Il Re dei Popoli
X. La Città dei Mercanti
Khajil, che prima di allora non era mai uscito dalle mura di Hecatoor, non riuscì a contenere un gridolino di emozione davanti al fastoso portone di Temma, la città dei Mercanti. Le alte mura che la circondavano erano bianche come la neve, mentre le punte che le rendevano inscalabili erano rosse ed arancioni come le fiamme di un fuoco. C'era uno strano materiale che le ricopriva, che, se colpito dal sole, pareva quasi brillare di luce propria. Per questo, anche di notte, la città di Luce –così era anche chiamata Temma- era ben visibile anche da molte leghe di distanza.
Una volta attraversato il portone, i due viaggiatori furono subito accolti festosamente da saltimbanchi e ballerine dal profumo dolce come quello delle margherite appena colte. Facendo acrobazie impensabili, essi ruotarono intorno al ragazzo ed al cavaliere, provando ad impressionarli sempre con il sorriso sul volto per ricevere qualche offerta. Hemas, però, non rallentò il suo incedere frettoloso, né mise mano al borsello, anzi, incitò Khajil a proseguire senza voltarsi indietro.
«Sbrigati!» gli ordinava continuamente in modo che gli obbedisse.
Il ragazzo, però, profondamente colpito da quello sfoggio di profumi e colori a cui non era abituato, faceva fatica a non rallentare per guardarsi intorno. Era chiaro che aveva l'impulso di fermarsi, ma Hemas, tornato indietro sui suoi passi, gli strappò le briglie di mano e lo guardò severamente.
«Noi siamo solo di passaggio, non dimenticarlo.»
«Pensavo che dovessimo andare subito a Blastara per salvare Aryen, ma dato che hai voluto fermarti qui mi volevo almeno guardare intorno» si spiegò il ragazzo. «A proposito, perchè siamo a Temma?»
«E' una sosta obbligata» spiegò lui contrito. «Non pensare che mi faccia piacere tornare in questo postaccio.»
Poi il cavaliere si avvicinò a Khajil e, abbassando un poco la voce, gli sussurrò nell'orecchio.
«Questa città è molto pericolosa. Tutto ciò che ti piace può nascondere un'insidia. Il popolo di Temma può sembrare gente comune, ma ricorda che prima di ogni cosa, prima della tua vita, del rispetto e dell'onore loro guardano al proprio guadagno. Non dar modo di pensare che hai con te qualcosa. Mai.»
Poi, il suo tono ritornò normale.
«A volte, esistono inganni molto peggiori della magia vera e propria.»
I due cavalcarono per diversi minuti, fino a giungere alla periferia della cittadina, ma sempre dentro le mura. Lì Khajil vide una schiera di piccole casette che appartenevano alla "gente ricca" di Temma. Erano abitazioni molto ridotte, isolate, ma ben protette da un pugno di guardie. I loro proprietari, infatti, si erano uniti e, insieme, avevano comprato il bene più prezioso: l'uomo, perchè a Temma, a differenza delle altre città dei mercanti, non esisteva davvero nulla che non si potesse comprare, compresa la fedeltà.
I Mastini -così erano chiamati i guardiani a pagamento nella città dei Mercanti- giravano continuamente tra le case, armati delle loro tipiche lunghe lance bianche. Ognuno di loro aveva anche una spada appesa alla cinta, nonché pugnali nascosti negli stivali o nelle maniche, ma la lancia era senza dubbio la loro arma preferita. Essi non dormivano mai e sia di giorno che di notte non permettevano a nessuno di avvicinarsi alle case dei loro padroni, previo loro consenso. Indossavano un ampio mantello giallo, molto simile per fattura a quello leggero dei Mercenari, che, come loro, facevano del sangue altrui la loro merce di scambio.
Non appena Hemas si avvicinò al piccolo recinto che circuiva le case dei ricchi nel suo abbraccio, due Mastini gli si avvicinarono e, incrociando le lunghe lance bianche, gli sbarrarono la strada. I loro visi severi erano ricoperti dalle cicatrici e così, istintivamente, Khajil si ritrovò a pensare che in passato dovevano aver affrontato davvero molte battaglie.
«Non avete nulla da temere da me» chiarì subito il cavaliere alzando le braccia in segno di pace, lasciando la destra, monca, ricoperta dal mantello. «Sono qui per una donna: Marea. Lei mi ha fatto chiamare.»
«Abbiamo l'ordine di non fare avvicinare nessuno, per nessun motivo.»
Hemas allora, lentamente, mise una mano sotto al mantello e ne estrasse una moneta d'argento, lasciando tintinnare il borsello in modo da far capire alle guardie che, se l'avessero ascoltato, sarebbero state ben pagate.
«Chiamatela, e lei vi confermerà la mia storia.»
I Mastini si scambiarono una rapida occhiata. Poi uno di loro prese la moneta e, dopo averla saggiata con i denti per vedere se era vera, si avviò verso una delle casette. Poco dopo ne uscì seguito da una donna. Non era più nel fiore degli anni, ma il suo aspetto aveva un non so che di particolare. Aveva i lineamenti molto marcati, quasi mascolini, ed allo stesso tempo profondi occhi blu come il colore del cielo che precede la notte. Indossava una lunga veste di colore azzurro che ne nascondeva le forme prosperose, ma era chiaro che era ancora veramente molto bella.
Non appena vide Hemas sorrise, ma, contemporaneamente, il suo viso fu attraversato da un'ombra che parve nascondere abbastanza abilmente. Khajil, guardandola, provò una sensazione di disagio.
«Pensavo che vi foste dimenticato di me, cavaliere. Una volta venivate a trovarmi spesso, ma adesso... Cosa sono? Cinque anni?»
«Forse anche un poco di più. Possiamo congedare le guardie? Dobbiamo parlare.»
Con un cenno del capo Marea fece allontanare i due Mastini e poi invitò Hemas a seguirla.
«Venite, lui adesso sta riposando.»
La donna aprì la porta della sua umile dimora ai due stranieri. Li fece accomodare alla sua tavola offrendo loro biscotti, vino e miele, ed infine fu lei a prendere la parola.
«Cosa vi porta qui, dopo tanto tempo?»
«Blastara è caduta.»
Il viso della donna non mostrò alcuna emozione. Le sue mani, che stavano versando il vino nelle coppe, non tremarono neppure per un istante, nonostante la gravità della notizia che le era appena stata data. Hemas allora continuò.
«Aryen, la figlia di Arthur di Blastara, è in mano nemica e ho ragione di temere il peggio» ammise ripensando al sangue che aveva visto sul biglietto portato dal falco. «Posso radunare un manipolo di uomini e liberare il palazzo, ma darmi da fare è inutile, se non c'è un erede in vita. Per questo sono qui, per pretendere ciò che ti ho lasciato un tempo.»
«Il ragazzo non può viaggiare» tagliò corto lei, divenendo quasi acida.
«Il tuo compito era prenderti cura di lui finché non l'avessi richiesto, ricordi? Non mi importa cosa tu credi possa o non possa fare. Io voglio vederlo, ora, e lo porterò via con me.»
«Siete arrivato tardi, cavaliere. Troppo tardi» tagliò corto guardando Hemas negli occhi con serietà e posando la brocca sul tavolo con un suono secco.
Il cavaliere, allora, con uno scatto si alzò in piedi e la sedia su cui si era accomodato cadde pesantemente a terra. I suoi occhi azzurri divennero taglienti, mentre quelli della donna, divenuti scuri come i suoi capelli d'inchiostro, si fecero aspri e duri come la roccia. Anche se non avevano armi in mano, i due si stavano fronteggiando.
Hemas non si curò di essere in casa d'altri ed iniziò a frugare nelle varie stanze. Spostata la tenda variopinta che nascondeva la cucina vi entrò, poi procedette in quella che si rivelò essere la camera da letto della donna, ed infine giunse nell'ultima stanza. La porta era chiusa con un chiavistello, ma Hemas non se ne curò. Certo come non mai di trovare lì chi stava cercando aprì la porta con un calcio ed entrò prepotentemente.
La camera era silenziosa, ma sul piccolo letto accanto alla finestra il lenzuolo tirato mostrava la figura nascosta di qualcuno che stava dormendo. Alla vista di quella piccola sagoma il cavaliere sorrise e poi gli si avvicinò. Inginocchiandosi accanto al letto, Hemas tolse con delicatezza il lenzuolo dal viso del dormiente. I sottili capelli biondi del ragazzo che lì giaceva sussultarono, svolazzando nell'aria leggeri come quelli della madre la sera che, sulle mura di Blastara, il cavaliere le aveva confessato per la prima volta il proprio amore.
Le vesti del giovane erano aperte sul petto glabro da bambino e lì, proprio al centro dello sterno, egli portava impresso il segno che lo distingueva da mille altri: una scottatura che negli anni era cresciuta con lui e che lo stesso Hemas gli aveva arrecato per poterlo distinguere tra tutti. Si trattava del decalco del sigillo che il cavaliere portava sempre appeso al collo e che lo identificava come Errante di Eria. Era il simbolo del falco, corretto dall'amore di Lyanna, la madre del ragazzo, che si era riversato nella voglia a forma di fiore che giaceva al di sotto dell'animale.
«Figlio mio...» sussurrò Hemas con amore, accarezzandogli il viso. Però, non appena il cavaliere sfiorò le candide guance del bambino, si rese subito conto che qualcosa in lui non andava.
«No...» esclamò sbarrando gli occhi ed accorgendosi forse per la prima volta che il corpo del ragazzo era immobile e freddo. «Che cosa è successo?» Il suo tono si fece sempre più collerico, mentre voltava la testa verso la donna. «Che cosa gli hai fatto?»
Marea, ancora seduta nell'altra stanza, non si mosse. Semplicemente distolse lo sguardo dagli occhi accusatori del cavaliere, come se la cosa non la riguardasse. Hemas allora riapparve sulla soglia.
«Maledetta... Tu... Tu l'hai ucciso!»
«No» si difese lei inarcando le labbra rosse. «Non io, ma la febbre. Ho chiamato tutti i dottori di Temma, ma non c'è stato nulla da fare.»
«Maledetta...»
«Anch'io amavo Taitan» disse Marea risollevando fieramente lo sguardo. «Lo amavo come se fosse stato mio figlio» esplose all'improvviso lei, con le lacrime agli occhi.
«Dovevi chiamarmi.»
«E poi? Cos'avresti fatto? L'avresti guardato soffrire giorno dopo giorno, fino a calargli il lenzuolo sul viso? Non era forte come te, Hemas, ma debole come sua madre.»
Con un ringhio il cavaliere ribaltò il tavolo. Per la prima volta Khajil lo vide realmente irato, fuori di sé. Gridava spaccando gli oggetti che incontrava sulla sua strada e Marea si teneva astutamente lontana da lui. La donna non osava fuggire, ma era chiaro che sarebbe bastato che il cavaliere si scontrasse con lei una sola volta per ucciderla, perché era completamente fuori di sé.
Poi, all'improvviso, Hemas si rivolse a Khajil e lo raggiunse, prendendolo per le spalle e scuotendolo.
«Usa il tuo maledetto potere» gli ordinò. «Obbliga quella strega a dirmi la verità. Taitan non può esser morto per una febbre, lui non…»
«Calmati!» ordinò all'improvviso il ragazzo con il tono del comando, spaventato dalla reazione esagerata dell'uomo. «Calmati…» ripeté di nuovo, questa volta più dolcemente.
Davanti alla magia del ragazzo il viso del cavaliere si distese all'istante e poi, pian piano, la ragione tornò a padroneggiare nella sua mente accecata dal dolore di aver perso un figlio.
«Questa donna mi pare sincera» concluse infine Khajil, ma Hemas ribatté prontamente, questa volta senza urlare.
«Loro sembrano tutti sinceri» disse riferito alla gentaglia che popolava Temma. «Ma non lo sono mai. Non possono esserlo, è la loro natura. Aiutami a capire...» lo implorò «...io devo sapere come è morto mio figlio...»
Khajil guardò negli occhi il cavaliere. Aveva visto il suo sguardo di ghiaccio mille volte. L'aveva visto contorcersi dal dolore, l'aveva visto adirato, sdegnato, ma mai com'era in quel momento; confuso, colpito nel cuore da quella grande ingiustizia. Il ragazzo inspirò profondamente.
«Mi dispiace, ma non posso.»
A quel punto, però, lo sguardo del cavaliere cambiò di nuovo. Da addolorato si fece ostile, tagliente come i venti più freddi.
«So che puoi farlo. Usa quella maledetta pietra che porti al collo o giuro che lo farò io al tuo posto!»
Khajil fece un passo indietro, sfuggendo alle avide dita del cavaliere, e strinse la pietra di opale tra le mani.
«Non puoi farlo!» gridò.
«Io voglio il potere di quella pietra!»
Nell'udire quelle parole, una strana scintilla si accese nello sguardo di Marea e lei, presa la brocca del vino dal tavolo, fece qualche passo verso di loro.
«Questa magia richiede sempre un tributo e chi non sa usarla finisce con il pagare con il sangue. E' a rischio la tua vita!» spiegò Khajil, ma il cavaliere parve non ascoltarlo.
«Sono solo bugie» disse sfoderando la spada. «Dammi la pietra!»
Fu allora, mentre comprendeva che il cavaliere non avrebbe di nuovo frenato la lama davanti a lui, che Khajil si decise ed usò nuovamente il potere del comando.
«Ora basta!» gridò, ma il cavaliere non arrestò il suo incedere. Khajil sentì il fiato arrestarsi in gola, mentre il cuore gli batteva furiosamente. Non era riuscito ad esercitare il suo potere...
«Anche la paura uccide.»
Tutto ad un tratto al ragazzo venne in mente uno degli insegnamenti di Craus ed imprecò silenziosamente. Aveva talmente paura da non riuscire a controllare ed usare il suo potere. Non ebbe il tempo di pensare a nulla. Il cavaliere sollevò la lama affilata, facendola sibilare per un istante, e Khajil chiuse gli occhi stringendo la pietra di opale tra le dita, disperatamente.
Poi, all'improvviso, udì un suono di vetri rotti e sentì qualcosa di liquido schizzargli sul viso. Subito dopo ritornò il silenzio e così Khajil riaprì gli occhi, guardandosi intorno.
Hemas giaceva a terra, con una profonda ferita sulla testa. Intorno a lui c'erano una miriade di frammenti di vetro, misti al sangue fresco ed al vino. L'odore rancido di quello strano miscuglio gli penetrò nei polmoni prepotentemente, nauseandolo. Khajil si sentì mancare il fiato, mentre lacrime di paura gli salivano agli occhi. E fu allora, mentre si sentiva male come non mai, che una tiepida mano gli sorresse il capo.
«Non temere» gli sussurrò Marea con voce delicata. «Sono qui per aiutarti.»
Khajil la ringraziò con lo sguardo, incapace di parlare, e fu allora, mentre stringeva la pietra d'opale, che vide qualcosa.
Un bambino soffriva su un letto, in punto di morte.
«Aiutami...» sussurrava tra le labbra secche, divorate dalla febbre. «Un dottore...»
Ed intanto Marea si pettinava i ricci neri allo specchio, osservando la sua bellezza esaltata dal nuovo gioiello appena acquistato.
Khajil ebbe un capogiro, ed iniziò a sentirsi strano, accaldato.
«Aiutami...» implorò il ragazzo nuovamente, tra le lacrime.
«No» fu la risposta secca della donna.
«Ti prego...»
«Non spenderò un soldo per te, moccioso. Tuo padre non mi paga da anni e non sarò certo io a pagare per te.»
«Papà...» pianse il ragazzo. «Papà...»
«Vendimela!»
Il grido di Marea risvegliò Khajil. Nonostante quello che aveva appena fatto a Hemas cinguettava come un usignolo.
«Tu sai esercitare la magia, ed io voglio comprare questa tua dote.»
Lo sguardo della donna era ambizioso, accecato dal desiderio di possedere il suo talento. Kahjil, nell'osservarla, si sentì inorridito. Improvvisamente la vide per quel che era; per quello che anche Hemas gli aveva riferito degli abitanti di Temma. In lei vide l'avidità e la crudeltà di chi non esita a passare sul corpo d'altri per il proprio interesse. In lei, al contrario di quanto aveva visto per il cavaliere, non scorse alcun onore.
Ora che sapeva la verità non aveva più paura.
«Dammi la pietra, voglio solo vederla.»
«Bugiarda» sibilò il ragazzo tra i denti, sottovoce, ma la donna lo sentì ugualmente e così, mentre nei suoi occhi saettava l'ira più cieca, gli saltò addosso puntando contro di lui le proprie dita da arpia.
«Ferma!» ordinò, e la donna si bloccò all'istante. Lo sguardo di Khajil era addolorato, non per se stesso, ma per la miserabile creatura che gli stava di fronte. «Sette notti e sette giorni ferma, senza mangiare, bere, dormire o parlare» decretò, usando senza volerlo il livello più estremo del potere del comando: la maledizione. «Fa' che il cavaliere non muoia, o la tua vita sarà la prima a pagare» concluse infine, abbassando un poco la voce nella minaccia.
Marea mosse le labbra come per dire qualcosa, ma non riuscì a parlare, stregata dalla maledizione. Khajil allora la sorpassò e poi si inginocchiò accanto a Hemas. Voltando il corpo osservò la ferita del cavaliere e poi, trattenendo il respiro, iniziò a staccargli dalla testa i frammenti di vetro, uno ad uno. Doveva medicarlo se voleva salvarlo, anche se non sapeva bene come fare. Però doveva pensarci da solo.
La notte era calata su Temma ed ormai anche lui non si fidava più di quella città. Con un gesto secco Khajil chiuse il chiavistello della porta. Scostando le tende osservò i Mastini che vegliavano poco distante sulla zona. La notte era calma, silenziosa. No, quella non era affatto la giusta notte per arrendersi o morire. Si rimboccò le mani, chiuse le tende e si chinò accanto a Hemas.