Il Re dei Popoli
XVI. Il Mercenario
Il mantello rosso di Yeter volteggiava imperioso nell'aria. Nel silenzio di un'alba solitaria, la sua lama lucida scherniva il vento, ferendo mortalmente nemici invisibili. Intorno a lui il paesaggio era spoglio, ricco soltanto di basse rocce aguzze e di fetidi stagni.
La sua sagoma scura si stagliava nell'amaranto del mattino come lo stemma di un antico casato sulla propria bandiera. Egli, però, era molto più della rappresentazione grafica di una casta chiusa. Egli era la forza della mano del guerriero; era la ragione che guidava molti uomini, che, come lui, avevano scelto la vita del mercenario.
Il mantello grande, rosso come il sangue che chi era come lui doveva versare per sopravvivere, si agitava nel freddo vento che proveniva da nord; da poco oltre il picco su cui Hecatoor era stata costruita. La maggior parte dei suoi uomini stava ancora riposando, ma lui era stranamente inquieto. Quella notte, infatti, Jazira, la morbida schiava dalla pelle color ebano che aveva conquistato al di là delle montagne, si era svegliata all'improvviso, terrorizzata come non mai.
«Marciano» aveva gridato spalancando gli occhi grandi, unico bagliore di sé nel buio. «Camminano su fiumi di sangue e spade...»
«Chi? Dove?»
Nel sentirla urlare, Yeter si era sollevato all'improvviso ed aveva preso in mano il pugnale che teneva nascosto sotto al proprio cuscino. Poi, animato dal sospetto, aveva cominciato a guardarsi intorno ed a ricercare un nemico invisibile ai suoi occhi. Lui e Jazira, infatti, erano soli nella tenda.
La donna era seduta accanto a lui in un posizione tesa ed innaturale. Tremava, anche se Yeter non riusciva a capire perché. I suoi occhi erano spalancati, tesi ad un qualcosa di invisibile. Erano immobili, incapaci di guardare davvero. Le immagini dell'incubo che l'aveva destata nel cuore della notte scorrevano ancora nella sua mente, offuscandola.
«C-cadono…» aveva poi continuato lei con voce rotta. «Sui corpi altrui camminano e dominano.»
«Chi, Jazira? Chi?» aveva allora gridato Yeter prendendola per le spalle e scuotendola. Ed infine, nello strano silenzio che si era instaurato nel buio intorno a loro, ella aveva risposto con voce bassa e tremante.
«Le Bestie... »
Lo sguardo di Jazira era lucido, velato di lacrime di puro terrore.v «Le Bestie dagli occhi di luce...»
Quella notte Jazira aveva proferito parole enigmatiche, prive di soggetti ed oscure. Aveva parlato di cose che non conosceva e che non aveva mai visto. Aveva pronunciato frasi strane, che la mattina successiva aveva giurato di non ricordare. Era come se un'altra persona fosse entrata nel suo corpo, inspiegabilmente.
«Yeter!»
All'improvviso il mercenario sentì qualcuno chiamarlo e così si voltò. Med, uno dei suoi uomini più giovani, stava correndo verso di lui. Non aveva ancora indosso il mantello rosso d'ordinanza, né l'armatura. Il suo sguardo non era esattamente sveglio, ma Yeter sapeva che, a dispetto delle apparenze, la sua mente era una delle più attente ed attive del suo gruppo. Med era infatti un ragazzo che apprendeva molto in fretta, e che sapeva accorgersi e ricordarsi di ogni, piccolo dettaglio.
«Yeter, abbiamo visite!» gridò e subito, a quelle parole, il capo dei mercenari spostò lo sguardo sull'unico sentiero che conduceva all'accampamento dove lui ed il suo esiguo gruppo si erano sistemati ormai da un paio di settimane.
Poco distante da loro, proprio dove iniziavano le tende del suo piccolo esercito, c'erano due cavalli sconosciuti che si stavano abbeverando. Uno aveva una sella molto ricca, adornata di ricami d'oro, mentre l'altro, decisamente meno bello, ma più atletico, portava sulla schiena ampia una coperta blu con uno stemma d'argento, che, da così lontano, Yeter non riuscì a riconoscere.
«Da dove vengono?»
Med si guardò intorno con sospetto. Nonostante i due fossero completamente soli, non voleva sbandierare ai quattro venti quanto aveva compreso. Con cautela, il giovane avvicinò le labbra all'orecchio di Yeter e rispose.
«Uno è un cavaliere errante di Eria, mentre l'altro porta appesa al petto una piccola spilla d'oro con un simbolo magico.»
Nel parlare la sua voce si era fatta sempre più bassa, fino quasi a svanire. Tutti, nei Quattro Regni, temevano la magia. Molti faticavano anche soltanto a pronunciare il suo nome. Yeter, però, non era tra questi. Lui non aveva paura dell'ignoto, ma soltanto della mano e della mente dell'uomo che, a ragione o a torto, poteva chiamare "nemico".
«Hecatoor...» sibilò dunque tra i denti il guerriero, quasi con sdegno. Poi voltò lo sguardo verso la Torre della Magia, che si stagliava nel cielo amaranto come un'ombra scura, carica di sinistri presagi. «Ma cosa diavolo ci fanno qui, e per giunta insieme, un Sapiente ed un cavaliere di Eria?»
Med alzò le spalle.
«Non lo sa nessuno. Però loro hanno detto che parleranno soltanto con te.»
Yeter sospirò contrito. Poi innalzò la propria spada al cielo ed osservò il suo profilo fiero e lucente. Per un istante il sole che nasceva dipinse sopra alla lama strani schizzi di luce, dello stesso colore del sangue. Nel guardarla l'espressione del mercenario si fece più seria e segnata.
«Beh, una sola cosa è sicura. Se gli stranieri sono qui in cerca di guai, non sarò di certo io a negarglieli.»
Yeter si prese tutto il tempo che voleva. Fece aspettare i due sconosciuti per diversi minuti e fece circondare il luogo in cui erano stati portati da uno stuolo di guardie. Non si fidava di loro; erano troppo ricchi e troppo soli.
Infine, quando fu pronto, si armò di daghe nascoste ed entrò nella tenda. Ad attenderlo c'erano soltanto un uomo ed un ragazzo. Allo sguardo esperto di Yeter non sfuggì il fatto che il ragazzo non avesse mai tenuto in mano una spada e che l'uomo avesse la mano destra, nascosta sotto al mantello, mozzata. Dentro di sé il mercenario sorrise. Forse, a dispetto di quanto aveva pensato, i due erano del tutto innocui.
Eppure, una voce dentro di lui gli diceva di diffidare dello sguardo scuro del ragazzo. Era lui che portava appesa al mantello una spilla d'oro con un simbolo antico e magico. E, si sa, per quanto i Sapienti possano mostrarsi giovani ed inesperti, una delle loro capacità è proprio quella di ingannare gli occhi altrui a proprio vantaggio.
«So che avete chiesto di parlare con me. Perché siete qui?» domandò il guerriero arrivando subito al dunque, ansioso di comprendere. A farsi avanti ed a rispondere fu l'uomo straniero, al posto del ragazzo.
«Grazie per averci ricevuto. Io sono Hemas, cavaliere errante di Eria, e sono qui con questo ragazzo per chiedere l'aiuto delle vostre spade.»
Yeter attese un istante prima di rispondere. Nel mentre, osservò con attenzione i due stranieri. Infine, quando ne ebbe voglia, si rivolse nuovamente a loro.
«Quello è un simbolo magico di Hecatoor» disse indicando con il mento appuntito la spilla d'oro che chiudeva il mantello del ragazzo. «Dunque, se è vero che almeno uno di voi due viene da lì, perché la Signora della Fortezza non vi ha concesso spade e magia? Le nostre forze non sono nemmeno lontanamente paragonabili alle loro...»
Hemas sospirò.
«Purtroppo a Hecatoor nessuno si è detto disposto ad aiutarci, ecco perché abbiamo deciso di rivolgerci a voi.»
Con lentezza Yeter si sedette su una sedia nella tenda e fece cenno ai due stranieri di fare altrettanto. I due seguirono il suo esempio, mantenendosi comunque all'erta. Lo sguardo del mercenario era grave e sospettoso. La sua presenza massiccia incuteva timore e, oltre a questo, Hemas e Khajil sapevano perfettamente che dall'esito di quel colloquio sarebbe dipeso il successo della loro impresa, per cui erano insolitamente agitati.
«E perché mai nessuno ha voluto aiutarvi?» continuò Yeter ripetendo le parole del cavaliere. Se c'era stato un rifiuto, infatti, ci doveva anche essere stata una buona causa.
«Perché hanno detto di non avere interesse ad impiegare le loro forze lontano dalla fortezza.»
Lo sguardo del mercenario si accigliò. La parola "lontano" non era mai stata una delle sue preferite. "Lontano" significava marcia lenta, stanchezza ed intemperie, nonché malumore per i suoi uomini.
«E dove vorreste portare le mie truppe di preciso?»
«A Blastara. Ora è occupata dai Figli del Drago e noi vogliamo liberarla.»
«Perché?»
Se i due stranieri volevano il suo aiuto, allora Yeter voleva risposte.
Hemas sospirò e con le dita ricoperte di guanti si accarezzò la cintura.
«Un tempo ormai lontano ho fatto una scelta importante e ho consacrato la mia vita a Blastara. Adesso il mio re è morto, ma io gli ho fatto una promessa e, se conoscete il codice d'onore dei cavalieri erranti di Eria, allora saprete anche che sono legato a rispettare quel giuramento a qualsiasi costo, non per ultimo rischiando la mia vita.»
Yeter si fermò un istante a riflettere. Infine giudicò l'uomo che gli stava di fronte aspramente, più di quanto si sarebbe mai meritato.
«Sei stato uno stolto, cavaliere, a promettere l'impossibile. Rispetto l'onore che porti dentro, ma noi non combattiamo per esso.»
«Ed infatti non era mia intenzione chiedere il vostro aiuto senza ripagarvi con la giusta moneta.»
Il cavaliere accompagnava le parole con ampi gesti, quasi volesse, mostrando tanta chiarezza, nascondere qualcosa e questo suo modo di fare non piaceva a Yeter, che continuava a guardarlo con diffidenza.
«Se Hecatoor non vi ha dato spade, non vi darà nemmeno denari. Blastara è caduta ed i suoi tesori sono stati certamente trafugati. Dunque, con che cosa credete di ripagare i nostri servigi?»
«Con le ricchezze di Hecatoor. La Signora non ha voluto smobilitare le sue forze, ma il giovane re della Fortezza è disposto ad aiutarci con i suoi beni personali.»
Yeter rimase qualche istante in silenzio, mentre si accarezzava la folta barba con le dita rovinate dalla battaglia. Aveva le unghie sporche di terra e le sue mani erano grandi e rozze, quasi terrificanti nell'estenuante lentezza con cui si muovevano.
«Vi aspettate davvero che vi creda sulla parola?»
Con lo sguardo scuro il mercenario indagò le espressioni dei due stranieri, in attesa della loro reazione.
Fu allora, mentre si accorgeva di essere giudicato con i peggiori degli sguardi, che Khajil decise di reagire e di intromettersi nella discussione. Avere l'aiuto del mercenario e del suo piccolo esercito, infatti, era indispensabile per lui e Hemas. Se Yeter li avesse lasciati soli, allora tutto quello che lui ed il cavaliere avevano fatto fino a quel momento poteva dirsi inutile.
Inutile sarebbe stata la loro fuga da Hecatoor, e così la morte di Marea. Allo stesso modo inutili sarebbero state le lacrime versate da Hemas per suo figlio, o il lungo viaggio che aveva portato il cavaliere a rischiare la propria vita pur di salvare Blastara e mantenere la parola data. Inutile sarebbe stato il tradimento di Khajil ed il dolore che aveva dato a sua madre.
Nessuno avrebbe salvato Aryen dal nemico, o cancellato le grida d'aiuto che invadevano la testa di Khajil ogni notte. Nessuno avrebbe lenito il dolore che gli abitanti di Blastara avevano provato e che, misteriosamente, il ragazzo sentiva come suo. Nessuno gli avrebbe mai permesso di dimenticare che non era stato in grado di vendicare e salvare le loro anime e questo, nella giovane ed ingenua mente di Khajil, non era possibile.
Lui e Hemas, dopo essere arrivati fino a lì, non potevano tornare indietro a mani vuote. Per questo, il mercenario non poteva rifiutare loro un aiuto. Dentro di sé, Khajil si disse pronto a convincerlo a collaborare con ogni mezzo, anche con la forza...
"...o con il potere..." gli suggerì una suadente voce di donna dall'interno della sua testa, ma il ragazzo non vi prestò particolare attenzione. Lui, infatti, aveva già deciso cosa avrebbe fatto.
Khajil fece un passo in avanti e mostrò al mercenario la spilla d'oro che gli teneva il mantello saldamente chiuso sul giovane petto.
«Sapete per quanti giorni potreste sfamare il vostro esercito con questa? O quante nuove spade potreste comprare? Ebbene, se marcerete con noi su Blastara potrete ottenere ricchezze almeno dieci volte superiori.»
Davanti a quella promessa fatta d'oro e denari, finalmente il mercenario si mosse. Il suo sguardo si fece interessato e smise di accarezzarsi la barba svogliatamente. Si avvicinò a Khajil, esaminò la sua spilla ed infine aggrottò le sopracciglia, avidamente.
Fu allora che Hemas, vedendolo quasi del tutto convinto, decise di dargli il colpo di grazia e gli offrì ciò che, per lui, era la moneta di scambio più preziosa di tutte.
«Se ci aiuterete guadagnerete senza troppo sforzo denaro, una casa ed un titolo. Potrete diventare la nuova guardia di Blastara ed al suo capo ottenere gloria ed onore.»
All'improvviso Yeter fece un passo indietro ed alzò superbamente la testa. Sul suo viso comparve un'espressione di puro disgusto.
«E perché dovrebbe interessarmi?»
«Andiamo» lo incalzò il cavaliere. «Non parlerai sul serio, vero? Voi siete mercenari, siete "venduti". Voi siete predatori di villaggi e sicari dei potenti. Molti vi temono, tutti vi disprezzano. Ora, e soltanto ora, avete l'occasione di cambiare qualcosa. Volete davvero rifiutare? I vostri uomini avranno donne, non schiave. Avranno una famiglia, e non uno stuolo di bastardi sparsi qua e là. Ma, soprattutto, avranno il rispetto.»
Yeter guardò entrambi gli uomini con sdegno.
«Dunque, vorreste addomesticare il lupo e fargli credere che deve esserne contento, giusto?»
No, pensò Khajil. Yeter non era affatto il tipo di persona che usava mezzi termini o che nascondeva ciò che pensava, e questo era senza dubbio un grande vantaggio per loro, che Hemas doveva sfruttare a dovere. Pur desiderando dire qualcosa, il ragazzo si morse le labbra e lasciò che fosse il suo compagno a spiegarsi. Lui aveva sbagliato a scegliere le parole, quindi era lui che doveva scusarsi e riacquistare la fiducia del guerriero.
«Perdonami, Yeter» sussurrò dunque Hemas abbassando il capo. «Non volevo mancare di rispetto a te ed ai tuoi uomini, ma soltanto offrirvi qualcosa che non avete in cambio del vostro aiuto.»
Il mercenario lo fissò a lungo, con severità, ed il cavaliere sostenne il suo sguardo fino alla fine, come soltanto un uomo sincero poteva fare. A quel punto Yeter strinse le labbra ed annuì. Poi inspirò profondamente, gonfiando il petto.
Infine aveva compreso la situazione ed i suoi rischi. Ora non restava che scegliere. Il premio in gioco era alto, e così anche i pericoli che lui ed i suoi uomini avrebbero dovuto affrontare. Il cavaliere, infatti, aveva detto qualcosa a proposito dei Figli del Drago; selvaggi che avevano la fama di nutrirsi cuori umani. Tanto su di loro era stato detto, eppure le loro armi e le loro tecniche di battaglia erano ancora poco conosciute. Loro erano la vera incognita.
Hemas, forse leggendo il dubbio nello sguardo di Yeter, si fece allora nuovamente avanti.
«Io conosco bene Blastara e non ti chiedo di andare incontro ad una disfatta. Io ho un piano.»v A quelle parole l'espressione di Yeter si fece meno tesa, se pure ancora diffidente, e lui aggrottò nuovamente le folte sopracciglia.
«Perché dovrei crederti?»
«Non c'è un perché, ma se ti fiderai di noi non avrai che da guadagnarci, te lo assicuro.»
Yeter sospirò nuovamente e riprese a grattarsi la folta barba scura. Tutti erano disposti a fare promesse facili quando volevano qualcosa. Era comodo mettere in gioco la propria vita per i propri scopi o chiedere l'aiuto altrui, ma decidere della vita di tanti uomini generava tutt'altri problemi e pensieri.
Il mercenario spostò lo sguardo severo sul ragazzo che lo fissava in silenzio, nascosto dietro alle spalle del cavaliere con cui era giunto fin lì. In fondo, Hemas non lo preoccupava più di tanto, ma quel giovane che portava appuntata sul mantello una spilla magica non gli piaceva per niente. Lui non lo guardava con occhi supplici, ma quasi con aria di sfida. Nel suo sguardo grave vide la traccia di un dolore recente, che doveva averlo cambiato in profondità, più di quanto lui avesse ancora compreso. In lui, Yeter vide la disperazione più nera e per questo fu tentato di rifiutare quella richiesta d'aiuto. Assecondare il mago, infatti, avrebbe significato una cosa soltanto: finire nell'abisso insieme a lui.
Poi, però, Yeter sentì un impulso farsi largo dentro di lui. All'improvviso nella sua mente si diffuse una voce, che cancellò il ricordo delle profezie di sangue di Jazira e che tranquillizzò forzatamente il suo spirito, eliminando ogni suo dubbio.
"Accetta e vai Blastara" sussurrò. "Accetta e vai Blastara..." Prima ancora di capire cosa stesse accadendo, Yeter sentì che doveva opporsi a se stesso. Domandandosi perché mai avrebbe dovuto correre un rischio così grosso per degli sconosciuti, si disse che non avrebbe mai acconsentito ad aiutarli, e fu allora che accadde.
"Accetta e vai Blastara..." sussurrò ancora la voce che era nella sua mente, facendosi sempre più forte, fino a sovrastare ogni suo pensiero ed ogni rumore nella stanza. Poi, all'improvviso, quella voce si fece più decisa e, stanca di attendere, disse a Yeter ciò che doveva fare in modo che non si potesse rifiutare: con il potere del comando.
"Accetta e vai Blastara!" ordinò. E Yeter rispose.
«E sia» concluse il mercenario senza più volontà, mentre il suo sguardo si spegneva per un istante, per poi ritornare vivo e attento. «Verrò con voi a Blastara.»
Poi, dopo aver parlato, Yeter si alzò fieramente in piedi, come se fosse stato ancora lui il padrone di ogni cosa e dell'intera situazione. Con il suo fisico massiccio sovrastò i due stranieri ed infine uscì dalla tenda ordinando a gran voce ai suoi uomini di prepararsi per la partenza.
Hemas e Khajil sentirono la sua voce allontanarsi sempre di più, senza però perdere la chiarezza che possedeva nel timbro. Ben presto si diffusero nell'ambiente una miriade di rumori; suoni di armi che cozzavano, di cavalli che nitrivano, di uomini che impartivano ordini severi e di passi che si spostavano velocemente, quasi correndo, da una parte all'altra dell'accampamento.
Le cose stavano andando come Hemas si era prospettato, eppure l'espressione del cavaliere era tesa e preoccupata.
«Spero che non sia un errore fidarsi di loro» ammise con tono mesto. «In fondo non sono che "venduti".»
«Non preoccuparti, Hemas» lo rassicurò Khajil. «Yeter non ci tradirà.»
«Come fai a dirlo? Tu non puoi vedere il futuro.»
«No, questo no, ma posso assicurarti che, se farà un passo falso, sarà lui il primo a pagare.»v Nel tono del ragazzo Hemas avvertì qualcosa di fortemente negativo. Nel parlare, Khajil aveva stretto tra le dita la pietra d'opale, che, nelle sue mani, si era fatta quasi brillante ed aveva assunto riflessi blu elettrico come la magia nera della Sapiente Oscura.
Il ragazzo pareva determinato come non mai a raggiungere lo scopo che si era preposto. Per esso aveva messo in gioco tutto ciò che aveva, e per questo Hemas sapeva che lui non avrebbe accettato nulla di meno della vittoria in cambio.
Il tempo in cui il giovane re di Hecatoor aveva pianto per aver ucciso la prima volta era ormai lontano, quasi dimenticato. La magia corrotta di cui si era servito aveva già cominciato a trasformarlo, senza che lui potesse rendersene conto.
Hemas guardò il ragazzo negli occhi, senza riconoscerlo. Infine la magia che gli scorreva nelle vene, bianca o nera che fosse, lo stava corrompendo. Il cavaliere sapeva che aveva bisogno di quel ragazzo per vincere la battaglia, ma non poteva fare a meno di chiedersi, una volta che la guerra fosse conclusa, che fine avrebbe fatto. Sarebbe stato ancora vivo? E, se così fosse stato, sarebbe stato ancora se stesso?