Il Re dei Popoli
XV. Il Generale del Drago
Un dolore cieco ed insopportabile le percorse il corpo all'improvviso, arrampicandosi lungo la spina dorsale con imprevedibile violenza. Destandosi forzatamente dall'oblio, Aryen faticò a trattenere un gemito e serrò i denti. Sentiva la testa pesante ed aveva la stranissima sensazione di stare ancora vivendo il terribile ed oscuro sonno senza sogni delle ultime ore. Si sentiva stanca, disorientata, incapace di distinguere tra sogno e realtà.
Quante volte, quella notte, aveva creduto di svegliarsi, di gridare e di dibattersi nel tentativo di liberarsi dalle corde che la tenevano imprigionata alla sedia. Quante volte aveva aperto gli occhi e, nel buio, l'aveva cercato. Quante volte aveva creduto di sentire la sua voce chiamarla... Bugie notturne. Incubi. Sogni. Illusioni. Il Drago non era mai tornato a dormire nel suo letto, né nella sua stanza. L'aveva lasciata volontariamente sola, in balia di se stessa.
Aryen sospirò. Anche se il Drago non era vicino a lei, si sentiva stranamente inquieta e depressa. O forse, lo era proprio perché lui non c'era. Deglutì forzatamente. Il pensiero della sua mancanza la distruggeva più di qualsiasi altro. Dentro di sé si sentiva povera e vuota, insicura e fragile. Ma perchè?
Chiuse gli occhi e reclinò il capo all'indietro, abbandonandosi al dolore che stava avvolgendo ed acquietando i suoi sensi con fin troppa naturalezza, come una droga leggera, come il liquido bianco che estraeva dai suoi fiori rossi e che, con l'oblio, curava ogni male. Tornò alla realtà lentamente, con le labbra serrate e gli occhi lucidi, mentre i primi, timidi raggi del sole cominciavano a farsi strada all'orizzonte.
Fu allora che la ragazza si accorse che la guancia in cui ricordava di essersi ferita le bruciava e che la pelle le tirava. Leccandosi le labbra, vi ritrovò persino alcune gocce di sangue secco. Tremò. Evidentemente non era stata né pulita, né medicata e così, ironicamente, si ritrovò a pensare che forse morire per una semplice infezione sarebbe stato il miglior destino che l'avrebbe attesa. Il suo corpo tremò nuovamente e lei si lasciò andare ad una soffocata risata che sapeva di disperazione.
Poi, all'improvviso, nella stanza in cui si trovava si materializzò una voce maschile. Ma non quella del Drago, come invece avrebbe desiderato.
«Questa notte avevo scommesso sulla vostra morte. Mi avete fatto perdere l'amore di una giovane, splendida schiava.»
Aryen, non riconoscendola subito, si voltò. Sulla soglia della sua stanza c'era uno dei generali del Drago. Era in piedi, con le braccia incrociate sul corpo ed uno sguardo di scherno e superiorità che la irritò sin dal principio. Tra i due che aveva visto nella stanza del concilio era quello più simile ad un essere umano, con i capelli scuri corti e curati e lo sguardo serio. La ragazza si ricordò che il Drago l'aveva chiamato Midnar o qualcosa del genere, ma i nomi dei Figli del Drago erano difficili persino da pronunciare nella sua lingua, ed ancora di più da ricordare.
«In compenso» continuò l'uomo prendendo una sedia ed avvicinandosi a lei «ora mi tocca stare con voi, che, perdonate la sincerità, con tutto quel sangue sul viso assomigliate molto più ad un guerriero venuto male che ad una dolce principessa.»
Aryen non si lasciò toccare dalle offese dell'uomo, né si fece intimidire dal suo sguardo, anzi. Padrona di un coraggio che in pochi avrebbero potuto mostrare, la ragazza alzò la testa ed osservò l’uomo mentre si accomodava poco avanti a lei, a cavalcioni sulla sedia. Per qualche istante i due si guardarono negli occhi, sfidandosi in silenzio. Poi, il generale le sorrise cordialmente e così, all'improvviso, la ragazza si accorse che, probabilmente, l'idea che si era fatta di lui era molto diversa dalla realtà.
La prima volta che l’aveva visto, quando aveva appellato Tares nel peggiore dei modi, l'aveva giudicato un uomo indisponente ed impulsivo. La seconda volta, nella stanza del concilio, un uomo saggio e ligio al dovere. In quelle due occasioni, il generale le aveva mostrato due volti diversi, per questo Aryen avrebbe giurato che dentro di lui vivevano due realtà completamente distinte. Eppure il viso che le stava mostrando in quel momento era ancora diverso dai precedenti. Quell’uomo la confondeva, e non poco... Ma qual era la sua vera personalità?
«Perché non dici nulla?» chiese all’improvviso, gettando in faccia alla ragazza il suo respiro che sapeva di qualcosa di indefinito, lontano e sconosciuto. Poi, senza attendere da lei alcuna risposta, con una mano le premette entrambe le guance, obbligandola ad aprire la bocca. «Eppure la lingua ce l'hai» esclamò sporgendosi verso di lei.
«No, lasciami!» gridò Aryen all'improvviso in un gemito di dolore. Poi, addentando il nulla, provò ad afferrargli le dita con la chiara intenzione di morderle. Lui si ritrasse ridendo, come se stesse soltanto giocando con lei. Il gioco del gatto e del topo.
«Ehi, piano! Le mani mi servono.»
«E per cosa? Per grattarti la testa vuota?»
Davanti all’offesa della ragazza, l'uomo sorrise. Poi si appoggiò sempre di più allo schienale della sedia, mentre il suo sguardo si faceva intrigante. Era chiaro che voleva fare durare il gioco il più possibile.
«A quanto pare provi a fare dello spirito. Ma vuoi sapere una cosa? Non mi piacciono le donne che non sanno obbedire» concluse mentre il suo sguardo si incupiva all’improvviso, così rapidamente da fare paura. Aryen, però, non si lasciò intimidire e, sfidandolo, gli rispose a tono.
«Ed io odio gli uomini che vogliono comandare.»
«Peccato» le rispose lui a quel punto, sorridendole e tornando cordiale mentre allargava le braccia. «Allora vuol dire che non andremo d'accordo.»
«Tu sei pazzo» sentenziò Aryen dopo qualche istante di silenzio, cogliendo le evidenti dicotomie nelle espressioni dell'uomo che cambiavano radicalmente in pochi secondi, in base ai diversi sentimenti del momento.
«E tu… sei… mia prigioniera.»
A quelle parole, sibilate quasi tra i denti, Aryen sentì un brivido freddo percorrerle la schiena, mentre il suo cuore accelerava improvvisamente i battiti ed il respiro le si fermava in gola. Il generale aveva ragione. Lei era immobilizzata, legata ad una sedia. Non poteva fare nulla, né ribellarsi, né difendersi.
«Ora hai paura di me» disse lui sorridendole sadicamente, ma Aryen si impose di non farsi intimidire.
«Il Drago ti ha ordinato di salvaguardare la mia vita, non puoi farmi del male.»
«Questo è vero» ammise scrollando le spalle. «Tuttavia non mi ha proibito farti del bene. E tu sai cosa significa, vero?»
Aryen non ebbe nemmeno il tempo di rispondere o reagire. In un istante le mani del generale furono sul petto della ragazza e lei avvampò all’improvviso, mentre si assottigliava il più possibile facendo aderire la schiena alla sedia per allontanarsi dall'uomo.
Midnar esplorò il giovane seno della ragazza con pazienza ed attenzione, senza mai smettere di guardarla negli occhi. E mentre lo faceva sorrideva, sentendosi padrone di lei come di tutto il resto.
«Sei un codardo» lo attaccò Aryen con gli occhi lucidi, fuori di sé per il fatto di non potere fare nulla per sottrarsi a quel contatto.
Lui, però, non colse la provocazione. Con tutta calma finì di esaminare la porzione di corpo che più l'attirava in una donna e poi, quando ritenne di avere concluso, si allontanò un poco da lei, guardandola negli occhi con un insopportabile sorriso dipinto sul viso. Era soddisfatto di ciò che aveva fatto, e stava godendo del potere che era riuscito ad esercitare sulla ragazza.
«Il Drago te la farà pagare» lo minacciò Aryen rossa in viso per l'imbarazzo e la collera, ma lui non si scompose.
«Ti sbagli» le rispose con tono calmo. «E' stato proprio il Drago a dirmi che potevo fare di te ciò che volevo. Non avrai creduto che, per il semplice fatto che condividesse con te la sua stanza, per lui contassi qualcosa, vero?»
Le parole di Midnar colpirono Aryen all’improvviso, come uno schiaffo in pieno viso. Inizialmente la stordirono, ma poi si insinuarono dentro di lei con una violenza ed una ferocia che non si sarebbe mai aspettata, fin nel profondo. Improvvisamente la ragazza si sentì privata di ogni forza. Il dubbio si insinuò in lei, distruggendo il suo coraggio e la sua volontà lentamente, ma inesorabilmente.
Possibile che il generale avesse detto il vero? Possibile che al Drago non importasse davvero nulla di lei? In fondo, nonostante le fossero ormai chiari i sentimenti che nutriva verso di lui, lui non le aveva mai manifestato i suoi. Dunque, Midnar poteva avere ragione... Lei poteva davvero essere per lui soltanto una preda di battaglia; una come tutte le altre... No, impossibile...
Ad un tratto il Figlio del Drago si alzò dalla sedia e si inginocchiò davanti a lei. Fissò lo sguardo vuoto della ragazza per qualche istante, finché lei non si riprese e nei suoi occhi non tornò la scintilla della ragione. Allora, il guerriero le parlò con tono calmo.
«In realtà devo ancora decidere cosa fare con te. Sai, non sei affatto il mio tipo, ma forse, per una volta, potrei anche fare uno strappo alla regola. In fondo, principesse o serve, tutte le donne sono uguali per l’uomo che le possiede...» concluse abbassando un poco la voce ed inclinando la testa da un lato, così da lanciare una profonda occhiata d'oro alla ragazza.
Aryen, incapace di sostenere lo sguardo del generale, chinò il capo e chiuse gli occhi. Era stanca, sconvolta, ferita nel corpo e nel cuore. In una sola parola era devastata. Nella sua mente c’era spazio per un solo pensiero; per una sola domanda: possibile che Midnar avesse detto il vero?
Fu allora, guardandola, che il Figlio del Drago cambiò ogni suo progetto. Con una mano le scostò i capelli rossi dal viso e la osservò attentamente. Aveva le labbra rovinate, secche, e gli occhi vacui, persi chissà dove in chissà quale pensiero. No, averla così non gli avrebbe dato alcuna soddisfazione.
Midnar si alzò ed uscì dalla stanza per poi fare ritorno poco dopo, cullando tra le mani un catino ed un asciugamano pulito. Il rumore dell'acqua che si muoveva fece immergere Aryen in una dimensione a lei estranea. La ragazza non si accorse di nulla, ma, mentre la sua coscienza si perdeva lontana, Midnar lavò con tocco leggero le sue ferite, medicandole.
Nonostante la ruvidezza con cui le si era presentato la prima volta e la prepotenza con cui l'aveva trattata fino a quel momento, il generale fu dolce come un padre e delicato come un amante che si avvicina per la prima volta alla sua donna. Poi, quando ebbe finito, le slegò le mani e, sempre guardando il bel viso della ragazza rivolto verso il pavimento, le parlò.
«Alzati in piedi» ordinò prendendole le mani tra le sue ed attirandola a sé.
Lei, come una marionetta, si lasciò condurre. Midnar le si avvicinò lentamente, fino a sfiorarle il seno con il proprio petto. Poi le accarezzò con tocco leggero le spalle magre, lasciate nude dal vestito. La pelle della ragazza era calda, come se avesse la febbre. Ad un tratto la sentì sussultare, ma non opporsi, e così il generale continuò con la sua lenta tortura. Facendo scivolare il vestito sul corpo della ragazza provò a spogliarla, ma questa volta lei lo fermò, incrociando le mani sul petto e sostenendo i propri abiti.
«Lasciami fare...» la incitò lui con voce roca, rassicurante, ma lei non si mosse e chiuse gli occhi con ostinazione. Poteva sopportare che lui la ferisse, con le parole e con i gesti, od anche che la insultasse, ma quello era davvero troppo.
Nel silenzio della stanza, il respiro rapido ed incostante di Midnar ricordava tanto lo scoppiettare di un fuoco. La stretta delle sue mani era ferrea e rigida, come quella di un guerriero ormai formato, a cui Aryen sapeva che non sarebbe mai riuscita a sfuggire. Era chiaro che, se soltanto l’avesse voluto, lui avrebbe potuto fare di lei ciò che voleva. Eppure il generale non si muoveva. Restava in piedi in silenzio, in attesa.
La ragazza attese di calmarsi quanto più poteva, poi, quando se la sentì, riaprì gli occhi e cercò lo sguardo di Midnar. Era fisso sul suo, ed era lucido di desiderio e passione. Aryen si sentì improvvisamente agitata. Sentiva che stava per accadere qualcosa di irreparabile, che non avrebbe mai potuto evitare. Era confusa, tanto da non riuscire a capire bene cosa, ma ne aveva paura.
Midnar le si avvicinò al viso un poco per volta. Le sfiorò le labbra una, due, tre volte, fino ad investirle con le sue senza più riuscirsi a controllare. In un istante la baciò con grande passione, violandola e desiderandola intensamente, carnalmente.
Aryen, dal canto suo, accettò passivamente il bacio e nel farlo chiuse gli occhi, sognando di trovarsi in un altro posto e con un'altra persona. Midnar, però, se ne accorse e così si staccò da lei con un gesto secco, obbligandola a fissarlo negli occhi.
«Guardami bene» le ordinò. «Io sono Midnar e nessun altro. Io sarò il tuo primo uomo e, se non mi obbedirai, sarò anche l'ultimo. Hai capito?»
La ragazza lo osservava con sguardo interrogativo. Infine, nonostante la grande confusione che aveva dentro, stava iniziando a comprendere che cosa stava per accadere, e non le piaceva affatto. Doveva reagire, prima che fosse troppo tardi. Ritornata in sè provò ad indietreggiare, ma la morsa del generale si fece più ferrea e poi, all'improvviso, lui la scaraventò sul pavimento, facendola gemere di dolore.
Avventandosi contro di lei Midnar prese a strapparle i vestiti di dosso. Voleva farla sua, voleva imporre su colei che l'aveva rifiutato il suo dominio. Voleva sentirla gridare così come stava facendo in quel momento, e poi sempre di più, fino al culmine. Voleva che anche lei, come tutte, si aggrappasse a lui con le unghie e con i denti. Voleva impossessarsi della sua essenza, del suo profumo di giovane non ancora donna che l'aveva accolto. Voleva essere il primo a conquistarla e, soprattutto, voleva che lei se ne ricordasse per sempre.
Ed intanto Aryen si difendeva anche con le unghie. Gridava con tutta la voce che aveva in corpo, pur sapendo che nessuno sarebbe mai accorso in suo aiuto. La ragazza sentì le lacrime salirle agli occhi, ma le ricacciò forzatamente indietro. Non doveva perdere il controllo; non doveva lasciare che la paura l'accecasse...
Con uno scatto Midnar le intrappolò le mani al di sopra della testa e poi si avventò sul suo giovane seno. Scoprendolo con violenza non si fermò ad osservarlo, ma lo investì con le labbra gelide, mordendolo e succhiandolo. La sua voce roca disse qualcosa che la ragazza non riuscì a sentire e poi, all'improvviso, lei sentì il tocco ruvido ed invadente del generale farsi strada in lei.
Aryen gridò con tutta la voce che possedeva, con disperazione, e poi fu questione di un solo istante. L’uomo si staccò bruscamente da lei. Nella stanza si udì il rumore di un tonfo secco, e poi quello di diversi oggetti che si rompevano. La ragazza, tornata libera, si mise subito a sedere ed indietreggiò di qualche passo, coprendosi il corpo nudo come poteva ed allontanandosi da Midnar.
Mentre nei suoi occhi albergava ancora il terrore più totale, Aryen si guardò intorno. La testa le girava, le lacrime le offuscavano la vista, il sangue le ribolliva in corpo ed il Drago... Il Drago era in piedi davanti a lei.