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Il Re dei Popoli

III. Hemas

Il Cavaliere Errante

 

Hemas dormì quasi un giorno intero. Ogni tanto, quando il sonno si faceva meno intenso, i suoi sensi si riattivavano e sentiva il caldo tocco di qualcuno o qualcosa che gli solleticava la pelle, lenendo le sue ferite. In quegli istanti gli pareva quasi di galleggiare nel vuoto e non provava più l'atroce dolore che l'aveva accompagnato negli ultimi giorni. Giaceva in una dimensione strana, sospesa nel tempo e nello spazio, dimentico di chi era e di qual era la sua missione.
Dormì, semplicemente, finché non fu risvegliato dalla voce di qualcuno. Non comprese a chi apparteneva, tuttavia in essa sentì come una sorta di comando; di volere superiore, e così le obbedì. Aprì gli occhi chiari, tipici della gente che come lui veniva dalle montagne a nord, e li specchiò in quelli scuri, impenetrabili di un ragazzo.
Nello stato di confusione in cui si trovava, Hemas impiegò diversi minuti a mettere a fuoco le figure ed i colori che lo circondavano. Infine riuscì a scernere la sagoma di un giovane e, dietro di lui, di un uomo dai capelli color fuoco con lo sguardo aperto, sincero. Subito, osservandoli, si accorse di desiderare un'unica cosa soltanto: evitare di incrociare ancora lo sguardo del ragazzo che lo fissava. Nell'istante in cui aveva incontrato i suoi occhi, infatti, aveva provato una sensazione di forte fastidio, e di inspiegabile paura.
«Non temere.»
All'improvviso il cavaliere udì la voce di una donna accoglierlo con calore. Hemas sentì i suoi passi leggeri muoversi nella stanza, seguiti dal piacevole fruscio delle vesti, così voltò la testa cercandola e continuando ad ascoltarla.
«Se è vero che vieni da Blastara, come rechi scritto sulle tue insegne, sei tra amici.»
«Chi siete?» chiese allora con voce flebile, mentre voltava la testa per osservare i movimenti eleganti della donna. La vide avvicinarsi al letto in cui giaceva e fermarsi di fianco al ragazzino che lo fissava, dopo avergli messo le mani sulle spalle con fare protettivo.
Era una donna dai lineamenti particolari, ma in qualche modo familiari. Aveva lunghi capelli castani, adornati di gioielli, e profondi occhi verdi dal taglio comune, come tanti che aveva visto a Blastara. Mentre la guardava, Hemas provò una sensazione strana. Era come se quella donna fosse fuori luogo rispetto a coloro che erano nella stanza con lei. Il suo aspetto era diverso, anche se, in fondo ai suoi occhi, si poteva scorgere un qualcosa che la accomunava al luogo tetro in cui si trovava: una fredda consapevolezza di superiorità, a tratti un poco irritante.
«Io sono la Signora di Hecatoor, sorella di Arthur di Blastara» si presentò. «E questo è mio figlio Khajil, il legittimo erede al trono» concluse abbracciando il ragazzino castano che lo stava scrutando in silenzio. «Perchè avete viaggiato tanto a lungo seppur ferito, cavaliere? E' forse successo qualcosa al re, mio fratello?»
A quella domanda Hemas chinò lo sguardo, ed all'improvviso un pesante silenzio calò nella stanza. La sua espressione si fece tesa, contratta. Come avrebbe potuto riferire le tremende verità che si portava dentro? Con quali parole avrebbe potuto dare a quella donna un dolore così grande?
«Stanotte ho fatto un sogno» disse all'improvviso l'uomo con i capelli rossi, mentre per un istante, nell’esercitare la magia, nelle sue iridi scure balenavano riflessi color sangue. «Ho visto un incendio devastare un campo di fiori rossi. Ho visto corpi di uomini appesi alle mura di un castello e uomini bestia che si nutrivano delle loro carni.»
La Signora portò le mani sulle orecchie del figlio e lo attirò verso di sé, stringendolo nel suo abbraccio.
«Non dire altro, Levis» lo ammonì severamente. «Non davanti a mio figlio.»
«Perdonatemi» si scusò mestamente il Sapiente, mentre i suoi occhi tornavano scuri e si abbassavano nuovamente verso il terreno. «Porterò via vostro figlio, in modo da lasciarvi discutere.»
Il ragazzo fece per opporsi, ma un crudo sguardo della madre gli ricacciò in gola ogni parola. Nessuno poteva opporsi a chi governava Hecatoor, in nessun caso e con nessuna autorità.
In breve l'uomo con i capelli rossi aprì la porta della stanza e fece segno al ragazzo di uscire. I due se ne andarono insieme, ma, mentre l'uomo uscì a capo chino, eseguendo gli ordini della sua Signora, il ragazzo lo fece camminando a testa alta e con un atteggiamento di aperta superiorità, come se fosse stato lui a decidere del proprio destino.
Una volta che se ne furono andati, il cavaliere sospirò di sollievo e, facendosi coraggio, provò a mettersi a sedere appoggiandosi al letto con la mano sinistra; l'unica su cui potesse ancora contare. I suoi movimenti furono particolarmente goffi. Li accompagnò con manifeste smorfie di dolore, tuttavia riuscì nell'impresa e rimase per qualche istante in silenzio, in attesa di vedere sparire le stelle di luce che lo sforzo gli aveva portato davanti agli occhi. Prima che potesse parlare, però, fu la Signora di Hecatoor a rivolgersi a lui.
«E' vero quanto ha detto Levis, il mio Sapiente?»
Hemas sospirò pesantemente.
«L'uomo con i capelli rossi ha visto bene. A quanto pare è vero che Hecatoor è la terra madre di ogni magia. Avete tutti un potere qui, vero?»
«Che ne è di mio fratello?»
La Signora non prestò attenzione alle parole del cavaliere e gli chiese direttamente ciò che voleva sapere, senza indugiare. Il campo di fiori rossi a cui aveva alluso Levis, infatti, erano i terreni intorno a Blastara, la terra che aveva dato la vita a lei e a suo fratello, che la governava. Erano anni che non la vedeva; sin da quando suo padre l'aveva data in sposa al potente Signore di Hecatoor, ma lei l'avrebbe comunque riconosciuta tra mille.
Il cavaliere attese un momento prima di rispondere.
«Arthur di Blastara è morto valorosamente, al fianco dei suoi uomini» concluse infine, mentre, con estrema fatica, nello sguardo lucido riportava alla luce il recente dolore.
La Signora non mostrò alcuna reazione. Rimase immobile, poichè a chi governava Hecatoor non era permesso mostrare debolezze, però questo non significava che non provasse sentimenti. Il cavaliere, infatti, per qualche istante sentì il respiro della Signora farsi sempre più veloce e vide strane ombre attraversarle lo sguardo.
«E sua moglie? E la piccola Aryen?» continuò modulando quanto poteva la voce.
«Non so nulla di loro. Entrambe sono praticamente svanite nel nulla.»
Per qualche minuto la Signora rimase in silenzio, ed il cavaliere rispettò la sua volontà ed il suo dolore. Infine, però, lei si decise a fare la domanda che da tanto tempo le occupava la mente.
«Perchè tu sei sopravvissuto?»
Il suo tono non collerico, ma freddo, nascondeva un'accusa. Hemas sapeva che prima o poi lei gli avrebbe fatto quella maledetta domanda. Era normale; le persone a lei care erano venute a mancare, mentre lui era inspiegabilmente ancora vivo.
«Non sono un disertore, né un fuggitivo» puntualizzò sin da subito. «Sono fedele al mio re, tanto da aver dato per lui anche la mia mano destra» disse alzando il braccio monco e facendo per la prima volta mostra della sua menomazione. «Ho combattuto al suo fianco finché ho potuto, ma loro erano troppi, e troppo forti...»
«Loro chi?»
«I Figli del Drago.»
Nell'udire quel nome l'espressione della Signora di Hecatoor si fece improvvisamente tesa.
«Pensavo che fossero un popolo pacifico, e che vivessero nei boschi intorno a Blastara in armonia con la natura.»
«Il loro nuovo re, a quanto pare, non la pensa così.»
«E tu perchè sei venuto proprio qui?»
«Per invocare il vostro aiuto, Signora, per riconquistare Blastara. Le ultime parole del mio re sono state per voi. Mi ha detto "Vai a Hecatoor e chiedi aiuto. Non fare in modo che Blastara sia loro".»
«Quello che mi chiedi di fare è una pazzia» tagliò corto lei. «Blastara ormai è caduta e, se anche riuscissimo a riconquistarla, poi non avrebbe nessuno alla sua guida. Hecatoor è troppo lontana e con Aryen è venuto a mancare la sua unica, vera erede di sangue.»
«Forse no» la contraddisse il cavaliere. «Forse Aryen di Blastara è ancora viva e poi c'è un altro ragazzo che, per sangue, appartiene alla stirpe regnante.»
«Queste sono soltanto bugie. Arthur aveva una figlia soltanto.»
«No, aveva anche un figlio: Taitan.»
«Tartan è morto anni fa, sbranato dai lupi.»
«Ma il suo corpo non è mai stato trovato.»
Hemas attese un istante, poi, sentendosi addosso lo sguardo inquisitore della Signora di Hecatoor, continuò.
«Lui è ancora vivo, nascosto ed al sicuro, ma non pretendo che crediate soltanto alla mia parola, né che mi diate una risposta ora. Se vorrete io porterò il piccolo Taitan qui da voi, ma al di là di questo vi chiedo di riflettere. I Figli del Drago non sono che all’inizio della loro guerra. Io ho guardato il loro re negli occhi ed in essi ho letto l’ambizione più cupa. Ora che l'ha provato, lui vuole altro sangue e voi che avete il potere di fermarlo ed avete giurato di proteggere le terre dei Quattro Regni non potete ignorarlo.»
La Signora, nell'udire quelle parole, ebbe un sussulto di disapprovazione ed i suoi occhi si assottigliarono fino a divenire due fessure. Poi lei si avvicinò alla porta e l'aprì per uscire, non prima di avere ben chiarito la sua posizione.
«Voi, cavaliere, dimenticate il vostro posto» sibilò tagliente. Nessuno, infatti, poteva dire alla Signora di Hecatoor cosa poteva o non poteva fare. «E soprattutto, nonostante diciate di aver combattuto al fianco di mio fratello, dimostrate di non conoscere affatto bene la guerra. Hecatoor si sta riprendendo appena ora, dopo quindici anni, dal suo violento e sanguinoso passato ed io non ho alcuna intenzione di guidare nuovamente la sua gente verso la rovina.»
«Eppure sarete costretta a farlo, ora o poi. Oggi i Figli del Drago sono a Blastara, domani saranno a Temma e poi, magari la prossima luna o forse anche prima, arriveranno anche a Hecatoor. E' solo questione di tempo, e di coraggio. Dote di cui, a quanto pare, voi siete sprovvista, a differenza di vostro fratello.»
«Voi non sapete nulla di mio fratello» lo accusò lei con odio. «Ma, soprattutto, mancate di saggezza. Questa è la vera dote che rende un regnante diverso da un semplice cavaliere. Voi volete riprendere Blastara con il sangue di altri, ma io non ve lo consentirò. Questa, ormai, non è più la mia guerra. Io sono la Signora di Hecatoor, adesso. Ardesia di Blastara è morta nel momento stesso in cui suo padre l'ha venduta al Signore di Hecatoor.»
«No, lei è morta molto tempo dopo; non appena ha messo piede in questa maledetta terra, dove la magia occulta ti scruta in ogni istante, annullando il tuo vero io.»
«Ora state esagerando, cavaliere» concluse la Signora riprendendo la calma ed il controllo della sua voce. «Io vi ospiterò finché non sarete di nuovo in forze, ma poi voglio che ve ne andiate. E, se davvero volete riconquistare Blastara, allora brandite voi stesso una lama, perchè Hecatoor non si muoverà certamente per voi.»
A quel punto la Signora si voltò e chiuse la porta alle proprie spalle, considerando il discorso concluso e lasciando Hemas nuovamente solo.
Il cavaliere attese di sentire i suoi passi allontanarsi, poi si sdraiò nuovamente sul letto con stizza ed alzò gli occhi verso il soffitto. Per un istante i muscoli della braccia si contrassero spasmodicamente, nel tentativo di contenere l'ira che gli attraversava ferocemente il corpo. Poi, però, essi si rilassarono e gli occhi di Hemas si fecero tristi.
«Magari potessi ancora impugnare una spada» sospirò mestamente nel buio della sua stanza, digrignando i denti. «In questo caso, avrei già fatto ritorno a Blastara da solo, senza essere obbligato a pregare per l’aiuto d’altri.»
Poi il cavaliere portò la mano sinistra sul polso destro. Sollevò il lenzuolo in cui aveva nascosto l'arto mutilato e lo strinse con ogni sua forza, con collera, fino a fare di nuovo sanguinare la sua ferita. E tale, in quel momento, era la sorte del suo cuore. Esso sanguinava, incapace di reagire.


Il Quarto Sapiente - R.P. - Cap.III

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