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Il Re dei Popoli

XIX. La Scia di Sangue 

 

«Non ci sarà una prossima notte, Drago.»
Aryen lo stava fissando con sguardo vittorioso. Lei sapeva qualcosa che lui non immaginava nemmeno, ma che cosa?
Improvvisamente il Drago si ricordò del biglietto che era stato trovato legato alla zampa di uno dei falchi ed un sospetto si fece largo nella sua mente. E se fosse stata la ragazza l'emissario della richiesta di aiuto che aveva preceduto quella risposta? Ma a chi poteva avere inviato il messaggio? Quale dei potenti regni alleati di Blastara poteva avere un interesse ad entrare in guerra con loro?
«Non prenderti gioco di me. Tu non puoi lasciare Blastara.»
«Tu credi?»
«Se potessi farlo, non verresti certamente a dirmelo.»
Lei non gli rispose, semplicemente gli sorrise ancora una volta con un'espressione di pura superiorità dipinta sul viso. Fin dove si sarebbe spinta?
Il Drago la fissò per qualche istante. Poi, furioso come non mai, uscì chiamando a gran voce Tares. Aryen vide il cieco correre verso di loro velocemente, mentre seguiva la voce del suo padrone volgendo la testa ora da una parte e ora dall'altra. In breve, non appena fu abbastanza vicino al Drago, lui lo attirò a sé, prendendolo per un braccio, e poi gli parlò quasi ringhiando.
Aryen non si sporse nemmeno per comprendere di cosa stessero parlando. Lei lo sapeva già.

«Che cosa ha fatto stamattina la prigioniera?»
Le palpebre prive di occhi del cieco vagavano nel nulla, provando ad intendere dove si trovasse il Drago. La voce adirata del re rimbombava prepotentemente negli stretti corridoi di Blastara, confondendo visibilmente Tares, che prese quasi a balbettare.
«S-si è svegliata tardi, poi ha fatto il bagno e, prima di venire da voi, mi ha chiesto di fare un giro in falconeria.»
«E tu gliel'hai portata?»
«Sì.»
«Ti avevo detto che era proibito!» tuonò lui. «Perché mi hai disobbedito?»
«E' stata lì un minuto soltanto, il tempo di dare da mangiare agli animali... In questi giorni nessuno li ha curati e lei si è offerta di farlo.»
Con una spinta il Drago gettò Tares a terra e, anche se lui non poteva vederlo, il cieco comprese comunque che il suo padrone era adirato come non mai.
Non si trattava soltanto di un minuto, ma addirittura di un minuto; tutto il tempo di legare un messaggio alla gamba di un falco e di fargli spiccare il volo. Il Drago voltò le spalle al cieco e poi, a grandi passi, tornò da Aryen, che lo stava ancora guardando vittoriosa.

«Tu» gridò puntandole il dito contro «da ora in poi sei relegata nelle mie stanze. Non potrai più uscire, né parlare con nessuno. Prega che non accada nulla di quello che penso, o sarai tu a farne le spese per prima.»
«E che cosa vorresti farmi?»
Il Drago fece finta di non aver sentito l'ultima provocazione della ragazza; era talmente arrabbiato che avrebbe persino potuta ucciderla a mani nude, anche se non lo voleva. Senza degnarla nemmeno di uno sguardo si voltò ed iniziò ad andarsene. Lei, però, continuò a parlare, imperterrita.
«Hai scelto la donna sbagliata per comandare, Drago.»
Fu allora, a quell'ultima provocazione, che lui si bloccò all'istante e si girò lentamente verso la ragazza. Il suo sguardo era furioso, i muscoli tesi, pronti a colpire. Senza fiatare fece qualche passo verso di lei e poi, giuntole di fronte, le diede uno schiaffo così forte da farla cadere a terra.
All'improvviso Aryen sentì le orecchie ronzarle ed i rumori della stanza farsi strani. Tutto ad un tratto le parole del Drago le parvero assumere un suono quasi meccanico e le rimbombarono in testa, confondendosi. Lei, però, comprese ugualmente il loro significato.
«Non mancarmi di rispetto mai più. Tu mi appartieni.»


Passarono i minuti, le ore ed i giorni. Nessuno parlò più con Aryen, né le fu concesso di uscire dalla stanza in cui era stata relegata. Per nessun motivo. Regolarmente Tares le faceva avere i pasti principali ed ogni volta la ragazza provava a chiedergli qualcosa di quello che stava accadendo, inutilmente. L'uomo, oltre che cieco, per eseguire alla lettera gli ordini del Drago era diventato persino muto.
E così Aryen passava i giorni alla finestra, guardando i fiori rossi di Blastara che morivano lentamente, falciati dai seguaci del Drago per consentirgli di fare i suoi esperimenti. Lui, infatti, anche se aveva abbandonato i sogni della ragazza, non aveva ancora rinunciato ad impossessarsi dell'enorme potere della terra, che era in grado allo stesso tempo di uccidere e di salvare.
In compenso, anche se era sempre prigioniera, la vita di Aryen stava lentamente tornando alla normalità. Di giorno aveva ripreso a leggere ed a studiare i libri nella stanza di suo padre, mentre di notte aveva smesso di sognare ciò che il Drago voleva. La lontananza da lui l'aveva fatta riflettere e, un poco per volta, la sua mente era tornata lucida ed aveva smesso di provare i forti sentimenti che la travolgevano ogni volta che si allontanava dal Drago. Eppure, in un modo o nell'altro, la sua immagine, i suoi gesti e le sue parole non abbandonavano mai la mente della ragazza. Non c'era un giorno, non c'era un'ora in cui lei non lo pensasse, ma, anche se era convinta che per lui fosse lo stesso, lui non era mai andato a trovarla.
E così, per Aryen erano trascorse infinite giornate sempre uguali e sempre insulse, fino alla mattina in cui, ancora sotto le coperte del letto, il profondo suono del corno d'ebano dei Figli del Drago aveva destato l'intera Blastara. Allora la ragazza si era subito alzata in piedi e, con la strana sensazione che stesse per accadere qualcosa di grande, era corsa alla finestra senza nemmeno vestirsi.
All'improvviso la leggera brezza dell'alba le aveva sfiorato il viso, come in una gelida carezza. Poi, mentre la sottoveste che indossava si faceva aderente al proprio corpo umido di sudore, un odore pungente le era penetrato nelle narici. Nonostante il sole stesse sorgendo davanti a lei, era ancora molto buio. La ragazza inspirò profondamente, scindendo gli odori portati dal vento. Quella mattina profumava di pioggia ed il cielo era grigio e nuvoloso, imperscrutabile. Però, c'era anche un altro profumo nell'aria; uno di quegli odori che non si dimenticano. L'odore del sangue.
Aryen, con uno strano presentimento che le attanagliava lo stomaco, cominciò ad osservare attentamente le terre che circondavano Blastara. A sud, est, ovest... Ma non vide altro che campi vuoti. Il pericolo pareva lontano, eppure il corno dei Figli del Drago aveva suonato svegliando tutti. Perché?
Poi, all'improvviso, la ragazza udì un altro suono profondo, ampio, secco. Un istante dopo ne sentì un altro, e poi un altro ancora, sempre più forte, sempre più rapido, come quello di un enorme tamburo. Tutto ad un tratto in direzione del sole che nasceva scintillò qualcosa e soltanto allora Aryen si accorse che una miriade di picche d'argento stavano marciando verso Blastara.
Ombre scure si stagliavano sul sentiero che conduceva al castello, una dopo l'altra, in un susseguirsi così vicino che la miriade di uomini che marciava pareva quasi un dilagante fiume di mantelli rossi. Il piccolo esercito ricordava il sangue scuro che usciva dalla gola delle bestie; il sangue che quei cavalieri erano venuti a raccogliere ed a spargere sulla terra di Blastara. Aryen sussultò, stringendo le mani al parapetto della finestra. Aveva la gola arida, il cuore in subbuglio.
In capo a quel piccolo esercito c'erano tre figure che cavalcavano appaiate; due senza mantello ed una vestita di un grande drappo color cielo. Nel vedere quest'ultimo sul viso della principessa comparve subito un'espressione incredula e sorpresa.
«Hemas» sussurrò, riconoscendo nel colore limpido del mantello la tenuta dei cavalieri erranti di Eria. La spilla d'argento che il cavaliere portava appuntata sul petto scintillava alla luce del sole, che, minuto dopo minuto, si faceva più alto. Hemas procedeva cauto e spedito in sella a Tempesta, il suo destriero d'avorio, e dietro di lui si estendeva un infinito esercito di mercenari.
In un istante il viso della ragazza si fece scuro. Chissà cosa era stato promesso loro se, a guerra conclusa, fossero riusciti a sconfiggere i Figli del Drago. Blastara, ormai, non aveva più nulla, se non i territori su cui era stata costruita, e, quando i mercenari se ne sarebbero accorti, sarebbe stata la fine...
«Avanti!»
All'improvviso Aryen udì un grido e guardò in basso. Sotto di lei, all'interno della prima cerchia di mura, il Drago stava organizzando la difesa. Con indosso la tunica del comando ed i capelli legati stretti in una coda procedeva veloce tra la folla dei suoi figli, seguito dai suoi due grandi generali. Hewerth e Midnar gli stettero dietro per qualche istante, poi, dopo aver ascoltato gli ordini, si allontanarono da lui per comandare altri uomini.
Improvvisamente ogni persona si mise in moto. Un ragazzino di una dozzina d'anni, carico quanto un mulo, con un fracasso infernale depose una montagna di spade al centro del cortile interno. In quello stesso istante, la barbarica voce di Hewerth si fece sentire.
«Armatevi, Figli del Drago!» ordinò. «E chi non ha arco e frecce venga con me!»
Aryen vide lo stesso ragazzino che aveva portato le armi -anch'esso con gli occhi gialli tipici dei Figli del Drago- asciugarsi la fronte, per poi correre a prendere altre armi. Parimenti a lui, vide tanti altri giovani mettersi in moto e cercare nel mucchio la spada più adatta a loro. Molti di loro facevano fatica ad alzare le pesanti lame e, anche se era chiaro che non era la prima volta che brandivano un'arma, la considerazione di Aryen fu una soltanto: fanteria, carne da macello.
Come aveva fatto suo padre a venire sconfitto da bestie del genere? Come aveva fatto a temerli quasi fossero stati semidei?
All'improvviso la porta della sua stanza si aprì ed Aryen vide apparire Tares, che, con il volto imperlato di sudore, le ordinò di seguirlo. Lei, immaginando già dove sarebbe stata portata, gli obbedì senza opporre resistenza. Prima di procedere, però, si guardò un'ultima volta indietro. Per un istante osservò la scia di sangue, che, passo dopo passo, marciava verso Blastara allo sfrenato ritmo dei tamburi di guerra. Il suo cuore sussultava ogni volta che quel suono profondo e battente infrangeva l'aria. Anche se quel rumore preannunciava la sua liberazione, infatti, Aryen non poteva che averne paura.
Abbandonando quei tristi pensieri la ragazza scosse la testa e poi uscì dalla camera. La finestra della stanza del re donava un'ottima visibilità delle terre circostanti Blastara, ma affacciarvisi durante una guerra si sarebbe potuto rivelare molto pericoloso, sia per il rischio di essere colpiti dalle catapulte, sia perché maggiormente esposta alle fanterie d'attacco. Ecco perché, probabilmente, il Drago aveva ordinato che lei fosse spostata.
Aryen fu portata in cima alla Torre a Ovest, dove si trovava la falconeria. Sottovalutando le strategie del Drago, la ragazza pensò che, lasciandola sola in quel luogo, lui stava commettendo un grosso errore senza rendersene conto. Da là, infatti, avrebbe potuto inviare messaggi a gran quantità, ed aiutare così l'esercito venuto a riconquistare Blastara. Il Drago, però, non era affatto uno stolto e, non appena entrò nella falconeria, la ragazza se ne rese subito conto.
Sin dalle scale della torre, infatti, aveva cominciato a sentire un insopportabile olezzo, che inizialmente non era riuscita a distinguere. Ebbene, una volta entrata in quella che era stata la falconeria, Aryen comprese di cosa si trattava. Era odore di carne morta. Con un tuffo al cuore la ragazza si rese conto di trovarsi davanti ad uno spettacolo macabro quanto quello a cui aveva assistito in seguito alla battaglia con cui i Figli del Drago avevano conquistato Blastara.
Corpi mutilati di falchi, piume e teste d'animale mozzate, con ancora indosso il cappuccio che serviva ad addestrarli, giacevano sparsi sul pavimento. La pareti erano macchiate di sangue e da ogni parte c'erano pezzi d'animale con la carne rossa e le viscere esposte alla vista. All'improvviso la ragazza sentì un conato di vomito partirle dallo stomaco, ma provò a trattenerlo fino all'ultimo. Non voleva che Tares vedesse l'effetto che l'opera del Drago aveva avuto su di lei, e, soprattutto, non voleva che lo riferisse.
Infine, quando Aryen sentì il cieco chiudere a chiave la porta alle sue spalle ed andarsene, si liberò. Aggrappandosi ad un tavolo si chinò verso il terreno e, tossendo, vomitò quel poco che aveva nello stomaco, mentre l'odore di morte che era nell'aria le impediva di respirare e, nelle orecchie, sentiva ancora e soltanto la voce del Drago che si innalzava su tutto: sul suono delle armi che cozzavano, sul rumore degli uomini che si muovevano ed armavano e sul ritmo ossessivo e martellante dei tamburi che battevano a guerra.

«Tu mi appartieni!» gridava.

Il Drago non era uno stupido. La Falconeria era l'ultimo luogo in cui il nemico sarebbe riuscito ad arrivare ed uccidere tutti i falchi aveva un significato soltanto: nessuna richiesta d'aiuto, nessuna salvezza. Aryen aveva sfidato il Drago ed aveva perso. Aveva sfidato il Drago ed altri avevano ed avrebbero pagato per lei. Nei corpi senza vita dei falchi e nei loro occhi scuri, infatti, la ragazza scorse due cose soltanto: la disfatta dell'esercito mercenario e la morte di Hemas. Quello era soltanto un avvertimento.


Il Quarto Sapiente - R.P. - Cap.XIX

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