Il Re dei Popoli
V. Khajil
Il giovane Re di Hecatoor
Mentre dormiva, il volto del cavaliere di Blastara non era rilassato come quello di qualunque persona normale. Le labbra sottili erano serrate, contratte. Gli occhi si muovevano spasmodicamente al di sotto delle palpebre, come se stesse ancora combattendo. Khajil lo osservava da diverso tempo, in silenzio, provando ad immaginare quali turpi incubi si agitassero nella mente dello straniero.
Era forse il ricordo della guerra a torturare il suo cuore? O era il tormento per non avere protetto il suo re fino all'ultimo?
La guerra... Tutti a Hecatoor sapevano cos'era. Tutti, tranne lui. Sua madre aveva sempre accuratamente evitato di spiegargli cos'era accaduto pochi mesi prima della sua nascita e quel poco che aveva compreso lo aveva letto negli occhi terrorizzati di chi l'aveva vissuta in prima persona.
Ad un tratto lo straniero si mosse e dalle sue labbra fuoriuscì un gemito di dolore. Il lenzuolo si sollevò, seguendo la linea del suo corpo in tensione, e fu allora che Khajil si accorse che era macchiato di sangue. Dunque, la ferita del cavaliere era ancora aperta...
Concentrandosi il ragazzo fece ciò che Radia gli aveva insegnato a fare e, mentre per un istante i suoi occhi assumevano riflessi color pece, usò il potere del comando, che vincolava la persona a cui ci si rivolgeva ad eseguire la disposizione formulata con la voce.
«Destati!» ordinò, ed il cavaliere all’improvviso spalancò gli occhi.
Subito, come se fosse stato un gesto automatico, Hemas gettò la mano destra sotto al cuscino, pronto ad afferrare il coltello che vi nascondeva per abitudine, ma non riuscì a prenderlo. Un generale dei Figli del Drago gli aveva amputato l’arto fino al polso e lui non si era ancora abituato alla sua nuova condizione.
«Stai tranquillo, non sono un nemico» gli disse il ragazzo che gli stava di fronte, mentre i bagliori color pece svanivano dal suo sguardo. «Sono Khajil di Hecatoor e sono qui per aiutarti.»
Hemas lo guardò attentamente, mentre, passata la paura di essere attaccato, il suo respiro tornava lentamente a farsi regolare. Poi, all'improvviso, le sue labbra sottili si contrassero in un sorriso di scherno.
«Tu, un ragazzino, sei qui per aiutarmi? Cos'è, uno scherzo?»
«Io so brandire una spada» disse Khajil sollevando la testa, colpito nell'orgoglio. «Ed oltre a questo so qualcosa che potrebbe esserti molto utile.»
«Non dire sciocchezze!»
«Io so che la ragazza che cerchi è viva» affermò con sicurezza. «E' a Blastara, sana e salva.»
«Parli di Aryen?»
Khajil incrociò le braccia sul petto ed alzò il mento con fare saccente.
«Questo dovresti dirmelo tu.»
Hemas guardò il giovane con sospetto. La prima impressione che aveva avuto di lui era stata totalmente negativa, ed il fatto che in quel momento stesse provando ad intavolare con un uomo molto più grande ed esperto di lui un gioco di sottointesi ed insinuazioni mal chiarite non contribuiva di certo a migliorare la sua immagine. Inoltre, il cavaliere si sentiva molto stanco e non aveva affatto tempo da perdere dietro ad un ragazzino viziato, che, credeva, nella vita aveva l’unico scopo di essere sempre al centro dell’attenzione.
«Senti, ragazzo, ora non ho voglia di ascoltare le tue storie, per cui vai a seccare qualcun altro o torna a giocare» concluse con tono secco, coprendosi fino alle spalle e voltandosi dall'altra parte.
Khajil, visibilmente contrariato, lo ammonì allora con ostinazione.
«Mia madre non ti concederà alcun aiuto. Vuoi rifiutare anche il mio?»
Il cavaliere non gli rispose, né si mosse. Fu allora che Khajil, vedendo che era ignorato, perse la pazienza ed usò nuovamente il suo potere, questa volta inconsapevolmente.
«Ascoltami!» ordinò, ed il cavaliere si alzò a sedere sul letto, voltandosi verso di lui.
«Che diavolo mi hai fatto?» gli chiese allora con aria sorpresa.
Khajil gli sorrise superiore, sollevando altezzosamente il capo.
«Dunque, vuoi ascoltarmi di tua volontà o devo obbligarti a farlo?»
«Ragazzino» lo appellò l'uomo con sdegno. «Non metterti contro di me, è un consiglio.»
Khajil, anche davanti alla minaccia, non mutò la propria espressione. Hemas allora, desideroso di dargli una lezione, con uno scatto impugnò il coltello che teneva sotto al cuscino e saltò addosso al ragazzo, obbligandolo ad indietreggiare fino a giungere con la schiena contro alla parete della stanza. A quel punto premette la lama direttamente contro alla sua gola e lo minacciò fissandolo negli occhi. Lo sguardo del cavaliere si fece sottile, ostile, in tutto e per tutto uguale a quello di un assassino.
«Dì solo una parola e farò in modo che sia l'ultima della tua vita. E' chiaro?» sibilò.
Khajil non ebbe nemmeno il tempo di ribellarsi o di gridare. Alla propria sinistra vide saettare l'orrenda ombra del braccio monco del cavaliere, che si fermò premendosi contro alla parete. Era bianco come la fasciatura che l'avvolgeva, intarsiato di vene blu sottili come fili di mercurio. A quella vista il ragazzo si zittì improvvisamente. Terrorizzato, annuì quel poco che poteva, e così Hemas continuò.
«Nello scontro non conta se sei mago o guerriero, conta soltanto chi ha il controllo della situazione. Impara, prima di minacciare qualcuno, che devi essere davvero in grado di ucciderlo, o lui avrà sempre e comunque la meglio.»
Hemas attese di capire che il ragazzo aveva compreso. Infine lo lasciò andare, spingendolo a terra senza alcun rispetto per il suo titolo.
«Ed ora vattene» sibilò collericamente. Poi si sdraiò nuovamente nel letto, voltandogli le spalle.
Khajil lo guardò un istante. Il cavaliere l'aveva umiliato pur potendo contare su una sola mano, e nemmeno la sua favorita. L'aveva ripreso severamente, ma il ragazzo volle credere che non l'aveva fatto con cattive intenzioni. Lui era cresciuto senza padre, poiché il grande Atlas di Hecatoor era morto prima che lui nascesse, ma colui che l'aveva cresciuto, il suo patrigno, con lui si era sempre comportato come aveva appena fatto lo straniero.
Quando aveva voluto fargli entrare in testa qualcosa l'aveva sconfitto ed umiliato, mentre quando poi era stato il momento, e Khajil si era comportato come di dovere, gli aveva sorriso, semplicemente. Per lui aveva avuto ben poche parole di apprezzamento, ma nel tempo il ragazzo aveva imparato a conoscerlo e ad accettarlo. Ormai era abituato a quel tipo di reazioni esagerate, per cui non si spaventò davanti alle minacce del cavaliere, anzi, si rialzò e gli disse quanto Craus, il suo patrigno, gli aveva sempre ripetuto.
«Hecatoor è una fortezza inespugnabile. A volte può cadere, ma nulla potrà mai abbatterla davvero, definitivamente. Essa si rialzerà, sempre e comunque.»
«Cosa farnetichi, ragazzo? Cosa c'entra Hecatoor in tutto questo?»
«Hecatoor è ciò che ti ha accolto quando avevi bisogno, Hecatoor è ciò che ti ha ristorato. Quello che non sai, però, è che Hecatoor è la sua gente; che io, in quanto suo unico sovrano, sono Hecatoor. Quindi è a me che devi la tua vita, non dimenticarlo!»
«Vattene, ragazzo» concluse con tono stanco Hemas, stremato. «L'unica cosa che voglio ascoltare ora è il rumore del mio sonno. Non ho tempo per le fandonie.»
Per la prima volta, mentre la luce della luna illuminava il viso del cavaliere, Khajil notò quanto fosse pallido. I suoi occhi chiari non riuscivano a restare aperti e tutto, in lui, diceva che stava per crollare. Il giovane re passò una mano sul lenzuolo che copriva lo straniero e, quando la ritrasse, si accorse che era macchiata di sangue fresco. Chiunque gli avesse tagliato la mano destra doveva aver fatto senza dubbio un buon lavoro, visto che quella maledetta ferita non riusciva a rimarginarsi.
Con pazienza Khajil si inginocchiò accanto a Hemas e, mentre il cavaliere chiudeva pian piano gli occhi, gli diede da bere dell'acqua. Con delicatezza avvicinò i bordi della coppa alle sue labbra e poi, quando si fu ristorato, gli asciugò la bocca con i bordi del lenzuolo.
Nel dormiveglia, il ricordo scatenato da un qualcosa di simile che aveva già vissuto in passato riportò alla mente del cavaliere un'immagine. Si trattava di una figura umana; di una donna...
Ella l'aveva dissetato quando era solo e stremato. Con il magico liquido bianco in grado di annullare il dolore l'aveva ristorato e curato. Poi si era sporta su di lui per aiutarlo a bere. Le punte dei suoi lunghi capelli del colore dell'oro gli avevano sfiorato il torace lasciato nudo perchè fosse medicato, solleticandolo.
Era stato un momento. Nel delirio, nella sofferenza, Hemas l'aveva guardata negli occhi, e di quello sguardo si era perdutamente innamorato.
Al polso ella portava un braccialetto d'oro con un ciondolo. Era bello come la più preziosa delle collane, ma freddo come le più pesanti catene degli schiavi. In esso Hemas riconobbe una incisione: quella con il nome dell’uomo a cui quella donna era stata consacrata. Sulle sue vesti, vide poi l'immagine di un fiore rosso e così, osservandolo, si accorse di avere compreso quale sarebbe stato il suo destino.
Blastara.
Quello sarebbe stato il luogo a cui avrebbe consacrato la propria vita e dove, infine, l'avrebbe degnamente conclusa.
"Hai giurato..." sussurrò all'improvviso una voce di donna a lui ignota, mentre, intromettendosi nel suo sogno, lo portava forzatamente a conclusione. "Tieni fede alla promessa e vattene!"
Hemas si svegliò all'improvviso, ritrovandosi solo all'interno di una delle tante, ostili stanze di Hecatoor. Nell'aria era svanito il profumo di fiori, che, nel sogno, gli era parso di sentire. Blastara era lontana, e così era anche lei; forzatamente distante forse per sempre, ma allo stesso tempo continuamente presente, nella sua mente e nel suo cuore.
Il cavaliere chiuse gli occhi ed inspirò profondamente per calmarsi. I muscoli del petto, tesi all'improvviso, gli fecero quasi male e tutto ad un tratto si rese conto del rancido odore di vino che padroneggiava nell'aria. Hemas si guardò intorno. Le lenzuola erano state cambiate e la sua ferita nuovamente fasciata e sterilizzata con il vino bollente.
Che fosse stato il ragazzo a prendersi cura di lui?
Poi, all'improvviso, il cavaliere sentì il nitrito imbizzarrito di Tempesta, così si alzò dal letto più in fretta che poteva per correre alla finestra e capire cosa la stesse turbando. Ignorando il dolore che gli perforava il petto e le braccia si sporse dal parapetto, trovandosi davanti al piccolo cortile che precedeva l'ingresso alla fortezza. Subito dopo, vide estendersi il profondo dirupo che circondava tutta Hecatoor, e di cui nessun vivo era mai riuscito a vedere la fine.
Hemas sentì le vertigini assalirlo. Le gambe gli tremarono e lui ondeggiò. Con le mani si aggrappò alla ringhiera della finestra e poi fece un passo indietro, mentre perdeva l'equilibrio e cadeva a terra con un gemito di dolore.
Imprecò senza più voce. Si era alzato troppo velocemente, più di quanto la sua condizione fisica gli avrebbe concesso, e la visione inaspettata l'aveva fatto crollare. Per un istante non aveva capito più nulla. Aveva dimenticato che Hecatoor era stata costruita sulla cima di un irto picco e che era naturalmente protetta dalle montagne che la circondavano. Per questo la chiamavano "La Fortezza", perchè nessuno l'aveva mai conquistata. Arrivare sino al suo ingresso, infatti, era già un'impresa vera e propria.
Riprendendo fiato Hemas si fece coraggio e poi si alzò nuovamente in piedi. Si avvicinò alla finestra lentamente, ed un poco per volta e si sporse. Sotto di lui un inesperto stalliere provava a far muovere Tempesta, con ben scarsi risultati.
Il cavaliere sorrise amaramente. La sua bestia non era certamente il tipo di animale che si faceva domare da tutti, tantomeno da un ragazzino inesperto come quello a cui era stata affidata. Al ricordo di quando lui l'aveva cavalcata la prima volta, di quanta forza le aveva dovuto trasmettere affinché la giovane ed energica puledra lo accettasse, si gonfiò d'orgoglio.
Poi, però, d'un tratto il sorriso che aveva in viso gli si spense. Hemas si rese conto che non sarebbe mai più riuscito a compiere un’impresa del genere, per tutto il resto della sua vita. Ferito nell'orgoglio nascose l'arto amputato dietro la schiena e guardò verso sud. Nella sua mente risuonavano ancora le grida degli abitanti di Blastara e, sopra a tutte, il comando del suo re.
"Non fare in modo che Blastara sia loro. Giuralo!"
Le labbra del cavaliere si assottigliarono e, mentre le nuvole si addensavano coprendo il cielo di Hecatoor, egli si decise. Passare un'altra notte all'interno di quella maledetta Fortezza sarebbe stato soltanto inutile, e pericoloso. Quella stessa sera, una volta fatto buio, se ne sarebbe andato, diretto alla sua Blastara ed a lei.
Intanto, in cima alla Torre Sud, Radia pareva scrutare la notte con sguardo vuoto, ma non era che un inganno. La sua figura evanescente, in cui la luna specchiava la sua luce d'argento, era in realtà del tutto proiettata all'interno della fortezza. Ella stava scandagliando i pensieri, i ricordi ed i sogni di coloro che albergavano a Hecatoor, analizzandoli.
Il ricordo del cavaliere, in particolare, l'aveva davvero colpita. A lui conducevano troppi fili; a lui erano legate troppe vicende e non voleva più che restasse a Hecatoor e che il suo passato venisse alla luce. Radia, infatti, grazie al suo potere, aveva capito di lui molto più di quanto avrebbero dovuto sapere gli altri due Sapienti di Hecatoor.
La Sapiente Nera, allora, parlò un'ultima volta al cavaliere con la voce della mente, in modo che la sua scelta di lasciare Hecatoor fosse definitiva.
«Hai giurato» ripeté, mentre lui soltanto udiva la sua voce in un sussurro e, allarmato, si rivoltava tra le coperte del letto. «Tieni fede alla promessa e vattene! Torna a Blastara.»
Udendo quello strano sussurro Hemas pose la mano sinistra sotto al cuscino, mentre provava a frenare i rapidi battiti del suo cuore. Anche se non lo avrebbe mai ammesso, il cavaliere aveva paura dell'immensa magia che circondava la Fortezza e che lo scrutava nell'ombra. E così, comprendendolo, Radia sorrise, cullando la certezza che quella stessa sera lui se ne sarebbe andato.