Il Re dei Popoli
XVIII. L'Eredità del Padre
Nella notte, al chiarore di una falce d'argento che si stagliava nel cielo scuro come una ferita fresca sulla tenera carne di una fanciulla, lance di luce scintillavano sulla schiena di un lungo serpente nero che avanzava tra i boschi delle montagne del Fato. Era l'esercito dei mercenari, che, con a capo Yeter, Hemas e Khajil marciava diretto a Blastara. I tre procedevano appaiati in sella ai propri cavalli e, dietro di loro, duecento uomini li seguivano, senza sapere a cosa sarebbero andati incontro.
Non c'erano stelle in cielo, né fuochi sulla terra. Non c'era silenzio e non c'era tranquillità per gli uomini che quella notte non dormivano, ma marciavano. Non c'era speranza nei loro volti austeri, segnati dalle cicatrici di mille battaglie, e non c'era paura, ma soltanto attesa.
Poi, all'improvviso, qualcuno vide qualcosa di strano nel cielo e gridò puntando il dito in alto, lontano nella notte e nella direzione dell'oscura fortezza di Hecatoor.
«Cosa c'è lassù?»
«E' una stella.»
«No, si muove.»
«E' un uccello.»
«E allora perché brilla?»
«Ma cosa diavolo è?»
Nella confusione generale, nell'incertezza, Yeter serrò le labbra. Guardando l'enorme uccello fiammeggiante che solcava il cielo, il suo responso fu uno soltanto; lo stesso che Hemas ebbe il coraggio di gridare ad alta voce.
«E' la magia di Hecatoor.»
Tutti, nei Quattro Regni, temevano ciò che nessuno conosceva e che tutto poteva; il potere. E così, a quelle parole, i duecento mercenari frenarono subito il cammino, alzando gli occhi al cielo. Per la prima volta, sul volto di quegli uomini austeri e forgiati nelle battaglie, si dipinse un sentimento altrimenti a loro sconosciuto: la paura.
Fu il principio di un passaparola, di un gran sibilare l'uno nell'orecchio dell'altro. La verità che Hemas aveva rivelato con tanta semplicità ebbe un effetto imprevisto ed imprevedibile e così il cavaliere non tardò a correggersi gridando ancora.
«Non sono nemici» specificò, ma i sussurri non accennarono ad arrestarsi. Confuso dal fatto che la magia sortisse su quel piccolo esercito di uomini un effetto così grande, Hemas rivolse gli occhi verso Yeter che lo guardava grave.
«Di cosa diavolo si tratta? E perché sono qui?» ringhiò il mercenario, ma Hemas non rispose. Il cavaliere, infatti, non sapeva bene cosa dire. Non voleva che i mercenari sapessero che Khajil era l'erede di Hecatoor, anche se era consapevole del fatto che, se la fenice ed il corvo erano arrivati fino a lì, non l'avevano fatto per andarsene a mani vuote e che presto o tardi la verità sarebbe venuta fuori.
Fu allora che, guidato dall'istinto, per la prima volta sin da quando era partito Khajil sfoderò ed innalzò al cielo la spada che era stata di suo padre; la spada dei re di Hecatoor. Il suo nome era "Faasa", che in linguaggio magico significava "luce", e, così come diceva il suo nome, essa era la luce della ragione che guidava gli uomini, la luce che i guerrieri seguivano nella battaglia, il faro che illuminava il cammino dell'intero popolo dei Quattro Regni. Essa era l'unica, vera spada del Re dei Popoli.
Appena il vento poté accarezzare la sua superficie liscia ed affilata, intarsiata di antichi simboli arcani, essa parve quasi sospirare e la sua lama si fece incandescente, accendendosi di una luce così forte da fare impallidire la luna. Grida di meraviglia si diffusero subito tra i mercenari, che rimasero immobili, incapaci di reagire.
Non appena il corvo vide quella luce accecante stagliarsi nel cielo, la riconobbe all'istante e con un grido acuto chiamò a sé la fenice, mentre compiva ampi cerchi al di sopra della punta monda ed acuminata di Faasa.
Infine, quando anche l'animale mitico l'ebbe raggiunto, con una leggerezza quasi impensabile il corvo planò fino a terra. Fu allora, mentre sbatteva un'ultima volta le ali e mutava il suo aspetto, che per la prima volta tutti videro chiaramente la magia che l'avvolgeva.
Tutto ad un tratto le penne lucide dell'uccello si ingrandirono ed allungarono, trasformandosi nei lembi stracciati delle maniche di un'ampia tunica nera. Nel mentre, il becco appuntito iniziò a farsi sempre più sottile, fino a divenire le labbra di un uomo. Parimenti mutò anche tutto il resto della sua figura, finché egli non assunse il suo reale aspetto. Allora, lunghi capelli neri scivolarono fino poco oltre le spalle dello stregone, coronando il viso pallido da cui, con occhi severi, egli prese a giudicare duramente ognuno dei presenti.
La fenice di fuoco, a suo contrario, si trasformò ancora prima di toccare terra. Per un istante una luce intensa quanto quella del sole accecò tutti i presenti. Poi, quando essi riaprirono gli occhi, al posto dell'uccello fiammeggiante videro cadere dal cielo un uomo dai capelli dello stesso colore del fuoco e dallo sguardo color sangue.
Levis si scagliò addosso a Hemas con un rapido balzo. Senza dargli il tempo di reagire avvolse le mani intorno al collo del cavaliere, serrando sempre di più la presa e fissandolo con occhi irati.
«Tu non sai cosa hai fatto!» gli gridò in faccia, ma lui non si ribellò, né rispose. Nessuno, davanti alla violenta reazione di Levis, osò prendere le difese di Hemas. Nessuno, a parte Craus.
«Adesso calmati, Levis, non siamo qui per lui.»
Non appena ebbe udito la voce profonda ed autoritaria dello stregone riprenderlo, il Sapiente si staccò dal collo del cavaliere e balzò giù dal suo cavallo con uno scatto,sbuffando.
Finalmente libero, Hemas riprese il respiro e poi osservò bene colui che aveva parlato; colui che, ai suoi occhi, era fin troppo simile ad un burbero stregone, anche se nei fatti non era altro che il primo Sapiente di Hecatoor ed il compagno della Signora che dominava quelle terre. Il cavaliere non lo aveva mai visto prima, ma dentro di sé si rese conto di sapere perfettamente chi era e che cosa la sua apparizione avrebbe comportato. Infine, la fuga sua e di Khajil era giunta al termine.
«Khajil. Vieni qui» continuò Craus con voce calma e ferma. Dapprima il ragazzo non si mosse, temendo il giudizio severo del patrigno, ma poi si decise e, giungendo di fronte a lui, si preparò ad accettare quanto gli spettava.
«E' stata una mia scelta» ammise mentre provava a mantenere un certo contegno. «Ormai non sono più un bambino e tu non hai l'autorità di riportarmi a Hecatoor.»
«Questo è vero» ammise lo stregone con calma «però sai anche che devo proteggerti. Tu sei l'unico erede di Hecatoor e la fortezza deve avere un regnante, sempre.»
«Questo lo so, ma io...» Khajil alzò verso il proprio viso i palmi delle mani, cercando le parole giuste «...io sento qualcosa dentro di me che...»
«Lo so.»
La risposta di Craus sorprese tutti, Khajil soprattutto.
«Vieni con me» continuò il Sapiente tendendogli una mano ed aprendogli un cammino. «Non è bene parlare di tali questioni davanti a degli sconosciuti.»
Khajil non oppose alcuna resistenza e seguì subito a il patrigno a testa china, quasi scappando dagli sguardi crudi ed aspri di tutti i presenti, che lo stavano giudicando severamente.
Fu così che lui e Craus si allontanarono dal nero serpente dei mercenari per dirigersi all'interno della foresta di Niguen, che circondava tutta Temma ed il luogo in cui il piccolo esercito dei mercenari capeggiati da Yeter aveva trovato riparo. Nessuno osò andare con loro, anche perché Levis si mise esattamente al centro del sentiero che i due avevano preso, pronto ad ostacolare con ogni mezzo chiunque avesse provato a seguirli.
Per un istante si generò uno strano silenzio, poi, quando anche Yeter ebbe fatto le sue conclusioni, il mercenario si rivolse con sguardo grave a Hemas, sbugiardando severamente ciò che il cavaliere aveva provato a celare fino all'ultimo.
«E così quel ragazzo è l'erede di Hecatoor. Perché egli è qui per combattere nonostante il veto di sua madre? E perché non è scortato?»
«Questa è una storia lunga» cominciò lui, vago.
«Beh, credo che qui nessuno di noi vada di fretta. Nessuno dei miei uomini si muoverà di qui finché non ci dirai la verità.»
«Sì, Hemas» lo incalzò Levis. «Racconta loro di come hai rapito l'erede di Hecatoor e l'hai convinto a perseguire la tua folle causa.»
«Io non l'ho obbligato a seguirmi, anzi. E' stato lui a volerlo, guidato dalla magia che gli scorre nelle vene e che ha condizionato il nostro cammino e le nostre scelte sin dal primo istante.»
E così il cavaliere cominciò il suo racconto lì dove tutto era iniziato: a Hecatoor. Lo ripercorse passo dopo passo, incalzato dalle domande di Yeter e dagli sguardi irati di Levis. Rivelò ogni cosa senza mai mentire, vincolato dal giuramento dei cavalieri erranti di Eria, che gli imponeva di dire sempre il vero. Fu un racconto lungo, che proseguì per diverso tempo, mentre anche Craus e Khajil, poco distante da lì, si chiarivano.
Intanto nella foresta di Niguen, avvolti soltanto dal buio e dal sinistro ululare del vento, volti scavati tra i nodi degli alberi accompagnavano il lento cammino di Craus e Khajil. Nell'oscurità della notte le loro ombre procedevano appaiate. Non erano più un bambino ed un uomo, ma due uomini armati di domande e risposte che attendevano di emergere da ancora prima che si rincontrassero. Era una notte calma. La notte delle verità.
«Khajil, sai qual era il potere di tuo padre?» cominciò Craus e lui scosse la testa, così il Sapiente continuò. «Lui era una specie di empatico. Se c'era qualcuno che soffriva nei Quattro Regni, lui sentiva quel dolore come se fosse stato suo. Quello fu il dono che lo rese un grande re. Lui percepiva le sofferenze del su popolo come sue e per questo, quale che fosse la causa, si dava da fare per cancellarle. Il giorno in cui morì, fu il suo potere ad accecarlo ed a fargli compiere il gesto che gli costò la vita.»
«Ho capito dove vuoi arrivare» lo interruppe Khajil «ma io non sono come mio padre.»
«Hai ragione. Lui, infatti, era molto più forte di te.»
L'erede rimase per qualche istante in silenzio. Non voleva ascoltare passivamente quanto Craus aveva da dirgli, ma dentro di sé aveva cominciato ad intuire come stavano realmente le cose.
«Perché mi dici tutto questo adesso?» sbottò all'improvviso. «Tutti sapete come è morto mio padre, ma nessuno ha mai voluto parlarmene. Perché tu? Perché ora?»
«Perché meriti di sapere che tipo di uomo stai diventando. Tu vuoi combattere per Blastara perché attraverso gli occhi di Hemas hai visto la guerra, ma la realtà è che tu non conosci la guerra. Essa, prima ancora che la sofferenza, porta la morte, comprendi?»
«Io non vedo solo morte a Blastara. Ho visto una ragazza prigioniera. Bisogna salvarla e...»
«E se fosse già troppo tardi? E se, una volta giunto là, tu trovassi soltanto la morte ad attenderti? Allora cosa faresti?»
Kahjil alzò fieramente la testa, guardando Craus negli occhi.
«In quel caso, l'affronterò con coraggio, perché solo chi ha coraggio può governare su Hecatoor.»
Craus non mostrò alcuna reazione nel viso severo.
«Attento, ragazzo. I tuoi occhi mostrano determinazione, non razionalità, e questo è molto pericoloso.»
«Perché? Un uomo determinato può fare ciò che vuole.»
«Ti sbagli. Anche un uomo determinato può soffrire, e morire. Il punto è che, da morto, non aiuterà più nessuno.»
«E allora cosa dovrei fare? Voltare le spalle ed andarmene? Questo non è affatto onorevole.»
«Ma è saggio.»
«No, Craus. Questa volta non ti ascolterò. Io seguirò Hemas fino a Blastara, a capo di questo esercito.»
«Si tratta di duecento semplici uomini contro chissà quanti divoratori di cuori umani, protetti dal potere della Terra e rinchiusi in una fortezza. Come credi che andrà a finire? Pensi davvero che tua madre non abbia voluto dichiarare guerra ai Figli del Drago soltanto per paura?»
Khajil chinò lo sguardo mordendosi le labbra. Sapeva che Craus gli stava dicendo cose sensate, ma in realtà quello che lo stregone non si sforzava di fare era capire il suo punto di vista. Lui non se ne era andato da Hecatoor per caso, ma l'aveva fatto perché sapeva che era importante eliminare l'esercito dei Figli del Drago prima che fosse troppo tardi e che lui era l'unico che poteva fare qualcosa. Lui lo sentiva dentro di sé, anche se non sapeva perché. Tra le dita il ragazzo strinse e nascose la pietra d'opale che portava al collo, ricercando disperatamente in essa l'approvazione che Radia gli aveva sempre dato.
Craus, vedendolo silenzioso e pensieroso, lo guardò attentamente. Il ragazzino che aveva imparato a conoscere ed apprezzare nel corso degli anni, che lui stesso aveva cresciuto, era svanito per sempre e stava lasciando spazio all'uomo che stava diventando. Pur non mostrando alcun sentimento sul viso, Craus si sentì fiero e felice della sua crescita, così decise di non opporsi alla sua scelta, anche se non era la cosa più ragionevole da fare. D'altronde, se si fosse mostrato contrario e l'avesse portato via con la forza, poi nessuno avrebbe più rispettato Khajil a Hecatoor, e lui non lo meritava.
All'improvviso lo stregone ricordò anche che, quando Radia era apparsa, aveva nominato la leggenda del Re dei Popoli. Se davvero colui che era in grado di riunire tutti gli uomini sotto lo stesso segno era vicino, allora forse c'era ancora una speranza. Infatti, in quel momento era Khajil ad impugnare la spada del Re, e tra le sue mani sarebbe stata fino alla sua morte. Bastava proteggerlo, bastava non farlo morire...
«Io e Levis verremo con te a Blastara» concluse all'improvviso lo stregone, e Khajil alzò lo sguardo carico di sorpresa e speranza verso di lui.
«Davvero?»
«Non posso riportarti a Hecatoor con la forza, ma ho giurato a tua madre di proteggerti a costo della mia vita, e così ho intenzione di fare. In te» disse inginocchiandosi e chinando il viso verso il terreno «riconosco il mio unico re.»
Nel guardarlo, una parte di Khajil desiderò abbracciarlo e dirgli di rialzarsi. Si trattava della parte più sincera e fanciullesca di lui; la più onesta ed affezionata al patrigno. Tuttavia lui non si mosse. Ad avere la meglio fu l'altra parte che era in lui, quella succube della pietra che portava al collo. Una pietra che, come lui, qualcuno dall'alto della Torre Sud stava cullando tra le mani, mentre riversava in essa una potente magia nera.
«Vai e combatti» sussurrò Radia tra le labbra evanescenti. «Vai e compi il tuo destino di sangue.»
Per un attimo un'oscura scintilla attraversò lo sguardo di Khajil. Poi tornò in se stesso e, ponendo una mano sulla spalla di Craus, gli sorrise.
«Grazie, Sapiente, ma adesso rialzati. Avrò bisogno del tuo potere in battaglia. Per allora mi sarai accanto?»
«Sì» gli promise Craus rimettendosi in piedi e sovrastando il giovane re con la sua maggiore altezza.
Khajil l'aveva sempre visto forte ed invincibile. L'aveva visto austero, severo, irremovibile. In quel momento, però, l'erede di Hecatoor vide Craus sotto una luce tutta nuova. Rughe profonde gli contornavano la bocca tesa. Linee d'argento gli attraversavano i lunghi capelli corvini, quali segni indelebili del tempo trascorso. La sua voce aveva perso il tono imperioso e distaccato che l'aveva sempre caratterizzata, ed era divenuta bassa e sottomessa come quella di un uomo qualsiasi davanti al proprio Re.
«Non morire» sussurrò come in una preghiera, e Khajil gli sorrise nuovamente.
«Non preoccuparti. Combatterò e sconfiggerò il Drago. Per te, per mia madre, per Hecatoor e la sua gente» disse premendosi una mano sul petto ancora glabro e suggellando così una promessa che nessuno sapeva se sarebbe mai riuscito a mantenere.
Craus trattenne a stento un amaro sospiro. Dentro di sé si disse che era giusto fidarsi di Khajil, anche se nemmeno lui credeva alla menzogna che si stava raccontando. Nel tentativo di ascoltare il proprio cuore, il Sapiente rese ciechi la ragione e gli occhi, e nel farlo non si accorse nemmeno della scintilla blu elettrico, che, per un istante, attraversò lo sguardo scuro dell'erede di Hecatoor, prendendo il sopravvento.