Aryen chiese aiuto con tutta la voce che aveva, si aggrappò alle mura persino con le unghie, ma la forza della fenice era grande, molto più di quella che lei da sola avrebbe mai potuto fronteggiare. Poi, ad un tratto, una freccia infuocata le si conficcò accanto e lei, gridando, lasciò ogni presa.
 

In quello stesso istante, sul campo di battaglia, Midnar gridò, ordinando agli arcieri di fermare l’attacco alla fenice. Aveva visto una freccia conficcarsi proprio accanto ad Aryen e sapeva che la ragazza era una protetta del Drago, per cui rischiare di colpirla avrebbe significato una cosa soltanto: morte certa.
Serrando le labbra, il generale imprecò tra i denti. Non poteva difendere Blastara, non poteva evitare che la fenice catturasse la ragazza e non poteva abbattere l'uccello di fuoco con le armi tradizionali. Eppure, doveva esserci un modo per non subire passivamente l'attacco...
 

All'improvviso si udì l'assordante rumore delle pietre che franavano ed un'ombra oscurò il cielo. Dal basso Tares gridò qualcosa, alzando quanto più poteva un enorme collare d'argento finalmente aperto. Le sue risate sguaiate, quasi demoniache, riempirono l'aria come un sinistro presagio. Qualcosa passò davanti al sole che nasceva e poi, all'improvviso, la fenice fu scaraventata lontana dalla torre della Falconeria. L'animale crollò a terra, trascinando con sé anche i suoi alleati.
Diverse pietre franarono a terra insieme a lei e poi, prima che potesse capirsi qualsiasi cosa, nell'aria si udì un grido acuto, ruggente, possente, che scosse gli animi di tutti gli uomini, qualunque fosse la loro fazione. Qualcosa sfrecciò nel cielo, rapido, e poi si fermò sulla cima della torre più alta di Blastara, sovrastandola con il suo peso. Con i suoi occhi verdi, brillanti di magia, il vero drago avvolse la propria coda al pennone della torre e si sostituì alla bandiera che lo raffigurava.
Ruggì ancora e, anche se non si espresse nella lingua degli uomini, il suo messaggio comparve chiaramente nella mente di tutti.

«Chiunque oserà uccidere i miei figli, se la vedrà con me.»

All'improvviso calò uno strano silenzio. Poi, in risposta al piccolo miracolo che stava accadendo, i Figli del Drago lasciarono gorgogliare le proprie gole, innalzando le armi davanti all'insospettabile ed imprevedibile apparizione del mitico animale. Ci fu chi gridò, chi si inchinò, persino chi cominciò a pregarlo. Tutti i Figli del Drago furono colti da una frenesia improvvisa, da una forte agitazione e, soprattutto, da un delirante senso d'onnipotenza.
Hewerth lanciò al drago un mezzo sorriso, mentre innalzava la spada. Poi guardò i suoi uomini, lanciando un lungo fischio per attirare la loro attenzione.
«Uccidiamo il nemico!» sibilò indicando con la punta della lama un incauto mercenario, che, attirato dalle grida del drago, era emerso allo scoperto palesando il nascondiglio del manipolo di uomini che erano penetrati di nascosto a Blastara. Immediatamente ogni suo seguace lo seguì nella carica.
Yeter, comprendendo che erano stati scoperti, non indietreggiò, ma comandò ai suoi uomini la formazione di difesa e si preparò a fermare l'attacco. Infine non erano riusciti a sorprendere il nemico, ma l'esito della battaglia non era ancora stato deciso.
Lo schianto della fazione di Hewerth su quella dei mercenari fu terribile. Ci furono scintille, arti mozzati volanti e grida terrificanti. Ci furono morti e feriti da entrambe le parti, poi la lotta continuò imperterrita.
 

Hemas, però, era lontano. Lui era diretto all'altro caput nemico; a colui che gli aveva amputato la mano destra: a Midnar.
Lungo tutto il viaggio, il cavaliere si era esercitato ad usare la spada con la mano sinistra e, sebbene avesse capito che in nessun modo sarebbe riuscito ad essere all'altezza del suo avversario, si era ripromesso almeno di ricambiargli il favore che lui gli aveva fatto mutilandolo. E così, scontro dopo scontro, Hemas stava percorrendo i gradini che l’avrebbero portato in cima alla prima cerchia di mura di Blastara, con l'intenzione di sorprendere il generale del Drago alle spalle.
Appena giunto alla meta, il cavaliere non fece nemmeno in tempo a guardarsi intorno. Una fredda lama gli sfiorò la gola e, alzando gli occhi, Hemas riconobbe nella glacialità di uno sguardo d'oro gli occhi di Midnar. Il generale sorrise al cavaliere, accogliendolo.
«Ben ritrovato. A quanto pare non ti sei dimenticato di me.»
«Sai che è impossibile. Io non mi dimenticherò mai di te» sibilò il cavaliere, e Midnar rise.
«"Mai" è un periodo molto lungo, di cui penso tu non possa disporre.»
Poi, alzando la spada davanti al proprio viso, Midnar diede al cavaliere il tempo di fare lo stesso. Quell'uomo già mutilato era spacciato, tanto valeva dargli la soddisfazione di morire con onore, se ne era ancora capace.
Hemas raccolse il saluto d'armi e poi impostò velocemente il primo fendente, che si abbatté sulla parata di Midnar con un freddo eco metallico. Quello fu il principio del duello.


«Levis... Levis...»

Intanto, poco distante dal campo di battaglia, Craus stava comandando il manipolo di mercenari incaricati di abbattere il portone avversario e, allo stesso tempo, con la voce della mente stava provando a chiamare il compagno per accertarsi che stesse bene.

«Levis, ci sei? Rispondimi!»
«S... Sono qui...»
«Come stai?»
«Niente di rotto. Sono riuscito a mantenere la trasformazione.»
«Se non ce la fai possiamo esercitare un altro incantesimo insieme.»
«No, devo fermare il drago. La sua presenza ci mette troppo in svantaggio.»
«Il drago ha molti poteri, molti più di quelli che puoi immaginare.»
«Lo so, ma...»
«Levis, il drago è un animale mitico quasi invincibile. Vieni qui, così lo affronteremo insieme.»
«No, Craus. Non stavolta. Questa volta voglio che ti fidi di me.»


La fenice, scuotendo il capo, si rialzò dal terreno e si rimise in piedi. Per un istante il suo sguardo fiammeggiante si posò su quello di smeraldo del drago, che lasciò fuoriuscire dalle narici un filo serpeggiante di fumo.

«Io lo abbatterò.»
«No, Levis, tu non puoi...»


All'improvviso la fenice spiccò il volo gridando ed il drago fece altrettanto.
«Levis, no!» Craus, senza rendersene conto, gridò nel mezzo della battaglia. Poi lo stregone imprecò tra i denti.
«Stupido uomo! Non vincerai mai contro un drago. Così morirai...» sussurrò stringendo i denti e serrando le mani sul proprio bastone.
Craus vide il duello cominciato in aria procedere velocemente, senza tregua e senza esclusione di colpi. Più la fenice scottava e beccava, più il drago la colpiva con la sua coda, letale come una frusta, e con i suoi denti aguzzi. Ormai era impossibile distinguere dove iniziasse un animale e dove finisse l'altro.
Il Sapiente, immerso nella meditazione per potenziare i mercenari e renderli meno sensibili al dolore, smise immediatamente di esercitare l'incantesimo e si voltò indietro, alla ricerca di Khajil. Per evitare che si ferisse gli aveva ordinato di osservare da lontano lo scontro. Doveva essere seduto proprio dietro di lui, con in mano Faasa, ma...
«Khajil» lo chiamò. «Khajil, rispondi!»
Ma lui non c'era. Serrando le labbra Craus imprecò nuovamente. In un lampo spostò l'acuto sguardo sul campo di battaglia. C'era così tanto sangue, c'erano così tante rovine e così tanti corpi. C'era la polvere e poi c'erano le terribili frecce degli arcieri che volteggiavano ancora da entrambe le parti.
Ma dov'era finito?
Senza pensarci due volte, lo stregone cercò l’erede di Hecatoor con il potere della mente e poi, capito che il ragazzo era ancora vivo, esercitò l'incantesimo di livello più alto che conosceva: quello della "donazione completa". Concentrandosi, generò un piccolo vortice d'aria intorno ai propri piedi e poi, manovrando quella stessa corrente, in cui aveva riversato la prorpria forza e la propria magia, la indirizzò verso Khajil, per proteggerlo un'ultima volta.
Guardando il proprio soffio vitale che si allontanavano da lui, Craus provò una strana sensazione, come quella che si ha la prima volta che ci si specchia e non si capisce la differenza tra l'immagine e la persona reale. Per un momento il Sapiente, donati i propri poteri ad un altro, si sentì l'immagine nello specchio.
Ora, esercitata quell'ultima magia, non era che un semplice essere umano. Ora, non possedeva più alcun potere. Ora, la sua vita dipendeva da quella di Khajil e non poteva più aiutare Levis ed i mercenari. Impugnando il proprio bastone Craus osservò un'ultima volta lo scontro ed il cielo. Infine, gridando, anche lui si gettò nella mischia. Non da mago, non da Sapiente, ma da uomo.


Il Quarto Sapiente - R.P. - Cap.XX

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