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Il Re dei Popoli

VIII. Il Messaggio

 

«Fermo dove sei, ragazzo.»
Al contatto con una gelida lama che lo minacciava alla gola Khajil sussultò. Nel buio della foresta di Niguen, Hemas gli era apparso all’improvviso alle spalle e l’aveva scambiato per un nemico, aggredendolo.
«S-sono io... Sono Khajil...» balbettò spaventato.
Ad un tratto il ragazzo sentì qualcosa di umido scivolargli sul collo ed il suo cuore accelerò i battiti per la paura, mentre comprendeva che Hemas, reagendo d'istinto, l'aveva ferito prima ancora di comprendere chi fosse. Khajil stava già sanguinando...
«Cosa succede?» chiese il cavaliere con un tono molto diverso dal suo solito. Era agitato, e sospettoso. «Cosa diavolo è quella bestia in cielo?»
«La fenice di fuoco è Levis, l'uomo che ti ha trovato e che ti ha portato a Hecatoor, mentre il corvo che lo segue e direziona è il mio patrigno.»
«Un corvo?»
«E' un uomo, trasformato dalla magia.»
Improvvisamente Hemas si abbassò, nascondendosi tra la vegetazione insieme al ragazzo. Con un grido lacerante, la fenice di fuoco mosse i rami degli alberi che li circondavano e soltanto in quel momento, mentre l'uccello volava quasi sfiorando il terreno, il cavaliere si accorse di quanto fosse grande.
«Sono qui per me» sussurrò Khajil. «Non si fermeranno finché non mi avranno trovato e, se soltanto oserai farmi del male, te la faranno pagare cara.»
Il terrore di venire ucciso fece parlare Khajil sconsideratamente. Voleva togliersi dall’orribile situazione in cui era al più presto, e ad ogni costo. La lama dello straniero era fredda, lucida, e stava invocando a gran voce il suo sangue. Quando il vento scivolava sulla sua superficie levigata, il ragazzo poteva sentire il suo terribile richiamo.
«Ti senti forte a nasconderti dietro alle schiene degli altri uomini, vero?» chiese il cavaliere un istante prima di allontanare la spada dal ragazzo e di spingerlo distante con un calcio che rivelava tutto lo sdegno che provava per il giovane erede di Hecatoor. «Io mi vergognerei profondamente ad aver sempre bisogno di qualcuno che mi difenda.»
«Tu ti sbagli, io...»
Hemas non lo lasciò terminare il discorso.
«Tu hai detto di volere venire con me a Blastara, ma la realtà è che per me saresti soltanto un peso. Vedi di comprenderlo!»
«No!» gridò Khajil ed il cavaliere, in risposta, gli diede un sonoro ceffone, dopo di che gli puntò nuovamente la spada alla gola.
«Forse non ci siamo capiti. Io voglio che tu stia zitto e che, al sorgere del sole, ritorni a Hecatoor. Questo non è affatto il tuo posto.»
«Non puoi salvare Blastara da solo.»
«Credi forse che un ragazzino come te potrebbe fare la differenza?»
«Sì.»
Soltanto davanti alla determinazione del ragazzo, Hemas comprese che non stava scherzando e che il suo non era un puro moto di ribellione alla madre, come invece aveva pensato fino a quel momento. Il giovane erede di Hecatoor credeva davvero di potere fare qualcosa, ingenuamente. Non sapeva ancora a che cosa stava andando incontro.
«Ho seppellito il mio migliore amico» gli confidò Hemas con tono severo. «O meglio, ho sotterrato ciò che rimaneva di lui. I Figli del Drago lo avevano fatto a pezzi, e stavano per fare lo stesso con me. Avevano iniziato dalla mia mano destra e poi...»
Il cavaliere smise di parlare e così Khajil, mentre guardava il viso dell’uomo rabbuiarsi e perdersi lontano, lo incalzò.
«E poi cos’è successo?»
«Poi un uomo valoroso ha dato la sua vita per me, salvandomi. "Una vita per una vita" è la legge della guerra. Non c'è altra alternativa.»
Khajil chinò il capo e, riflettendo, sfiorò la ferita che aveva sul collo. Le sue dita scivolarono sul sangue ed il ragazzo sentì per la prima volta la delicatezza della pelle esposta. Il cuore gli batteva furiosamente. Per quanto provasse a controllarsi, aveva la sensazione che stesse per uscirgli dal petto. Il pensiero di morire lo terrorizzava e non riusciva a comprendere fino a che punto Hemas dicesse il vero, e da che punto in poi parlasse per il puro piacere di spaventarlo. Ingenuamente, non riusciva a cogliere nella crudezza delle parole del cavaliere la sua sincerità.
«Ragazzo» lo chiamò Hemas, ma Khajil non sollevò lo sguardo verso di lui. L'erede di Hecatoor era spaventato e, pian piano, stava perdendo le sue certezze. Nel cielo non riusciva più a scorgere la fenice di fuoco. Si stava lentamente rendendo conto che tutti i suoi amici erano lontani, che sua madre e la sua terra erano ad ore e ore di cammino. Era solo, completamene abbandonato, ed ormai dipendeva tutto dalle sue forze. «Torna a casa. La guerra non è posto per te.»
Hemas gli parlò con il cuore in mano e, finalmente, Khajil comprese. Il cavaliere avrebbe voluto rispedirlo indietro in quello stesso momento, approfittando della sua momentanea debolezza, tuttavia era chiaro che il ragazzo era troppo stanco per tutto. Per riflettere, per decidere e per rimettersi in viaggio, così Hemas gli permise di restargli accanto, anche se soltanto per quella notte.
Khajil, terrorizzato e confuso, si avvolse allora nell'unica coperta che aveva potato con sé, inspirando i profumi liberi di Hecatoor. Odore di pini, di un’ingannevole brezza fresca, di nuda terra e di aspra roccia... Infine, senza indugiare, si coricò sotto il suo cielo stellato e, chiudendo gli occhi, strinse tra le dita l'unica cosa che, oltre ad un cavallo ed a Faasa, si era portato dalla fortezza, ricercando disperatamente in essa la vicinanza di qualcosa di caro.
Con le mani sfiorò la superficie liscia di una pietra che portava appesa al collo e che, anni addietro, gli era stata donata da Radia, la Sapiente oscura della Torre Sud. Si trattava di una pietra di opale, in cui la donna aveva racchiuso parte dei suoi poteri. Lei gli aveva raccomandato di non mostrala mai a nessuno e di usarla soltanto in caso di necessità, perchè il suo impiego comportava sempre la perdita di qualcosa. Pervaso dal terrore di perdere se stesso Khajil non se ne era mai servito, ma in quella sera così fredda, e così lontano da casa, il ragazzo strinse forte la pietra al proprio cuore. E così, quella notte, il potere della vista di Radia accompagnò i suoi sogni.
 


Il cuore gli batteva veloce, inspiegabilmente. C'era qualcuno che, continuando a guardarsi indietro, stava provando a scrivere qualcosa su di un piccolo pezzo di carta sgualcito. Era una figura minuta, che si nascondeva in un angolo buio dietro a trespoli e cappucci d’animali.
All'improvviso, poco distante, un uccello gridò e la figura si voltò di scatto, dando il tempo a Kahjil di guardare soltanto i suoi occhi spaventati, lucidi di terrore. Poi tornò a scrivere, sempre più in fretta, sempre più veloce.
Istintivamente il ragazzo si chiese di cosa avesse paura, ma non ebbe tempo di pensare. L’animale di prima gridò nuovamente e dal suono acuto del suo verso Khajil comprese che doveva trattarsi di un falco, o di un altro animale predatore. Il ragazzo si sentiva a disagio; aveva la strana osservazione che qualcuno lo stesse osservando in silenzio. Occhi gialli lo fissavano da ogni dove. Ed intanto la mano che muoveva il carboncino scorreva veloce sul foglio, facendolo quasi gracchiare.
«Porta il messaggio» sussurrò la giovane con una voce così bassa da mimetizzarla con il rumore del foglio che le sue mani stavano piegando rapidamente. «Portalo a...»

"A chi?"

«Cosa succede? Cosa stai dicendo?»
All'improvviso un uomo apparve alle spalle della ragazza e lei gridò sommessamente per lo spavento. L’uomo le giunse accanto velocemente, seguendo il percorso dettato dalle proprie mani. Le sue palpebre ciondolavano orrendamente ad ogni passo ed aveva il viso pieno di cicatrici. Aveva le labbra erose dallo sporco e dalla sete ed i denti gialli e logori. Khajil indietreggiò, spaventato.
«Con chi stai parlando?» continuò l'uomo mentre la sua voce si faceva sempre più rabbiosa ed iniziava a stringere l'esile corpo della ragazza, scuotendolo. «Con chi?»

 


Il grido di un uccello svegliò Khajil di soprassalto. Il ragazzo si mise a sedere di scatto e si guardò intorno. Era agitato. Il suo respiro caldo si trasformava in fumo nel freddo del mattino, annebbiandogli la vista. Il sole era appena sorto e Hemas, che credeva si fosse addormentato accanto a lui, pareva svanito nel nulla. In lontananza, se sforzava la vista, Khajil poteva scorgere la punta estrema di una delle Torri di Hecatoor, che si innalzava al di sopra delle nuvole come una zattera dispersa tra le immense acque dell'oceano. Soltanto allora, osservando le sue terre all'orizzonte, il ragazzo si accorse di essere davvero lontano da casa, come non lo era mai stato.
Una morsa gli attanagliò lo stomaco e Khajil sentì le lacrime salirgli agli occhi. Aveva trascorso un’intera notte fuori di casa e, forse, ormai era troppo tardi per tornare indietro. Probabilmente sua madre lo avrebbe punito severamente e non lo avrebbe mai perdonato per quello che aveva fatto.
All'improvviso udì nuovamente un uccello gridare e così il ragazzo alzò la testa di scatto. C'era un puntino scuro nel cielo. Khajil attese che si avvicinasse sempre più, fino ad entrare nella sua visuale, fino a distinguere chiaramente la sua figura. Si trattava di un falco.
Possibile che si trattasse dello stesso uccello del suo sogno? All'improvviso gli si dipinse in viso un sorriso carico di speranza. Kahjil si alzò in piedi e cominciò a correre verso l'animale.
«Vieni, bello. Vieni qui!» lo chiamò a sé.
L'animale, però, non parve vederlo. Con un ampio battito d'ali lo sorpassò ed allora Khajil, per nulla intimorito o deluso, prese ad inseguirlo. Correndo tra i tronchi, scostando con le mani le frasche bagnate di rugiada, non lo perse di vista. Ad un tratto lo vide fare una grande curva e tornare indietro. "Mi ha visto" pensò, ma non era quello il vero motivo. L'animale planò a terra, giusto dietro un cespuglio poco lontano. Khajil allora scostò le ultime foglie che lo separavano dal falco ed infine lo vide.
Bello, maestoso come nessun altro uccello, l'animale appoggiò elegantemente le zampe sul braccio di Hemas. I suoi artigli ferirono la carne del cavaliere ed infatti l'espressione del suo viso, pur non mostrando alcun dolore, per un momento si fece più contrita del solito.
«Ciao bello» lo accolse il cavaliere con voce calma. «Che cosa ci fai così lontano da casa?»
«Porta un messaggio.»
Khajil, congiunti tutti i tasselli del suo sogno e riconosciuto l'animale, parlò con sicurezza, mentre la lunga corsa appena fatta gli toglieva il fiato.
«E di chi?»
Hemas, evidentemente, non aveva capito l'importanza di ciò che il ragazzo gli aveva appena detto. Con noncuranza carezzava la gotta della bestia, facendola gorgogliare di piacere. Non sapeva quanto a lungo aveva viaggiato l'animale.
«Di Aryen di Blastara.»
Con una scatto Hemas fece balenare gli occhi azzurri e taglienti su quelli del ragazzo, per poi puntarli nuovamente sul falco. Senza troppa delicatezza gli tirò prima la zampa destra e poi quella sinistra. Lì, finalmente, si accorse del pezzo di carta che gli era stato rudemente legato con un sottile filo color blu acqua.
Improvvisamente il cavaliere si ricordò che l'ultima volta che aveva visto Aryen, giusto qualche istante prima dell'assedio di Blastara, lei aveva indosso un vestito di quello stesso colore. Possibile che Khajil dicesse il vero? Quel falco, effettivamente, veniva dalle falconerie di Blastara. Sulla zampa destra, infatti, aveva legato un cinturino di cuoio con inciso il simbolo dei fiori rossi.
Rigirandosi il foglietto tra le dita della mano sinistra Hemas lo aprì e poi lo lesse, mentre sul suo viso migravano tutta una serie di emozioni. Ansia, contentezza, preoccupazione e... paura. Infine, sotto alle parole, il cavaliere aveva riconosciuto uno schizzo di sangue.
«Cosa c'è scritto?» chiese Khajil.
«Dice che sta bene, ma che è prigioniera. Mi chiede di salvarla.»
L'espressione del ragazzo si fece seria.
«Lo sapevo. E' colpa dell'uomo che l'ha scoperta.»
«Di cosa stai parlando?»
«Ho visto Aryen che scriveva quel biglietto. Un uomo l'ha scoperta e poi l'ha catturata. Non mi pareva affatto di buone intenzioni.»
«Monta in sella» gli ordinò Hemas mentre faceva a gran passi ritorno al proprio destriero. «Si parte subito.»
«Dunque non mi riporterai a Hecatoor?»
«No. Almeno non finché non mi avrai detto tutto quello che sai. Poi, farai ritorno alla tua Hecatoor. Da solo.»
Khajil non ribatté. Sapeva che, se voleva andare a Blastara, doveva sfruttare quell'occasione e così, rinfrancato dal sogno che aveva fatto e dall’aiuto che stava dando al cavaliere, lo seguì di corsa. Cavalcando veloce voltò ancora una volta le spalle a Hecatoor e, soltanto in quel momento, osservandola mentre si allontanava fino a scomparire tra le nebbie che la circondavano, fu certo che quella sarebbe stata l'ultima volta che si sarebbe guardato indietro.
“Perdonami, madre.” Pensò dentro di sé. “Perdonami per il dolore che ti sto dando, ma devo farlo. Questo è il mio destino.”


 

Il Quarto Sapiente - R.P. - Cap.VIII

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