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Il Re dei Popoli

VII. Il Sapiente Veggente

 

Quella notte, in sogno, Levis scorse il futuro.
Il Sapiente vide Khajil, che, seduto in groppa ad un cavallo bianco, cavalcava lontano da Hecatoor. Tra le mani il giovane stringeva Faasa, la spada del Re, e sul volto teso e maturo, feroce come non era mai stato, mostrava i segni di una nuova, grande guerra.
Poi venne il buio e subito dopo Levis vide un corvo volare su un campo di fiori rossi ricoperto di cadaveri, mentre, nascosta nelle nebbie della memoria, una voce soave che portava con sé un eco del passato lo chiamava da lontano, sussurrando parole confuse, difficili da comprendere…

«…Re… Re dei Popoli… Il tempo… è… vicino…»

All'improvviso il nitrito di un cavallo svegliò il Sapiente dal sogno ed egli si alzò subito in piedi. Senza nemmeno curarsi di accendere una fiaccola, Levis si affacciò alla finestra della sua stanza e, con uno strano presentimento nel cuore, si guardò intorno. La porta della stalla di Hecatoor era aperta, ma non c'era nessuno in giro. La fortezza era fin troppo vuota e silente. Era strano, molto strano...
Armato soltanto del sinistro presagio che l'aveva destato nel cuore della notte, Levis percorse i lunghi corridoi di Hecatoor quasi correndo, fino ad arrivare nella stanza di Khajil. Una volta giunto davanti al portone d'oro che contraddistingueva le stanze dei regnanti non ebbe la pazienza di bussare, ma, notevolmente preoccupato, spalancò l'uscio con la forza.
In quel momento un tuono squarciò il cielo ed un'immagine gli attraversò la mente. Sul viso, il Sapiente sentì l'umido tocco della pioggia. Per un istante ebbe l'impressione di stare cavalcando. Provò un grande freddo e, mentre sentiva Hecatoor allontanarsi sempre di più, comprese di non avere la forza -o il coraggio- di voltarsi indietro.

"Addio, madre. Perdonatemi."

Improvvisamente, udendo come in un sussurro la voce di Khajil, Levis fece ritorno alla realtà e comprese di non essere fuori al freddo, in groppa ad un cavallo, ma dentro le rassicuranti mura di Hecatoor, all'interno di una stanza vuota. Il letto in cui Khajil era solito riposare era disfatto, ma lui non c'era. Dunque, era fuggito.
In quel momento dal cielo iniziò a scendere la pioggia e, senza indugiare, Levis corse a svegliare la Signora di Hecatoor, che riposava poco distante insieme al suo compagno. Non c'era un solo minuto da perdere. Se dov'era Khajil pioveva e lì il temporale era appena cominciato, voleva dire una cosa soltanto: il ragazzo non era lontano.

La fortezza fu subito allarmata ed una miriade di fiaccole prese a frugare in ogni angolo del castello, recando ad ogni nuovo passaggio notizie sempre diverse e frammentate. Ben presto alla Signora di Hecatoor fu riferito che anche lo straniero era scomparso e che perfino Faasa, la spada del Re, era svanita nel nulla. Fu così che il cavaliere di Eria fu accusato d’ogni cosa e che si sparse la voce che, dopo avere rapito Khajil, con un trucco era stato proprio lui a trafugare la spada sacra.
Nell’apprendere quell’ulteriore voce il viso della Signora di Hecatoor si fece pallido e, anche se non osò proferire alcuna parola, chi la conosceva bene comprese perfettamente a cosa stava pensando. Dopo la prematura morte del marito, infatti, aveva evitato con ogni sua forza che il figlio corresse dei pericoli, perchè, anche se non lo avrebbe mai ammesso, la sua più grande paura era di perderlo all’improvviso, così come era successo con il grande Atlas di Hecatoor.
E così, paralizzata dal terrore e circondata dagli ultimi due Sapienti di Hecatoor, la Signora esitava a decidere. Era immobile e confusa, in piedi al centro della stanza di Khajil. Levis, il Sapiente che aveva avuto la premonizione della scomparsa del ragazzo, attendeva in silenzio alla sua destra, mentre l'altro Sapiente di Hecatoor, Craus, stanco di aspettare si fece avanti e prese la parola con la forza.
«Uscirò a cercarlo» disse, e le sue parole risuonarono non come una proposta, ma come un'affermazione, anche se a Hecatoor, nonostante fosse il compagno della sovrana, non aveva alcun potere decisionale.
Levis non perse altro tempo e, conscio che quella era l'unica strada possibile, scelse di seguirlo. Guardando negli occhi scuri l'amico e compagno annuì con la testa.
«Verrò anch’io con te.»
A quel punto Craus si avvicinò alla Signora, mentre il mantello dello stregone strisciava a terra inseguendo i suoi passi. Poi prese le mani della propria donna tra le sue e si chinò su di lei dalla sua maggiore altezza, facendo scendere i lunghi capelli corvini sul viso di Ardesia come in una cascata.
«Non aver paura» le sussurrò. «Lo troverò e lo riporterò qui.»
Gli occhi di lei erano smarriti, lucidi di preoccupazione. In quel momento, più che mai, Craus comprese che la sua compagna aveva bisogno di lui, non solo come Sapiente, ma anche come uomo. Per questo, avvolgendola nel suo mantello nero come la notte, la nascose per un istante e con le labbra le sfiorò la guancia, stringendola a sé.
Lei sussultò al contatto con l'incolta barba scura dell'uomo, però, al contempo, trasse da quel gesto anche un piccolo sollievo.
Quella fu la prima volta in cui Craus mostrò apertamente i suoi sentimenti, anche se lui e la Signora non erano soli. Infatti Levis, con una punta di imbarazzo, in quell'istante si voltò e fece finta di non stare guardando, finché la voce dell'amico non richiamò la sua attenzione.
«Levis, trasformami in corvo» ordinò. «Dobbiamo volare per essere più veloci.»
«Sì, hai ragione. Dall'alto avremo una visuale migliore.»
L'uomo dai capelli rossi si avvicinò allora a Craus e, mentre nelle sue iridi balenavano riflessi color sangue, esercitò il potere. Lentamente il corpo dello stregone trasmutò. Le sue membra si assottigliarono, le sue dita si allungarono e si tinsero di nero, mentre divenivano le lunghe piume delle ali di un uccello. Gli occhi del Sapiente si fecero più scuri e piccoli, lucidi come uno specchio d'ossidiana, ed i suoi lunghi capelli neri si fecero man mano più corti, attaccandosi alle spalle e coprendogli il collo.
Quando infine la mutazione fu compiuta, un grosso corvo gracchiò stridulo dal parapetto del finestrone principale. Poi, con un gesto del capo, chiese a Levis di seguirlo.
Il Sapiente si voltò indietro, guardando la Signora un'ultima volta. Lei gli era sempre stata vicina nel momento del bisogno. Quando era stato necessario l'aveva rassicurato ed amato, come la madre che non aveva mai avuto. Per questo, con la stessa devozione che avrebbe potuto avere anche Khajil, Levis si portò una mano sul cuore e promise.
«Proteggerò Khajil a costo della vita, come un fratello.»
Lei non rispose, ma per un istante l'ombra di un sorriso le attraversò il viso stanco ed addolorato. Tanto bastò a Levis.
Il Sapiente mise un piede sul parapetto della finestra e poi, con un balzo, si gettò nel vuoto. All'improvviso un grosso rapace gridò, ed il bagliore delle fiamme illuminò la notte là dove Levis si era buttato.
La Signora guardò il cielo attraverso la finestra della stanza del figlio. Sotto la pioggia, la grande fenice di fuoco in cui Levis aveva il potere di trasformarsi volava leggera, illuminando con la sue ali fiammeggianti la notte. Dietro di lei, un corvo la seguiva direzionando il suo cammino.
«Grande Dea Shandra» invocò mestamente la Signora, mentre intrecciava le dita delle mani in grembo. «Proteggili, te ne prego.»
Poi, alzato il viso verso il cielo, fece ciò che non faceva da ormai infinito tempo; sin da quando, andandosene da Blastara, aveva rinunciato ad essere semplicemente Ardesia ed era diventata la moglie del grande Atlas di Hecatoor; la Signora della Fortezza della Magia, in cui ogni culto pagano era proibito. Ella pregò con ogni sua forza la Dea dei Quattro Regni, nell'antica lingua della sua terra natia.
«Namai amos, namai amos thurtui, Shandra» cantilenò come in una nenia, mentre incrociava le braccia sul petto e rivolgeva il viso verso l'infinità del cielo.


Intanto, all'interno della foresta di Niguen, che copriva per diverse lunghezze lo spazio che separava il grande picco su cui Hecatoor era stata costruita da Temma, la città dei mercanti, Hemas stava provando ad accendere un fuoco.
Sin da quando se ne era andato da Blastara non aveva mai avuto occasione di fermarsi, perchè sapeva che il messaggio che portava era più importante della fatica, del dolore e della fame che l'accompagnavano. Finché aveva creduto che la parola di Arthur di Blastara sarebbe stata sufficiente a salvare la terra a cui aveva scelto di dedicare la vita, aveva messo lui stesso in secondo piano, accettando ogni cosa.
In quel momento, però, dopo aver cavalcato diverse ore sotto la pioggia, contro il freddo vento che scherniva tutti coloro che girovagavano intorno a Hecatoor, e privato della speranza di ricevere un aiuto, Hemas sentì il bisogno di fare una sosta. Dopo le ultime cure che aveva ricevuto la ferita che aveva sul braccio aveva smesso di sanguinare, ma un'altra, molto più profonda, non faceva che tormentarlo. Mentre lui provava ad accendere un fuoco per riscaldarsi, infatti, i Figli del Drago bivaccavano a Blastara.
Il cavaliere imprecò tra i denti, mentre si rendeva conto che, con una mano soltanto, creare una scintilla tra due pietre focaie era praticamente impossibile. Ci volle poco e poi, spazientito, con un gesto di stizza scaraventò i sassi lontano. Poco distante Tempesta sbuffò, percependo la tensione del suo padrone, e fu allora che lui iniziò a calmarsi.
«Perdonami, amica mia, ma sto perdendo la fiducia in me stesso. Solo, mutilato, non posso certamente riconquistare Blastara. Questo» ammise alzando il viso verso il cielo e chiudendo gli occhi «è davvero troppo anche per me.»
La cavalla allora nitrì nuovamente, poi gli si avvicinò in modo da ripararlo e scaldarlo. Tempesta gli si sedette accanto e Hemas appoggiò il capo al suo mantello lucido. Sospirando, alzò la testa e guardò il cielo. Era coperto dalle nuvole, ma la luce di Shandra -la dea stella madre di tutti gli uomini- era comunque visibile. Da sola riscaldava il cielo ed il cuore di coloro che la osservavano, rinfrancandoli.
«Nessuno dovrebbe essere solo in una notte come questa» disse il cavaliere sorridendo amaramente. Poi portò la mano sull'elsa del suo pugnale e l'accarezzò dolcemente, trovando nella vicinanza dell’arma la sicurezza che gli era necessaria. Infine, stringendola, chiuse nuovamente gli occhi e provò a riposare, mentre, in realtà, ricordi lontani si impossessavano della sua mente...

Era accaduto in una notte come quella. Le nubi coprivano il cielo sempre terso di Blastara, rendendolo scuro ed impenetrabile come il pensiero degli uomini. Persino la luce della stessa Shandra pareva nascondersi nel buio. Il suo volto era più pallido del solito e sembrava quasi non voler guardare ciò che stava per avvenire nel mondo degli uomini.
Tradimento.
Questo era il sentimento che si agitava nel cuore di Hemas quella notte. Aveva la mano destra stretta intorno all'elsa del coltello che teneva nascosto sotto la tunica, mentre la sinistra era appoggiata al parapetto delle mura di Blastara. Apparentemente era tranquillo e guardava il mondo intero che si estendeva sotto di lui, immobile e silente.
O lui o io.
Si era promesso il cavaliere e così, dopo mesi di menzogne, aveva deciso di dire basta. Tramite un servetto aveva fatto giungere ad Arthur di Blastara una lettera e gli aveva dato appuntamento sulle mura. Era certo che il messaggio gli fosse giunto, ma, nonostante fosse già buio, il re non si era ancora presentato e Hemas non voleva ammettere che fosse per mancanza di coraggio; lo stimava troppo.
Poi, ad un tratto, il cavaliere aveva sentito dei passi avvicinarsi a lui e si era voltato. Sotto la luce della luna, i capelli di Lyanna sembravano sottili fili d'oro. La brezza della sera li faceva aleggiare accanto al suo viso con leggerezza, componendo una sorta di alone mistico attorno all'esile figura della moglie del re. Vestita soltanto di una camicia da notte azzurra, ella procedeva lentamente verso di lui, scalza nella notte.
«Perchè sei qui?» le chiese.
Una volta che lei gli fu di fronte non rispose, ma gli prese la mano ed in essa depose qualcosa. Respingendo il brivido, che, nel momento stesso in cui lei l'aveva toccato, gli era salito lungo la schiena, Hemas guardò cosa lei gli aveva dato e riconobbe il biglietto che aveva scritto di suo pugno per il re di Blastara.
«Che cosa vuol dire questo?» esclamò il cavaliere con sorpresa, mentre assumeva un'aria ostile. «Il re si rifiuta forse di vedermi e manda avanti la sua donna?»
«Non voglio che accada mai più» disse lei, e la delicatezza della sua voce fece impallidire la notte stessa.
«Il re doveva essere qui stanotte, non tu. Lui dov'è?»
«Ora dorme e devi essermi grato per questo. Non gli ho consegnato la tua lettera, salvandoti la vita, ma non voglio mai più che accada.»
«Di che cosa state parlando? Non è successo nulla. Almeno, non ancora.»
«Né deve accadere.»
«No.» Il cavaliere fu secco e perentorio. «Io sono un uomo onorevole e non ho alcuna intenzione di nascondere i miei sentimenti agli occhi del re. Lui deve sapere.»
«Che cosa?» lo interruppe lei, alzando un poco la voce. «Qua la legge condanna il tradimento; non ha ragione chi è più forte. A Blastara non si risolvono le liti con i duelli, come nella vostra Eria, e le donne non sono considerate il premio per il più forte. Invitare il re in un luogo ed ivi attenderlo con un pugnale significa una cosa soltanto: tradimento, non onore.»
Sul viso di Hemas comparve un mezzo, falso sorriso.
«Dunque, se siete qui, è perché l'avete fatto per me, giusto?»
Lei annuì, e dall'espressione del cavaliere fu chiaro quanto questa suo gesto gli fosse giunto inaspettato. Poi lui tornò serio e guardò la regina negli occhi. Lo sguardo di lei provava a non mostrare alcuna emozione, ma Hemas riuscì comunque a leggervi qualcosa: solitudine, tristezza e...sincerità.
«Non dovevate venire qui stasera» ammise facendosi serio.
«Ed invece dovevo, per evitarvi di fare la sciocchezza che vi sarebbe costata la vita.»
«Forse...» cominciò lui, mentre il suo tono mutava completamente, soggiogato dalla sincerità della donna che gli stava di fronte. «Forse, così me ne farete commettere una molto più grande.»
Improvvisamente Hemas avvolse nel suo abbraccio la regina e la strinse forte a sé.
«Lyanna...» sussurrando, la chiamò per la prima volta per nome, mentre la fredda brezza della sera disperdeva la sua voce. «Da ora in poi non vi lascerò mai più sola, mai più.»
«Sapete che non è possibile, il re...»
«S'impicchi il re!» esclamò alzando la voce. «Se non è capace di tenersi stretto una donna come voi, allora non vi merita.»
«Io non voglio...» disse lei tra le lacrime. «Non voglio fare del male ad Aryen. Lei è così piccola, ne soffrirebbe troppo se...»
«Se cosa? Se ci sarà finalmente un uomo capace di far sorridere sua madre?»
«Voi non potete capire.»
«No, Lyanna, il problema è che capisco troppo. So come vi sentite, io sento le vostre lacrime ogni notte, prima di addormentarmi, e non sono più disposto ad accettarle.»
«Non lo fareste nemmeno per me?»
«Al contrario» disse mentre con un dito sollevava il viso della regina e la obbligava a guardarlo negli occhi. «Se ho preso questa decisione è stato per voi, perchè vi amo.»
Le gote della donna si colorarono di rosa e fu allora, mentre l'imbarazzo la distraeva, che Hemas l'avvolse nel suo mantello e, mentre la stringeva forte a sé, la baciò dolcemente. Tra le sue forti braccia la sentì tremare, questa volta non di freddo, mentre provava ad opporsi per poi abbandonarsi a lui.
Da quel momento in poi il cavaliere la sostenne sempre, bacio dopo bacio, abbraccio dopo abbraccio, in quell'istante ed in quelli a venire.

«Non fu un caso, Lyanna» sospirò alla luna nel dormiveglia, mentre le sue membra si rasserenavano. «Il giorno in cui il falco del re mi trovò solo e ferito e voi lo obbligaste a curarmi, difendendomi, non fu un caso...»


Poco lontano, i lupi ululavano al vento coprendo la voce soffusa del cavaliere, ma non i passi incauti di colui che lo stava seguendo. Avvolto nel suo mantello, tremante di freddo, Khajil lo osservava di nascosto. Ancora si stava chiedendo perchè aveva deciso di seguire lo straniero ed era fuggito da Hecatoor rubando Faasa, la spada che era stata di suo padre e che, secondo la leggenda, soltanto il vero Re dei Popoli poteva brandire. Qualcosa dentro di lui l'aveva spinto ad andarsene e lui aveva scelto di seguire l'istinto, per una volta nella vita.
All'improvviso in lontananza si udì il suono di un grande rapace e, guardando verso Hecatoor, Khajil vide una luce avvicinarsi a loro. Il ragazzo si alzò in piedi, incautamente, e così facendo rivelò la sua presenza. In un istante l'affilata lama di una spada gli artigliò la gola e lui s'immobilizzò, perchè minacciato.
«Fermo dove sei, ragazzo.»


 

Il Quarto Sapiente - R.P. - Cap.VII

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