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Il Re dei Popoli

XIII. La Fuga

 

Con un boato fin troppo simile a quello del tuono, il Drago spalancò di forza le porte della stanza del trono, dove sapeva che i suoi grandi capi si erano riuniti. Il suono del corno aveva destato tutti: Midnar e Hewerth, i grandi generali delle sue armate, e Rakje, il suo Guerriero di Sangue, che stavano attendendo soltanto il Drago per cominciare a parlare.
Aryen lo seguì a piccoli passi, fermandosi dietro alla porta della sala, dove era certa di poter ascoltare e comprendere senza essere notata. Curiosando nella stanza vide, oltre a Rakje ed al Drago che già conosceva, altri due uomini. Entrambi, come ogni Figlio del Drago, erano piuttosto massicci ed avevano le iridi dello stesso colore dell'oro. Uno dei due, quello che reggeva un falco sul polsino di pelle, aveva i capelli così scuri da ricordare la corteccia di un albero secolare, così lunghi da coprirgli persino la bocca. L'altro, invece, decisamente più curato, li portava molto più corti, legati con un laccio di cuoio nero. In lui, Aryen riconobbe l'uomo che le si era opposto soltanto qualche ora prima, quando, entrando in quella stessa stanza, aveva annunciato al Drago di voler uscire dalle mura di Blastara.
«Che cosa succede?» tuonò il Drago con voce possente.
Rakje gli si affiancò, incrociando le braccia sul petto e guardando alternativamente i grandi generali.
Essi, vestiti di pelli d'animali e cuoio, ed armati ognuno di spade e pugnali nascosti, esitavano a parlare, temendo forse la collera del Drago. Midnar faceva scorrere lentamente le dita sull'elsa intarsiata della sua spada, che aveva forgiato il padre di suo padre direttamente nei crateri di Purpurea, mentre Hewerth carezzava le ali del falco appoggiato sul proprio polso, facendolo gorgogliare di piacere. Dopo un istante di silenzio, fu Midnar a farsi avanti ed a parlare.
«Poco fa abbiamo trovato quella bestia sulla cima della Torre Est» disse indicando il falco, che, quasi comprendendo che si stava parlando di lui, infossò la testa tra le ali.
«E che cosa c'è di strano? I falchi volano spesso, giungendo anche molto lontano da casa.»
«Questo non è un falco selvatico. Ha il marchio reale di Blastara su una zampa e pare che abbia portato un messaggio di richiesta d'aiuto da qualche parte a qualcuno.»
Da dietro la porta Aryen ebbe un sussulto. Si portò le mani sul cuore e tese le orecchie.
«Come fate a dirlo?» continuò ad interrogarli il Drago.
In risposta, Midnar indicò il falco con un dito.
«Legato alla sua zampa c'è la risposta di chi ha ricevuto il messaggio.»
All'improvviso gli occhi del Drago, rimasti seri fino a quel momento, si spalancarono ed emanarono quasi scintille d'ira. A grandi passi si avvicinò al falco sorretto da Hewerth.
«Dammi il messaggio» ordinò al generale tendendogli una mano, e lui obbedì. Allontanando il falco dal Drago come per proteggerlo, Hewerth gli tese un foglietto di carta rovinato, ripiegato su se stesso più volte. Il Drago lo distese con stizza e poi lo lesse ad alta voce. «"Resisti. Sto arrivando."»
A quel punto, la sua espressione si fece improvvisamente tesa, mentre iniziava a comprendere. Il Drago rimase in silenzio per qualche istante, riflettendo. Infine, quando fu il momento, si volse verso il prediletto dei suoi generali e lo chiamò con voce profonda.
«Midnar, organizza la difesa della fortezza e della ragazza. Aumenta il numero delle sentinelle e fai tenere pronti gli uomini.»
Poi, preso un pugnale, il Drago stracciò con rabbia e prepotenza il messaggio che il falco aveva osato portare dentro Blastara. La sua voce si abbassò, quasi impercettibilmente, e, mentre sul suo viso compariva il peggiore degli sguardi che possedeva, rivolse il volto severo a nord, da dove era certo che sarebbe arrivato il nemico. Infine, concluse.
«Presto saremo sotto attacco.»


Quella stessa notte il Drago non fece ritorno nella sua stanza. Aryen, rimasta sola nella camera che era stata di suo padre, decise allora di sfruttare l'opportunità che le si era presentata a proprio vantaggio. Soltanto lei, infatti, era a conoscenza della verità celata dalle parole del messaggio ritrovato dai generali del Drago. Soltanto lei sapeva che era stato Hemas a scriverlo, e che si trattava della risposta alla sua richiesta d'aiuto. Certamente il cavaliere stava giungendo per salvarla. Era soltanto questione di giorni, forse di ore.
Aryen lasciò vagare lo sguardo fuori dalla finestra, verso nord. La Lacrima tagliava in due il paesaggio, separando ciò che la ragazza poteva vedere da ciò che la notte avvolgeva nel suo oscuro e mortale abbraccio. Hemas doveva trovarsi nella parte dei Quattro Regni che lei non riusciva a scorgere, dove anche il nemico non avrebbe potuto vederlo ed ucciderlo.
All'improvviso l'espressione della ragazza si fece seria. Hemas era un uomo d'onore, che non avrebbe esitato un solo istante a scagliarsi contro ai Figli del Drago per salvarla. Era un uomo coraggioso, ma sconsiderato. Pur di riportarla in libertà, infatti, Aryen era certa che avrebbe messo a rischio tutto ciò che aveva, compresa la vita. Per questo, temendo il peggio per lui, la principessa decise di tentare quello che altrimenti non avrebbe mai avuto il coraggio di fare: una fuga. Non poteva e non doveva permettere che Hemas giungesse e fosse ucciso dalle bestie che la tenevano prigioniera nella propria casa.
Aryen si guardò intorno. Il Drago, in previsione dell'imminente arrivo di un nuovo nemico, aveva fatto aumentare il numero delle guardie all'interno del palazzo ed alle porte. Però, non aveva considerato che lei, dentro alla stanza dove lui l'aveva lasciata sola, era libera di muoversi; libera di sfruttare i passaggi segreti di Blastara per andarsene.
La ragazza, dunque, cominciò ad esplorare con le dita ogni singola pietra delle pareti. Sapeva che doveva esserci la via di entrata ad un passaggio segreto che portava all'esterno, ma non ricordava precisamente dove. Del resto, fino a quel momento non aveva mai avuto occasione di provare a fuggire. Il Drago aveva sempre fatto in modo che non restasse sola, e non a caso.
All'improvviso Aryen udì un rumore insolito e con un click metallico si aprì un varco segreto in una porzione di muro normalmente nascosta dalle vaporose tende del letto a baldacchino. La ragazza sorrise vittoriosa e poi vi si infilò dentro. Infine, stando attenta a non schiacciarsi le dita, lo richiuse con cura, senza lasciare nessuna traccia di sé alle spalle.
L'ambiente era completamente buio, umido e freddo. L'aria era viziata, carica di odori sconosciuti. Le pareti erano viscide e vicine, tanto da lasciare ben poco spazio ai movimenti. Aryen, però, sentiva di non avere alcuna paura, così si mise subito in cammino, a tentoni. Per capire dove andare si lasciò guidare dal rumore dell'acqua, che, percorrendo le grotte sotterranee di Blastara, risaliva verso la luce del sole.
Camminò china per molti minuti, con la testa incassata tra le spalle e le ginocchia piegate. Nei cunicoli mancava spesso l'aria e così la ragazza fu obbligata a fermarsi almeno un paio di volte per riposarsi. La strada pareva non finire mai, ma quando, infine, la ragazza riuscì a riemergere in superficie, la prima cosa che fece fu inspirare profondamente e guardarsi intorno. Fuori dalle mura di Blastara, Aryen poté finalmente inebriarsi del profumo della sua terra e con esso rinfrancarsi dopo la lunga fatica.
Dall'alto, la luna e le stelle di Shandra la osservavano quasi sorridendo. Erano libere, irraggiungibili, come finalmente era anche lei. Per un momento la principessa di Blastara chiuse gli occhi, immaginando su di sé il caldo tocco del sole di primavera. Inspirò profondamente, poi sfiorò con le dita i petali profumati dei suoi fiori rossi. Sorrise. Espirò. Le sue labbra si inarcarono, mentre i suoi occhi, al contrario, palesarono la profonda tristezza che albergava all'interno del suo cuore. Nel buio, nel silenzio in cui poteva essere libera, la ragazza sentiva che le mancava qualcosa.
Riaprì gli occhi. Erano inspiegabilmente lucidi di lacrime. Perché, anche se era libera, si sentiva così male? Dentro di sé, Aryen si disse che era colpa della malia del Drago che la stregava. Si promise di non piangere e per dimenticare cominciò a correre. La ragazza era fuori dalle mura, ma era ancora molto lontana dalla salvezza. Deglutendo, ricacciò forzatamente indietro le lacrime e prese ad allontanarsi da Blastara, follemente, ciecamente, disperatamente.
Tese le mani al cielo, tese le mani a Shandra, reclamando il suo pietoso abbraccio, ma la Dea dal cuore gelido glielo negò. Le antiche radici su cui Blastara era stata costruita le ostacolarono il cammino. Aryen inciampò all'improvviso e tutto ad un tratto il mondo intero parve girarle intorno. Perse l'equilibrio, cadde a terra e poi sentì soltanto qualcosa di appuntito colpirla in viso.
Non avresti dovuto lasciare che il mio tempio bruciasse, gridò la Dea dal suo infinito manto di stelle, mentre il freddo vento della notte sferzava il viso di Aryen quasi graffiandolo. La Dea non perdona.
Rialzandosi, la principessa di Blastara fu travolta da un dolore lancinante che le attraversò il corpo come una scarica elettrica. Senza comprendere cosa fosse accaduto si passò una mano sulla guancia e la ritrasse per osservarla. Era sporca di sangue. Nella foga doveva essere caduta su sassi aguzzi, che le avevano graffiato il viso.
Le lacrime le salirono agli occhi, ma non fu per il dolore fisico che provava, bensì per la ferita che si era appena aperta all'interno del suo giovane cuore. Improvvisamente Aryen si accorse che c'era un grande vuoto dentro di lei, che richiamava disperatamente ciò che le mancava. Deglutì. No, non aveva bisogno d'aria, ma di ben altro.
Chiuse gli occhi e, privata di ogni forza e volontà, cadde nuovamente a terra. La testa le girava, il respiro le mancava. Improvvisamente intorno a lei svanirono la Dea e le stelle. I fiori di Blastara persero ogni profumo ed i prati che la circondavano ogni colore. Infine, fu soltanto e nuovamente buio.


Quando Aryen riprese i sensi si sentiva ancora male. La testa le girava e faceva fatica a respirare. Aprendo timidamente gli occhi, la ragazza diede fondo ad ogni forza che aveva in corpo per sollevare il viso e guardarsi intorno. Era nuovamente all'interno di una delle stanze di Blastara e davanti a lei c'era una figura che la stava fissando. La ragazza impiegò qualche minuto a riconoscerla, ma, non appena si accorse che si trattava del Drago, ebbe la strana sensazione di stare subito meglio.
Sospirò, ammirandolo. I capelli lunghi, liberi e sciolti, gli coronavano il viso. La tunica del comando gli adornava il fisico asciutto, evidenziando le spalle larghe. Gli occhi chiari, quasi bianchi nel buio, la osservavano adirati. Tutto ad un tratto, e senza capire perché, Aryen sentì un peso premerle sullo stomaco.
«Perché sei scappata?»
La voce del Drago la colpì all'improvviso, come un pugno in pieno viso. Era fredda, distaccata, irata. Era come lei non l'aveva mai udita. Presa dalla paura, Aryen non rispose ed allora, come lo schiocco di una frustata, il Drago la schiaffeggiò. Il sangue della ragazza schizzò sulle bianche pareti di Blastara, tingendole dello stesso colore della morte. Tuttavia lei non gridò, ma prese a piangere silenziosamente mordendosi le labbra.
«M-mi dispiace» riuscì a sussurrare fievolmente dopo qualche istante. Il Drago, però, parve non ascoltarla e la colpì di nuovo. Ancora una volta lei non gridò, ma pianse lacrime di sangue.
Nel pesante silenzio che si era creato, Aryen vide il Drago inginocchiarsi accanto a lei e sentì il tocco delle sue mani fredde sulle proprie guance. Lui le sollevò il viso di forza, obbligandola a guardarlo in faccia. Poi la fissò severamente. I suoi occhi non erano più carichi di collera, ma Aryen non riuscì a comprendere quali sentimenti si agitassero dentro di lui. Forse per questo ne ebbe paura.
«Dovresti vedere come sei in questo momento» le disse addolcendo il tono. «Dovresti vedere come ti ha ridotto la lontananza da me.»
«Mi dispiace» ripeté ancora lei, come in una nenia. Aryen si rese conto di non essere capace di dire altro. Aveva la testa vuota, il cuore attanagliato dalla sofferenza.
«Non farlo mai più» concluse infine il Drago con difficoltà, avvolgendola nel suo mortale abbraccio. «Non farlo mai più, o sarò costretto ad ucciderti con le mie stesse mani» le sussurrò all'orecchio.
Nella minaccia, la ragazza volle percepire il bisogno che lui aveva di lei. Volle sentirsi indispensabile. Nel tono della voce dell'uomo, volle avvertire lo stesso vuoto che aveva provato anche dentro di sé e che l'aveva gettata nel panico. Aryen volle mentire a se stessa.
Poi, spinta dal desiderio di farsi perdonare, la ragazza si tese verso l'uomo, senza in realtà riuscire a muoversi. Fu soltanto allora si accorse di avere le gambe e le braccia legate ad una delle sedie della stanza. Aryen aprì la bocca per parlare, per chiedere una spiegazione, e fu allora che vide il Drago voltarle le spalle ed andarsene.
La ragazza lo seguì con lo sguardo fino a vederlo sdraiarsi sul letto. In quel momento desiderò più di ogni altra cosa gridargli di tornare indietro e di voltarsi. Però, non disse una parola. L'orgoglio le impedì di supplicarlo con la voce, di cedere a lui e di mostrarsi debole. Aryen si morse le labbra, deglutendo forzatamente. Con un soffio il Drago spense l'unica candela della stanza e l'oscurità l'avvolse ogni cosa, fuori e dentro al castello.
Quella notte, come il cielo di Shandra non mostrò agli uomini alcuna stella, così il Drago non mostrò ad Aryen nessun sogno. E la ragazza, per la prima volta nella propria vita, si sentì davvero sola. Sola, come non era mai stata.


Il Quarto Sapiente - R.P. - Cap.XIII

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