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Il Re dei Popoli

XI. I Due Futuri 

 

Quella sera, per la prima volta, Aryen si pentì di non trovarsi nella prigione dei sotterranei e desiderò essere in qualunque altro posto, al di fuori che nella stanza che era stata di suo padre e che, dopo la sua morte, era diventata del Drago.
Quella notte non c'era vento. Faceva freddo e la luna, che stava iniziando a scomparire dal cielo, pareva essere più pallida del solito. Era una notte buia, illuminata soltanto dal grande fuoco che aveva divorato con le sue lingue suadenti il corpo del valoroso Arthur di Blastara ed il Tempio della Dea. Quella sera il Drago aveva offeso tutte le più antiche tradizioni in cui Aryen aveva sempre creduto, ma almeno non l'aveva toccata.
Quando lui l'aveva presa in braccio e l'aveva portata in quella stanza, la ragazza aveva temuto il peggio. Quando poi l'aveva guardata con i suoi maledetti occhi d'oro e lei aveva sentito un tuffo al cuore, allora Aryen aveva compreso che, qualunque cosa le avesse fatto, non sarebbe mai riuscita a ribellarsi. Però, alla fine, il Drago non l'aveva nemmeno toccata. Si era semplicemente limitato a gettarla sul letto ed a sdraiarvisi accanto.
«Non c'è alcuna soddisfazione ad ottenere le cose con la forza» aveva detto. «Tanto prima o poi cederai, e senza che io usi alcuna violenza o inganno. Quello sarà il giorno della mia completa vittoria.»
Il Drago aveva parlato con calma, saggezza e fermezza, come se fosse certo di riuscire ad ottenere da lei tutto ciò che voleva, mentre un diabolico sorriso gli si dipingeva in viso.
A quelle parole Aryen aveva sentito un’incontrollabile rabbia nascerle dentro.
Sfogando tutta l’ira che aveva trattenuto fino a quel momento l’aveva offeso, gridando. Poi aveva giurato al re dei barbari ed a se stessa che quello che lui si augurava non sarebbe mai accaduto.
Lui, però, non l'aveva nemmeno ascoltata. Comportandosi esattamente come se lei non avesse detto nulla, aveva semplicemente chiuso gli occhi e si era addormentato profondamente.
Aryen si era domandata a lungo se il Drago si stesse fingendo disinteressato per poi colpirla nel sonno, ma poi, osservandolo, si era resa conto che lui aveva davvero abbassato la guardia.

Il viso del re barbaro era diverso dal solito; era più sereno e rilassato. Era più bello. Il suo petto si alzava ed abbassava lentamente, ritmicamente. Aryen poteva addirittura intravederlo al di sotto della tunica semiaperta. Era ampio e forte, ma non mastodontico come quello di Rakje o degli altri Figli del Drago. Lui era diverso; era più umano e... più attraente. Il respiro della ragazza si fece più accelerato. Ma cosa stava pensando? Negli occhi di lei, senza che si rendesse conto di nulla, balenò una strana luce, quasi magica.
No, si disse scuotendo la testa, non doveva pensare a certe cose. Lui era il nemico; lui era la bestia che aveva ucciso suo padre. Avrebbe dovuto odiarlo, eppure la ragazza non riusciva a fare a meno di guardarlo con interesse sempre crescente. Ma come diavolo era possibile?
Aryen si sentiva a disagio. Quella era la prima volta che era cosciente nello stesso letto di un uomo; che poteva osservarlo così da vicino. Perché il Drago, nonostante tutto, non era soltanto una bestia, ma anche un uomo.
Nel sonno, Aryen lo vide sorridere. Le labbra sottili del Drago non assunsero la piega sinistra che lei gli aveva sempre visto, ma le parvero più sincere, quasi divertite.
Che lui sapesse a cosa stava pensando?
Senza troppo riflettere Aryen tese nuovamente le mani verso il viso del Drago, questa volta non per ucciderlo, ma soltanto per toccarlo, con curiosità.

«Il Drago non dorme mai.»

All'improvviso una voce dal timbro calmo e profondo la fermò e così, bloccando i suoi gesti, Aryen si guardò intorno. La stanza era deserta. Da dove veniva quel sussurro?

«Il Drago è sempre sveglio.»

La ragazza si voltò nuovamente, guardandosi alle spalle. Si ricordava di aver già sentito quella voce, ma dove?
«Chi sei?» chiese attendendo qualche istante in silenzio, modulando persino il respiro, ma la voce non le rispose.
Infine, spaventata, Aryen si avvolse nelle coperte, strappandole al Drago che le dormiva accanto. Era stata una giornata dura e lei era molto stanca, tanto da credere persino di sentire le voci. Con gli occhi già velati dal sonno guardò lo splendido cielo di Blastara, ricercando in esso la forza ed il coraggio di cui aveva bisogno.
Quella notte era buio. La luna calante era pallida e la stella di Shandra... No, quella non riusciva più a vederla sin da quando il Drago aveva bruciato il Tempio della Dea. Aryen avrebbe dovuto odiarlo, eppure... Voltandosi nel sonno, le braccia del Drago la cercarono, fino a trovarla ed a stringerla nella loro morsa decisa. Nel dormiveglia lei non si oppose. Infine chiuse gli occhi.
Il Drago era forte, ma non violento. Era astuto, calmo, sempre vigile. Aryen avrebbe dovuto odiarlo, poiché lui aveva ucciso suo padre e guidato i suoi seguaci alla conquista di Blastara. Eppure, allo stesso tempo, la ragazza lo apprezzava, perché, nonostante comandasse uno stuolo di bestie, rifiutava la violenza ed aveva la totale e completa obbedienza dei suoi uomini. Il Drago era carismatico e coraggioso. Il Drago era sicuro di sé e paziente, continuava a ripeterle una voce dall’interno, proprio nel momento in cui lei era più debole e malleabile.

Ed intanto, nel buio di una cella sotterranea, occhi chiari si dibattevano nel tentativo di avvisare la ragazza del pericolo che correva.
«Attenta! Lui ti inganna...»
Lugubri catene strisciavano sul pavimento di terra battuta, accanto a corpi di roditori carbonizzati.
«Non cadere nella sua trappola!»

No, i sentimenti che si agitavano nel cuore della ragazza erano troppi, e troppo contrastanti perché potesse arginarli all'interno del proprio corpo in una notte così strana. Aryen non si oppose all'abbraccio del Drago, ma, pian piano, lasciò che le lacrime solcassero il suo viso, disperdendosi sul cuscino. Da quando Blastara era caduta, suo padre era morto e sua madre svanita nel nulla non aveva mai pianto davvero. Quella fu la prima volta e, con le lacrime, Aryen si liberò finalmente di tutto il dolore che aveva provato fino a quel momento, dimenticandolo per sempre.


Quella notte, Aryen sognò la sua Blastara così com'era un tempo, fiorita e magnifica. Rivide la terra che aveva imparato ad amare e conoscere sin da bambina, soltanto che nel sogno era già una splendida donna. Sedeva sul trono, con al capo una corona di fiori rossi. Teneva stretta tra le sue la mano di un uomo che le parlava.
«Questo è il nostro posto» le diceva lui con voce ferma, mentre le rivolgeva un ammaliante sorriso. «Il luogo dove i nostri due popoli potranno vivere insieme felici.»
Aryen si voltò verso colui che amava più della sua stessa vita, che onorava ogni giorno quasi quanto i fiori rossi da cui traeva la propria forza. Lo guardò negli occhi, che alla luce del sole scintillavano come una colata d'oro fuso, e gli sorrise con amore.

«Lui ti inganna...»

All'improvviso una voce si intromise nel sogno, ed il mondo di pace che Aryen stava scorgendo cambiò radicalmente. Al suo posto la giovane principessa di Blastara vide la guerra. Vide armate di mezzi uomini e metà bestie marciare, vide cavalieri avvolti in armature di cuoio brandire spade, che, nel tramonto di un'era, scintillavano di una luce rossa come il sangue. Vide uomini, donne e bambini supplicare pietà, mentre lei, potente come non mai, con un cenno del capo decideva del loro futuro. Vide morte, guerra e sofferenza, mentre la risata del Drago e della sua, insieme, troneggiavano sui Quattro Regni.


Aryen si svegliò di soprassalto con un nodo alla gola. Il respiro le si bloccò nel petto e prese a boccheggiare in preda al panico, mentre il cuore le batteva così forte da ricordare il suono dei tamburi prima di una battaglia. Il Drago, che si era addormentato accanto a lei, era già svanito.
Cosa stava succedendo? Di chi era quella voce? E perché aveva fatto quel sogno?
Dentro di lei, in risposta, si fece largo una nuova certezza.
Io, stanotte, ho visto la scelta dei futuri che mi aspettano.


Quella mattina Aryen si destò al sorgere del sole, in seguito ad una lunga nottata di incubi. Sentiva il bisogno di rinfrancarsi, e sapeva che per farlo c'era un modo soltanto. Incurante dell'ombra di Tares, che scorgeva poco oltre l'uscio semiaperto della stanza, la ragazza organizzò per sé un lungo bagno. Sentiva la necessità di riconoscere allo specchio la se stessa di un tempo. Con cura grattò via ogni traccia della prigionia dalla sua pelle rosea e delicata e poi si pettinò i capelli a lungo, fino a farli tornare lucidi e lievemente ondulati come quelli di suo padre.
Infine aprì l'armadio con i vestiti che erano stati di sua madre e ne scelse uno, indossandolo. A quel punto, riguardandosi allo specchio, Aryen poté finalmente riconoscere nell’immagine che vedeva qualcosa della se stessa del passato. Lavata, finemente vestita, si rese conto di sembrare nuovamente una principessa. Tuttavia, osservandosi, non riuscì a fare a meno di notare quanto fosse cresciuta e cambiata in pochi giorni. Pareva quasi un’altra persona, più matura e più seria. Con un tuffo al cuore, la ragazza desiderò una cosa soltanto per riuscire finalmente a fare ordine nella sua vita ed a guardare così al futuro: tornare a correre nei campi intorno alla sua casa, dove la magia dei fiori rossi da cui tutti i governanti di Blastara prendevano la propria forza l’avrebbe protetta.
Però, Tares, sempre vigile dietro di lei, non glielo avrebbe mai permesso. Per questo, senza troppo pensare, Aryen arrivò all'unica conclusione possibile: sarebbe stato il Drago a portarla dove voleva, bastava soltanto convincerlo e lei sapeva già come fare.
«Tares» chiamò. Subito, vide l'uomo accanto alla porta della stanza alzare la testa e tendere le orecchie, così continuò. «Puoi portarmi dal Drago?»
Il Figlio del Drago, che tutti giudicavano essere soltanto l'ombra del se stesso del passato, annuì ed iniziò a fare strada alla ragazza, barcollando ed appoggiandosi al suo bastone.

Tares la condusse in una delle stanze ai piani alti di Blastara; una delle poche da cui era possibile godere della vista di tutte le terre che si estendevano oltre i campi di fiori rossi che circondavano il castello. Aryen, appoggiandosi al davanzale di una delle finestre dell’anticamera che precedeva la stanza in cui il Drago doveva trovarsi, per un istante lasciò vagare lo sguardo lontano.
A Oriente, verso il mare, gli azzurri stendardi di Torre di Cristallo battevano il vento. Dietro il gigantesco forte di pietra e ghiaccio cominciavano le montagne su cui, dritto davanti a loro ed oltre le punte nere delle Torri di Hecatoor, era impiantata Purpurea, la città del fuoco e dei mastri artigiani delle spade. Infine, ad Occidente, tra le nebbie delle montagne più alte, Aryen sapeva trovarsi Eria, la città del volo.
Quello era il luogo che, sin da piccola, aveva sempre desiderato visitare. Si diceva che là gli uomini avessero scoperto come galleggiare sull’aria senza usare alcuna magia, e questi racconti l’avevano sempre affascinata. Poi, però, per questioni di sicurezza, suo padre le aveva sempre proibito di muoversi dal castello. Era stato lui ad insegnarle che i veri pericoli erano fuori da Blastara, ma lei, stupidamente, non gli aveva mai creduto. Il tempo, alla fine, le aveva crudelmente insegnato che ad avere ragione era sempre stato suo padre. I Figli del Drago, ad esempio, venivano da lontano e non avevano portato che morte e distruzione nella sua terra.
All’improvviso Aryen udì un suono secco e si voltò. Tares aveva bussato alla porta di una stanza, che poco dopo si aprì, rivelando la figura di un uomo prestante, ma non mastodontico. A differenza degli altri Figli del Drago portava i capelli corti, legati da una specie di cerchietto di cuoio. Aveva la barba curata, fatta di recente, ma come tutti gli stranieri aveva addosso un inconfondibile odore di bosco silvano.
«Cosa vuoi, cieco?»
La sua voce per nulla accomodante o rispettosa si abbatté sul viso del povero Tares con una glacialità quasi sorprendente.
«La Principessa chiede di parlare con il Drago» rispose lui senza farsi intimidire.
Ormai doveva essere abituato ad essere schernito dai suoi simili. Nei Figli del Drago la forza fisica era fondamentale e chi non era in grado di difendersi veniva lasciato morire solo. Nessuno avrebbe mai incrociato la lama per altri, ma tutti erano disposti ad obbedire ciecamente al Drago. Nel ripensare al povero Tares, malgiudicato da tutti tranne che dal Drago, Aryen si accorse che c'era una sorta di contraddizione nella loro cultura, che faceva basare tutto sul suo valore presente, e non sulla storia dell'uomo.
All'improvviso il Drago apparve sulla soglia e guardò subito Aryen negli occhi con una chiara espressione di disappunto.
«Perché mi disturbi?»
«Vorrei uscire dalle mura, per cogliere qualche fiore rosso.»
«Perché?»
«Per ricercare la giusta miscela capace di produrre il liquido bianco che cura ogni male, così come tu mi hai chiesto.»
Aryen mentì, nella speranza che lui non si opponesse. Il Drago la guardò negli occhi, indagando la sua sincerità. Era chiaro che sapeva che la ragazza stava mentendo, però, in virtù del coraggio che aveva mostrato venendo direttamente da lui, non volle rifiutarle quella ben piccola cortesia.
«E sia» rispose «ma io verrò con te.»


Fuori da Blastara si respirava un'aria diversa. Nei campi non c'erano corpi in putrefazione, ma soltanto fiori. Tanti, meravigliosi, profumatissimi fiori rossi. Mentre camminava Aryen sorrideva felice, traendo forza dalla miriade di gemme scarlatte che sfiorava con le punte delle dita. Si sentiva diversa e, effettivamente, lo era anche agli occhi del Drago che la seguiva passo dopo passo.
Ad un tratto il Drago si distrasse, chiudendo gli occhi e spendendo un pensiero per il luogo che lui ed i suoi compagni avevano lasciato: le montagne del Fato, la loro casa. Come Aryen nel suo mondo, così loro nei boschi erano invincibili. Infine essersene andati si era rivelato tragico. Molti uomini non avevano capito l'importanza di quella partenza, e spesso il Drago aveva letto nei loro occhi il malcontento e la nostalgia. Però, la decisione che lui aveva preso per tutti non era stata una scelta, bensì una via obbligata.
La loro terra stava morendo e nel giro di pochi anni non ci sarebbe più stato di che sopravvivere. Tanto valeva lasciarla subito, finché lui era forte ed era in grado di condurre il suo popolo alla vittoria. Anche a lui l’odore dei pini e della rugiada che si posava nella notte mancava spesso, così come aveva nostalgia del silenzio così completo ed avvolgente che regnava tra le montagne. Però, sapeva anche che ormai era troppo tardi per guardarsi indietro.
Scacciando i fantasmi del passato il Drago riaprì gli occhi, che, baciati dal sole, parvero quasi brillare. All'improvviso, però, da severo il suo viso si fece adirato. La ragazza che stava camminando davanti a lui era svanita.
Senza pensarci due volte il Drago sfoderò la spada ed iniziò a recidere i fiori rossi, che, con i loro gambi alti fino alle sue cosce, avrebbero potuto nasconderla ovunque.
«Dove sei?» gridò devastando l'unica cosa che ancora non aveva toccato a Blastara, ed in breve la voce di Aryen gli rispose con tono rabbioso, urlando a sua volta.
«Perché uccidi i miei fiori?» gridò emergendo dal mare rosso ed accusandolo con lo sguardo. «Tu sei proprio una bestia.»
Davanti a quell'offesa il Drago non si arrabbiò, ma non rimase neppure in silenzio. Rinfoderò la spada, guardandola con fermezza, e le rispose a tono.
«Stai attenta, donna. Tu mi chiami "bestia", ma io e te non siamo poi così diversi, in fondo.»
«Ti sbagli.»
«Perché?»
«Perché voi distruggete ed uccidete per il solo piacere di farlo» disse Aryen accarezzando le teste dei fiori, che, sotto al suo tocco, parevano quasi rianimarsi e farsi più belli. I capelli rossi, ampi e lucidi, le coronavano il viso bianco, da cui emergeva uno sguardo brillante come quello di una pantera nella notte. In quel luogo si sentiva forte e, forse, lo era davvero come non mai. Però, il Drago sapeva di esserlo di più. Doveva ancora nascere la donna in grado di sconfiggerlo.
«Tu non hai mai desiderato uccidere nessuno?»
Come un demone ingannatore, lui la tentò e gli occhi di della ragazza ebbero un sussulto. Entrambi conoscevano già la risposta.
«La differenza tra noi e voi è evidente» precisò subito Aryen. «Voi fate davvero ciò che pensate, non vi fate limitare dal buon senso o dalla ragione.»
«Noi siamo sinceri, con noi stessi e con gli altri. Voi uomini, invece, perpetuate inganni e tradimenti alle spalle dei vostri simili e delle altre creature, che è molto peggio.»
Aryen rimase per qualche istante in silenzio, pensierosa. Ormai lui aveva capito che lei gli aveva mentito per tornare a correre nei campi di Blastara, però, pur sapendo di essere lei la prima ad aver sbagliato, volle avere l'ultima parola.
«Un mondo dove ognuno fa quello che vuole è il caos.»
«Non ho detto che ognuno fa ciò che vuole, ma che è sincero con se stesso, come invece tu, ad esempio, non sei capace di fare.»
«Questo non è vero» gridò la ragazza all’improvviso, colpita nell'orgoglio da quel giudizio, che, in fondo, sapeva non essere del tutto falso.
«Tu mi sogni di notte e non ti dispiace giacere con me.» Aryen avvampò ed il Drago, colta la sua debolezza, se ne approfittò subito. «Tu arrossisci ogni volta che mi avvicino troppo a te» disse avanzando verso di lei, fino ad arrivarle vicinissimo al viso. «Tu dici di odiarmi e mi chiami "bestia", ma sono pronto a scommettere che non riusciresti mai a farmi del male» concluse infine soffiando con il fiato gelido sulle labbra della ragazza, che sostenne il suo sguardo, se pur con qualche tentennamento.
«Questo non è vero.»
«E allora colpiscimi» le gridò in faccia, battendosi le mani sul busto. «Graffiami o percuotimi.» Nella foga il Drago le aveva preso le mani e se le era appoggiate sul petto. «Però non raccontarmi menzogne. Non dirmi che sono una bestia e che mi odi, se poi non sei in grado di guardarmi in altro modo che desiderandomi. Io sento i battiti del tuo cuore, le tue paure ed i tuoi desideri. Essendo per metà un Drago percepisco tutto di te, molto meglio di quanto tu riesca a fare.»
Le mani di Aryen, strette tra quelle del Drago, tremavano e lei faceva fatica a respirare. Sentiva il cuore batterle freneticamente in petto ed un grande desiderio arderle dentro, come un fuoco.
«E' colpa della tua malia, se a volte abbasso la guardia» sussurrò, ma il Drago non lasciò che lei provasse ancora a mentirgli e la sbugiardò subito.
«Ora siamo qui, nella tua terra. Siamo solo io e te, e non sto usando alcun incanto. Dunque, perché ti batte così forte il cuore?»
La ragazza non seppe cosa rispondere. Il fiato gelido del Drago si abbatteva con violenza sul suo viso. Il suo odore silvano si sposava perfettamente con quello selvatico dei fiori di Blastara, attraendola e seducendola mortalmente. Aryen non aveva modo di sottrarsi a quel miscuglio perfetto di odori. Forse non era vero che non c'era alcun inganno, ma se il Drago, che si diceva sincero, non le stava mentendo, allora perché si sentiva così a disagio a stare con lui?
«Ho paura di te» mentì infine chinando lo sguardo, provando a nascondere a lui ed a se stessa il reale motivo che la faceva sempre sentire inquieta.
Il Drago non le credette nemmeno per un istante, anzi, leggendole dentro rise di lei. Poi la prese in braccio e la depose a terra, tra i fiori di Blastara. Non disse nulla. Semplicemente, fissandola negli occhi le si sdraiò accanto. Il suo viso era vicinissimo a quello della ragazza.
«Un tuo cenno, ed io mi fermerò» le sussurrò con voce profonda, provocandole un brivido lungo la schiena.
Non attese nessuna risposta e poi, avvicinatosi alle labbra di lei, le fece sue. Fondendo con lei il suo respiro freddo, la sentì rabbrividire e sorrise. Lei non si oppose al suo gesto, né si piegò, ma lui la sentì sospirare e questo gli bastò per comprendere di avere ragione. Non serviva alcuna malia per piegare il suo fragile cuore umano.
Lentamente, un poco per volta, il Drago l’attrasse a sé, mentre il suo bacio si faceva più passionale e lui accelerava il ritmo naturale di quel loro intimo contatto. Con le mani strinse Aryen a sé, inspirando profondamente il suo profumo e saziandosi con esso. Odore di fiori, odore della donna che stava diventando...
All'improvviso una folata di vento mosse le teste dei papaveri, ed essi si fecero cangianti alla luce del sole, come le fiamme di un fuoco. Le bianchi torri di Blastara, dall'alto, divennero silenziose spettatrici di ciò che stava accadendo ai loro piedi.
E' peccato mischiare le diverse nature! gridarono con la stessa saggezza degli anziani. La Dea non perdona. Ma Aryen non volle ascoltarle.
Il suo cuore inquieto si era calmato all'improvviso, nel momento stesso in cui il Drago l'aveva toccata, e la sua mente aveva finalmente dimenticato il dolore. Era tra i fiori della sua terra, ma si sentiva piacevolmente persa in un bosco straniero. Là dove il Drago l'accarezzava, avvertiva il ristorante e delicato tocco dello scorrere d'acqua di un ruscello. Là, dove la lingua di lui incontrava i suoi gemiti, Aryen si sentiva per la prima volta donna e dimenticava ciò che era stata in passato.
Perdendo la testa la ragazza si concentrò soltanto sul tocco del Drago, inseguendolo, ricercandolo, desiderandolo. Gettò le braccia intorno al suo collo e lo strinse a sé. Poi, quando lui staccò le labbra da quelle di lei, Aryen schiuse gli occhi velati di passione ed i due si scambiarono un lungo ed intenso sguardo. La ragazza respirava a fatica e stentava a riconoscersi nell'immagine di sé che vedeva riflessa nelle iridi del Drago. Stretta a lui, con i capelli rossi sparsi sul terreno, Aryen si sentiva già una splendida donna, una magnifica regina. In quell'immagine, la ragazza vide il destino che voleva per sé. Si vide forte, bella e potente, amata dal Drago ogni giorno della sua vita.

Tu-tum... Tu-tum... Tu-tum... Tu-tum...

Il cuore le batteva così veloce...
Aryen avvicinò le mani al viso del Drago e, accarezzandolo, lo attrasse timidamente ancora a sé, ma lui non volle avvicinarsi a lei. Tutto ad un tratto la ragazza si accorse che lo sguardo di lui era calmo e distante. Guardava verso le torri di Blastara, da dove proveniva il profondo suono di raccolta dei corni d'ebano dei Figli del Drago.
Avvertendo quel boato così simile al rombo della tempesta anche Aryen si destò e, piegandosi sui gomiti, sollevò la testa.
«Cosa succede?» chiese con le guance ancora rosse ed il respiro rapido.
La bocca del Drago si piegò aspramente.
«Nulla di buono.»


Il Quarto Sapiente - R.P. - Cap.XI

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