Il Re dei Popoli
IX. Il Drago
La mattina successiva, quando Aryen si svegliò, si rese subito conto che nella notte appena trascorsa era accaduto qualcosa di insolito. Sentiva un peso gravarle sullo stomaco, come se avesse fatto qualcosa che non doveva. Quella notte aveva avuto un sonno tormentato dagli incubi. Senza che lo volesse, si era ritrovata a fare ciò che non avrebbe nemmeno mai immaginato; ciò a cui non avrebbe nemmeno mai voluto pensare.
Nel ricordare i terribili sogni che l'avevano tormentata, Aryen fu assalita da una vampata di calore e così provò a sprofondare quanto più poteva nel letto, nascondendosi da tutti e soprattutto da se stessa. Era strano. Sin da piccola si era svegliata ogni, singola volta che aveva avuto un incubo, ma non quella notte. La ragazza, sforzandosi di ripercorrere quanto era successo, provò a tirarsi il lenzuolo sul viso, ma non riuscì a spostarlo quanto voleva. Era come incastrato...
Fu soltanto in quel momento, mentre si guardava intorno, che si accorse che c'era qualcuno avvolto nelle coperte con lei. Balzando a sedere sul letto rivolse allora lo sguardo al suo fianco e spalancò gli occhi incredula. Il Drago, ancora vestito, dormiva infatti accanto a lei, nel suo stesso letto. Prima ancora di chiedersi il perché od il per come fosse accaduto, un unico pensiero le solleticò la mente.
Mentre dormiva, il Drago non poteva esercitare alcun potere.
Era come un cavaliere senza la sua spada e senza scorta, solo e disarmato.
Trattenendo il respiro, Aryen tese un braccio verso il suo viso. Sarebbe bastato così poco per ucciderlo... Il cuore le batteva all'impazzata, mentre nella stanza regnava un silenzio quasi sovrannaturale; un silenzio così totale da renderla inquieta.
Perché il Drago si trovava lì e perché nessuno stava vegliando sulla sua incolumità? Era stato un folle a dormirle accanto senza aver preso le dovute precauzioni.
Con le punte delle dita, Aryen sfiorò il collo della bestia. Non appena lo toccò, però, perse il contatto con la realtà e, come in un flash, si ritrovò a vivere uno degli incubi che l'avevano tormentata la notte appena trascorsa.
Si ritrovò a giacere in una stanza semibuia, mentre ansimava di piacere. Le forti braccia di un uomo la stringevano spasmodicamente a sé, con desiderio e possessività. Sentì il respiro freddo di colui che la sovrastava premere sul suo petto nudo. Istintivamente Aryen fremette, inclinando la testa all'indietro ed avvicinandosi a lui più che poteva, gridando il suo nome in preda ad un piacere che non credeva potesse esistere davvero.
«Wayath... Wayath...» sussurrava con voce strozzata.
«Wayath» ripeté fievolmente nella realtà, in un sussurro.
Le mani dell'uomo attrassero il viso della ragazza a sé e lei si lasciò guidare. La sua coscienza si perse lontano, nell'ardore del lungo bacio che le donò il suo amante, e poi, finalmente, riaprendo gli occhi lo vide in volto. Il sudore gli colava sul viso carico di passione. Dietro di lui ardevano le fiamme di un grande fuoco. Una città bruciava, ma lui, incurante di tutto e di tutti, guardava soltanto lei, con i suoi profondi ed ammalianti occhi d'oro.
Improvvisamente le immagini sfuocate del sogno si fecero sempre più concrete, finché Aryen non riuscì a riconoscere colui a cui appartenevano quel viso e quello sguardo d'oro. Il Drago, ridestatosi dal suo sonno, la fissava impudentemente negli occhi, leggendo in essi ogni pensiero della ragazza, mentre un perverso sorriso di pura soddisfazione gli illuminava il viso.
Il suo sguardo non aveva nulla di umano. Per la prima volta Aryen riuscì a comprendere quale fosse la magia che si agitava dentro di lui, anche se non volle ammetterlo, nemmeno con se stessa. Imprecò dentro di sé, veementemente. Lui la affascinava. Quel maledetto la stava stregando con la malia del suo sguardo.
«Piaciuto il sogno?» chiese lui divertito.
Aryen si sforzò di distogliere gli occhi da quelli di lui, invano. Respirando a fatica, però, si obbligò a rispondergli.
«Il tuo è un gioco rivoltante.»
«Tu dici? Eppure non mi pareva che ti dispiacesse tanto, dal momento che, nel sonno, hai persino invocato il mio nome.»
L'espressione della ragazza si fece stupita.
«Wayath...» ricordò. «Tu sei Wayath!»
«Il Drago» completò lui la frase.
«La bestia» lo riprese per offenderlo lei.
Lui, però, per nulla contento di quell'appellativo, la schiaffeggiò senza perdersi in ulteriori minacce, mentre il suo sguardo si faceva freddo e tagliente. Nessuno poteva offenderlo. Nessuno.
«Tu devi rispettarmi» le ringhiò addosso.
«No, questo mai!» replicò Aryen ribellandosi al suo giogo e stringendogli le braccia così forte da perforargli la carne con le unghie. Lui tuttavia non gridò, ma le sorrise schernendola.
«Non puoi ferirmi, perchè non vuoi farlo davvero.»
La ragazza si guardò le mani. Ancora una volta, anche se i suoi sensi le dicevano che stava procurando dolore all’uomo che aveva di fronte, anche se sentiva la pelle del Drago sotto alle sue unghie, si accorse di avere le dita semplicemente appoggiate sulle sue braccia.
«Smettila di usare i tuoi trucchi su di me!» ordinò, ma lui rise ancora, divertito.
«Io non sto facendo davvero nulla.»
Aryen si sorprese di trovare negli occhi del Drago una traccia di sincerità. Istintivamente il dubbio si impossessò della sua mente. Era perchè lei non era davvero capace di ferirlo, o perchè lui stava esercitando su di lei la sua maledetta malia?
«Che cosa vuoi da me?» chiese la ragazza rendendo tagliente il suo sguardo.
«Questo già lo sai.»
La sua voce profonda procurò un brivido ad Aryen. Fu come se le gelide dita del Drago le avessero artigliato il cuore.
«Io non ti dirò nulla.»
«Tu dici?»
Ancora una volta, l'ambiguità dello sguardo del Drago fu origine del dubbio. Per un momento Aryen non fu certa di se stessa e della sua forza e lui se ne accorse, così ne approfittò per colpirla ancora una volta, con lo sguardo e con la voce.
«Oggi mi piaci più di ieri» disse, e l'erede di Blastara avvampò davanti a quel complimento inatteso, senza riuscire a capire perchè. I suoi sensi la fecero tremare, anche se lei si ribellò, dicendosi che non doveva cedere. E così, pian piano, iniziò a comprendere che, forse, la forza che credeva di possedere non le sarebbe bastata a fronteggiare il nemico.
«Io non cederò» ripeté rivolta più a se stessa che al Drago. «Non ti dirò mai ciò che vuoi sapere.»
«Aspettiamo domani. Domani sarai una persona diversa, forse anche migliore rispetto ad oggi.»
Il Drago parlò con pazienza. A differenza dei suoi seguaci non aveva alcuna fretta. Aveva fiducia nella propria forza e nelle proprie strategie e preferiva l'inganno alla violenza. Sapeva che chiunque può vincere con la forza delle proprie braccia, ma che pochi soltanto erano in grado di ingannare gli uomini, i traditori per eccellenza, e lui ambiva ad essere tra questi.
«Per oggi sei libera di fare ciò che meglio credi» concluse infine alzandosi dal letto. «Tares si occuperà di te, ma stai attenta perchè ha l'ordine di ucciderti se parlerai con qualcuno. Sono stato chiaro?»
Aryen non rispose, dal momento che non era disposta ad accettare di essere una prigioniera, ma al Drago fu sufficiente vedere che chinava lo sguardo verso il basso imprecando a bassa voce. Infine lui uscì e, dietro alla porta, la ragazza riuscì a scorgere l'ombra del vecchio guardiano cieco che attendeva.
Il tempo trascorse veloce ed in breve si fece sera. Il Drago, terminate le sue molteplici occupazioni, decise allora di mettersi alla ricerca di Aryen di Blastara. In breve setacciò tutto il palazzo, fino a trovarla all'interno dell'antico tempio dedicato alla Dea Shandra.
Si trattava di una costruzione molto piccola, situata dietro alla prima cerchia di mura che proteggeva il palazzo. Era un ambiente molto strano, che provava in tutto e per tutto a riprodurre la notte di cui la Dea, in cui credevano gli abitanti dei Quattro Regni, era sovrana. Tutte le pareti erano state dipinte di blu ed al soffitto erano stati attaccati tanti piccoli frammenti di specchi. Diverse candele ricoprivano il sentiero che conduceva all'Altare di Pace, e la loro luce soffusa rimbalzava sulle pareti e sugli specchi, riproducendo la tremante luminosità delle stelle.
Nell'aria regnava un silenzio quasi sacrale, accompagnato dal tintinnio di una miriade di campanellini d'argento; tanti quante erano state le gloriose lune in cui Arthur di Blastara aveva regnato saggiamente. La salma del re era posizionata nel centro del tempio, accomodata con la schiena premuta contro l'altare. Aryen, china su di lui, lo vegliava.
I capelli della ragazza erano macchiati di sangue ed erano appoggiati sul petto squarciato del padre. Aveva le labbra increspate in una silenziosa preghiera ed intanto, con estrema dolcezza, accarezzava un'ultima volta il viso del re. Aveva gli occhi lucidi e stanchi ed il Drago, a quella vista di morte e sacrificio, si leccò le labbra sogghignando.
Fatti un paio di passi in avanti, raggiunse Tares e si rivolse a lui.
«L'ha tirato giù dall'asta da sola?» chiese, ed il cieco annuì, così lui continuò. «Mi hanno detto che ci sono voluti tre uomini per appenderlo in cima alla torre più alta di Blastara, e lei lo ha tirato giù da sola. E' davvero notevole» esclamò sottovoce, accarezzandosi il mento.
«Ha impiegato tutto il pomeriggio soltanto per questo» commentò Tares mentre sentiva lo sguardo pressante ed indagatore del Drago su di lui.
«Cos'hai fatto alla faccia?» chiese all'improvviso lui notando sulla guancia di Tares una ferita recente. L'uomo allora imprecò, sputando per terra.
«E' stato un maledetto falco stamattina, nella falconeria.»
«E che cosa ci facevi là?»
«La ragazza ha voluto dare da mangiare agli animali, però quel luogo non mi è piaciuto affatto e così le ho proibito di farvi ritorno.»
«Molto bene» concluse infine il Drago dandogli una pacca sulla spalla. «Hai svolto bene il tuo incarico ed adesso puoi andare.»
Il guardiano non impiegò che un istante ad eseguire l'ordine. Si inchinò con rispetto, poi si voltò e, puntando il bastone per meglio comprendere la via da seguire, se ne andò accompagnato da un ticchettio a cadenza regolare. Il Drago attese ancora un momento, osservando sin nel profondo l'ultima erede di Blastara. Infine le si avvicinò.
Intanto, all'esterno del Tempio di Shandra, Rakje attendeva il Drago, pronto a scattare ad un ordine del suo padrone ed a difenderlo se necessario. In breve il gigantesco guerriero vide Tares uscire, e così ne approfittò per fermarlo e fargli qualche domanda. Grazie alla sua vicinanza al Drago, infatti, certamente il cieco doveva sapere molto più di chiunque altro.
«Ehi, Tares» lo chiamò fischiando.
Lui si bloccò, tendendo le orecchie e ricercando l'origine della voce. Non era abituato ad essere chiamato da altri che dal Drago, visto che, dopo che si era accecato ed aveva smesso di combattere, sapeva di essere considerato al pari della peggiore feccia. Il fatto che tempo addietro fosse stato il più valoroso combattente dei Figli del Drago era ormai del tutto ininfluente, così come il fatto che avesse salvato la vita al Drago in più di una occasione. Ora lui non era in grado neppure di brandire una spada, per cui era come se fosse morto. Anzi, forse era anche peggio.
«Sai chi sono io?» continuò Rakje guardandolo dubbioso.
Tares sorrise al nulla, spalancando la bocca priva di alcuni denti.
«Sono cieco, non sordo. Tu sei Rakje, il nuovo Guerriero di Sangue del Drago. Compito terribile il tuo, sai? Io parlo per esperienza.»
Il gigante gli sorrise di rimando, mentre sentiva il peso che portava appresso aggravarsi sempre di più.
«Sapevo che eri ancora in gamba, del resto il Drago si fida ancora molto di te e del tuo operato.»
«Tutti gli altri, invece, mi hanno dimenticato o fanno finta di non vedermi» ammise lui senza nessun sentimento, quasi stesse parlando di un'altra persona.
«E' così essere un Figlio del Drago. Tutti noi valiamo soltanto quanto siamo forti. Tu, a causa della tua cecità, non ucciderai mai più, quindi per noi non vali più nulla.»
Rakje si sarebbe aspettato di vedere sul viso di Tares un'ombra di malinconia o di rimpianto. Invece, anche se solo per un istante, vi scorse un sorriso di scherno, che però scomparve subito dopo, tanto in fretta da indurre il gigante a chiedersi se si fosse trattato soltanto di un suo sogno.
E se invece il cieco stesse nascondendo qualcosa, al pari del suo padrone? E se non fosse un incapace come tutti pensavano?
«Non mi hai ancora detto perché mi hai fermato» disse all'improvviso Tares, interrompendo il lungo silenzio che si era creato tra i due. «Io sono soltanto un inutile, povero cieco, desideroso di riposo» recitò allargando le mani e chinando il capo, ma Rakje non credette ai suoi trucchi.
Non molti anni prima, quando aveva ancora il dono della vista, Tares era soprannominato "il guerriero ingannatore", proprio perché nessuno sapeva mai dov'era davvero e quanto fossero veritiere le sue parole. Si diceva che spesso comparisse nei posti più impensati e che mentisse sempre, al nemico e prima ancora all'amico. Midnar, uno dei generali del Drago, gli assomigliava molto, ed infatti Rakje non si trovava bene neppure con lui. Rakje odiava stare con chi non poteva controllare. Però, non poteva rifiutare nulla al Drago e questo gli creava enormi problemi.
«Gli uomini sono tesi» cominciò il guerriero avvicinandosi a passi lenti al cieco. «Non capiscono perché continuiamo a stare fermi in queste rovine. C'è forse qualcosa che dovrei sapere?»
Tares gli sorrise, mostrando le labbra distrutte dalla mancanza d'acqua potabile nei sotterranei. Il suo viso si coprì di rughe e le sue palpebre ciondolarono nel vuoto per un istante, mentre voltava il capo.
«Cosa c'è? Hai paura che il tuo Drago trovi un dirupo e ti dica "salta"? Cosa accadrà non ti deve importante, tanto tu e gli altri dovrete comunque e soltanto eseguire ciecamente» sottolineò Tares lasciandosi andare ad una lunga risata.
Rakje allora, stanco di essere schernito, prese Tares per il mantello e lo sollevò con la forza. Il bastone su cui il cieco si reggeva cadde a terra producendo uno strano suono, come se qualcosa si fosse rotto. Rakje strinse forte ciò che aveva afferrato, ma ad un certo punto si accorse di avere in mano soltanto un cumulo di stracci. Guardando a terra notò che il bastone di Tares era svanito, e così anche il cieco.
«Sinistra presenza» imprecò tra i denti sbuffando. Poi si guardò intorno, inutilmente. Ormai era completamente solo. La sua espressione si fece tesa, contrita. Negli uomini si stava diffondendo un grande malessere. Stare in quel maledetto castello non era come stare tra le montagne del Fato. Non a tutti era chiaro perché il Drago avesse ordinato la partenza e per un poco il gioco era andato anche bene, ma adesso... Dove voleva arrivare il Drago? Quanto grande era la sua sete di sangue? E, soprattutto, era sete soltanto di sangue?
«Che cosa vuoi?»
Aryen si rivolse al Drago prima ancora che lui potesse avvicinarsi abbastanza da farsi notare. Parlò senza nemmeno alzare lo sguardo, e per questo non si accorse del malizioso sorriso che spiccava sul volto affilato del suo sequestratore.
«Il sole sta tramontando. Non pensi di aver vegliato su quel cadavere già abbastanza?»
«Stare accanto a mio padre è l'unica cosa che desidero.»
«Principessa, lui è morto, mentre io e te siamo vivi. Forse faresti meglio a stare con i tuoi simili.»
La ragazza sorrise ironicamente.
«Ed allora tu faresti meglio a tornare da dove sei venuto, perchè questo non è affatto il tuo posto.»
Il Drago non le permise di vedere quanto quelle sue ultime parole l'avessero irritato e le rispose, imperterrito, mentre i suoi occhi si facevano taglienti.
«Un giorno, mi costringerai ad insegnarti cosa sono il rispetto e l'obbedienza.»
«Perchè non ora?» lo rimbeccò lei. «Hai forse paura di sporcarti le mani?»
«No, questo mai.»
Con un rumore secco il Drago le piombò addosso stendendola a terra. Alcune delle candele del sentiero diretto all'Altare di Pace rotolarono a terra ed Aryen, con un gemito, provò a liberarsi, mentre la freddezza del pavimento abbracciava mortalmente le sue membra. Lui le strinse i polsi ferocemente, in attesa di sentire la ragazza supplicarlo di lasciarla andare, ma lei non si arrese e, decisa come non mai ad accettare ogni sofferenza piuttosto che arrendersi, strinse i denti e lo guardò negli occhi senza paura.
«Supplicami di lasciarti andare ed io lo farò. Piegati a me e tutto questo finirà qui.»
«Questo mai» sibilò tra i denti la ragazza, con le lacrime agli occhi.
Dall'alto Shandra osservava tutto ciò che accadeva sulla terra, giudicando ogni sua creatura. Aryen era convinta che la Dea l'avrebbe protetta. Aveva bisogno di pensarlo, soprattutto mentre il Drago la fissava con i suoi maledetti occhi d'oro da così vicino.
«Non costringermi a punirti.»
La voce del Drago si incrinò appena, diventando roca, ed Aryen ne ebbe paura. In un istante ricordò il sogno che aveva fatto. Intorno a loro era buio, come nel suo incubo. Però non c'era nessuna città che bruciava. No, non era quello il momento. Riprendendo coraggio guardò il Drago negli occhi, sfidandolo e maledicendolo silenziosamente. Fu allora che, con un ringhio, il Drago la lasciò andare e poi, senza tanti preamboli, presa in mano una delle candele la usò per appiccare il fuoco alle vesti che ricoprivano il corpo di Arthur di Blastara.
«No!» gridò Aryen alzandosi all'improvviso, così velocemente che le vennero le vertigini. Improvvisamente la ragazza si accorse di non avere più energie. Si disse che era perchè era dal giorno prima che non mangiava e perchè, per tirare giù dall'asta suo padre, aveva impiegato tutte le sue forze. Non appena incrociò lo sguardo con quello del Drago, però, crollò a terra e fu in quel solo istante che si rese conto che, se le mancavano le forze, era anche e soprattutto per la malefica malia che albergava nello sguardo del Drago.
Incapace di reagire lo vide avvicinarsi a lei, lentamente, inesorabilmente, mentre il fuoco appiccato al corpo di suo padre ne coronava i movimenti ampi come un'aura magica. Il Drago si inchinò davanti a lei ed i suoi lunghi capelli neri, spinti dal calore delle fiamme alle sue spalle, le sfiorarono il viso. Con un gesto fluido la prese tra le sue braccia e poi si allontanò dal Tempio senza indugiare, rivolto al palazzo di Blastara.
Con nel cuore il terribile presagio di dove l'avrebbe portata e di cosa le avrebbe fatto, Aryen fece ricorso alle sue ultime forze. Sfoderò le unghie e, approfittando della vicinanza del Drago, lo graffiò in viso. Per la prima volta riuscì a ferirlo, tuttavia lui non mostrò alcuna reazione di dolore. Semplicemente, guardò la ragazza negli occhi con freddezza ed ostilità, mentre le sue ferite si rimarginavano da sole.
«Bruci tuo padre e bruci il Tempio» disse. «Brucino gli Dei tutti se non riuscirò a domare questo tuo maledetto caratteraccio. E ci riuscirò, stanne pure certa, in un modo o nell'altro.»