Il Re dei Popoli
II. Aryen
La Principessa di Blastara
«Lasciami!» gridava Aryen alla bestia che l'aveva catturata, agitandosi nella sua presa ferrea. «Lasciami andare o sarà peggio per te!»
Nel momento stesso in cui era stata scoperta, dal terrore più cieco la ragazza era passata alla collera ed alle minacce. La principessa di Blastara sapeva che, anche gridando, non avrebbe risolto nulla, ma voleva dimostrare al suo sequestratore, ed innanzitutto a se stessa, di possedere lo stesso coraggio con cui suo padre, soltanto due giorni prima, si era scontrato insieme ad una manciata di uomini contro un intero esercito di Figli del Drago.
All'improvviso colui che la stava trascinando di forza bloccò i suoi passi e, voltandosi verso di lei, alzò una mano sopra la sua testa. Con lo schiocco di una frustata le diede un sonoro schiaffo e la ragazza, prima di cadere in terra, ruotò su se stessa.
Aryen non riuscì nemmeno a gridare. Sentì male come non era mai accaduto prima e per qualche istante le parve persino di essere divenuta cieca. Intorno a sé vide soltanto un grande buio, animato da una miriade di coriandoli d'argento. Poi, pian piano, quando il nero svanì, le lacrime che le salirono agli occhi le offuscarono la vista. Tuttavia non pianse, ma fissò con odio il volto deformato del suo sequestratore.
«Cane...» imprecò tra i denti, così piano da non essere udita. Doveva essere coraggiosa, non stupida. Poteva sfogare la sua rabbia, ma urlare le più terribili offese contro ad un guerriero grande tre volte lei non era certamente consigliabile.
«Non voglio più sentirti gridare» le disse l'uomo con calma, scandendo bene le parole. Poi si piegò verso di lei e, guardandola dritta in faccia, sogghignò, mentre notava che la ragazza provava con ogni sua forza a trattenere le lacrime. Non la schernì apertamente, ma si limitò a chiederle la conferma che avesse capito ciò che le aveva detto.
«Sono stato chiaro?» sibilò.
Aryen non rispose e non distolse neppure gli occhi di dosso all'uomo, però a lui fu ugualmente chiaro che aveva compreso.
Nel silenzio che si era generato, la ragazza osservò con attenzione il suo sequestratore; l'uomo che, dopo aver scoperto dove si era nascosta per sfuggire all'assedio, l'aveva presa per trascinarla chissà dove. Portava i capelli castani raccolti in una lunga treccia ed aveva il viso, ricoperto di cicatrici, nascosto al di sotto di una lunga barba. La sua espressione era sadicamente sorridente ed Aryen gli avrebbe volentieri alzato le mani contro, se non fosse stato per il particolare che, insieme alla grande prestanza fisica, faceva di lui non un essere umano qualsiasi, ma un Figlio del Drago, ovvero gli occhi.
Lo sguardo di quel maledetto popolo era da sempre tagliente, feroce e pauroso. Le loro iridi gialle diventavano dello stesso colore dell'oro fuso ogni volta che venivano illuminate dal sole, mentre negli ambienti scuri come i corridoi del castello parevano bianche, come quelle dei ciechi.
Per nulla imbarazzato dall'attenzione con cui la ragazza lo stava osservando, il guerriero si alzò nuovamente in piedi e, dopo averla presa per un braccio, se la caricò in spalla come se avesse appena cacciato ed ucciso un piccolo coniglio di bosco. Per le sue enormi braccia il peso della ragazza, effettivamente, non doveva essere molto diverso.
Aryen si lasciò prendere e smise di gridare. Se voleva sopravvivere stava iniziando a comprendere che non doveva sfidare apertamente i Figli del Drago, ma sorprenderli. Certo, se in qualche modo fosse riuscita a sopravvivere per più di qualche ora...
Il guerriero camminò per qualche minuto e poi, all'improvviso, si arrestò. Aryen lo sentì inclinare la schiena e, mentre vedeva il pavimento avvicinarsi sempre di più al proprio viso, lo sentì spalancare il portone con un calcio. La ragazza conosceva bene le stanze di Blastara e così, appena entrata, si guardò intorno, riconoscendo all'istante la sala del trono.
«Ti ho portato un regalo, Drago» disse il guerriero. Poi, senza attendere un istante di più, depose con ruvidezza la ragazza su un tavolo, come si fa con la selvaggina appena cacciata.
Aryen sbattè la schiena violentemente, ma non gridò. Lanciò un piccolo gemito e poi, appoggiandosi ad un gomito, cercò l'uomo a cui il guerriero si era rivolto. Era poco distante da lei, accanto alla finestra della sala del trono. Quel giorno il cielo non era luminoso come al solito e delle strane nubi grigie avvolgevano la figura di quello che il guerriero aveva chiamato non 'Figlio del Drago', ma direttamente 'Drago'.
Il suo viso sottile ed affilato era contratto in un innaturale sorriso. I suoi occhi, violati dal pallido sole che stava nascendo ad est, erano dello stesso colore dell'oro fuso. Era vestito di una semplice tunica verde intarsiata d'oro, sopra alla quale i capelli lunghi e lisci, scuri come le secolari cortecce delle querce del Bosco del Fato, dipingevano linee simili a scie di sangue.
Nel guardarlo, la ragazza ebbe la sensazione che ci fosse qualcosa di sbagliato in lui. Fisicamente il 'Drago' era meno prestante di tutti gli altri guerrieri che lei aveva visto, eppure tutti parevano temerlo. Persino l’uomo che l'aveva portata lì, nonostante si fosse rivolto a lui dandogli del "tu", in quel momento giaceva relegato lontano da lui, in attesa di un suo ordine. Perchè, dunque, tutti avevano paura di lui e lo rispettavano? I Figli del Drago obbedivano alla forza, e non alla stirpe di sangue.
«E così tu sei l'ultima erede di Blastara» esclamò all'improvviso il Drago. La sua voce parve quasi perdersi nell'ampiezza della stanza. Lasciò scoccare la lingua, prima di continuare. «Dimmi, è vero che, se ti uccido, poi potrò creare una nuova stirpe tutta mia?»
Aryen sollevò fieramente lo sguardo.
«I Figli del Drago non potranno mai governare Blastara. Potranno anche conquistarla, ma essa non sarà mai realmente loro.»
«Eppure» disse il Drago procedendo lentamente verso di lei e saggiando il suo sguardo «ora tutto ciò che vedi mi appartiene.»
«Di che cosa stai parlando? La guerra che hai portato ha privato Blastara di tutto ciò che aveva di bello. Ormai non c'è più nulla che valga la pena di conquistare.»
«Dunque, vuoi davvero dire che la Blastara per cui ho lottato non ha alcun valore?»
«Io dico che quello che tu hai creato non ha alcun valore.»
Il Drago rise.
«Io non ho ancora fatto nulla, principessa. Però mi darò da fare, e molto presto. Sai, c'è un motivo per il quale, tra tutte le terre circostanti i boschi di mio dominio, ho scelto di iniziare la mia conquista proprio da Blastara, ma non pretendo che tu lo comprenda. In fondo, sei soltanto una donna umana.»
Aryen non si lasciò distrarre dall'offesa. Tenne il capo alto, orgogliosamente, ed aggiustandosi gli arruffati capelli rossi dietro ad un orecchio sorrise al Drago.
«Mio padre tornerà, e vi caccerà dalle nostre terre.»
«Tuo padre, dici? Dimmi: che fine credi abbia fatto?»
«Lui è andato in cerca di aiuto. Tornerà con i più potenti maghi e guerrieri e vi annienterà, ricacciandovi da dove siete venuti.»
Il Drago sogghignò.
«Rakje» chiamò, e l'enorme guerriero che aveva catturato Aryen incrociò le braccia sul petto, pronto ad obbedire. «Forse è un po' che la principessa non gode della vista che si ha da quassù della bandiera di Blastara. Vuoi avvicinarla alla finestra?»
Il guerriero allora, senza tanti preamboli, prese Aryen per un braccio e la trascinò giù dal tavolo su cui l'aveva posta, mentre lei si lamentava per la sua brutalità. Nel mentre il Drago si allontanò dalla sua posizione e si avvicinò al trono.
All'improvviso un freddo vento di tempesta sferzò il viso della principessa e soltanto allora, mentre i suoi occhi divenivano testimoni di ciò che restava di Blastara, ella si accorse di ciò che era realmente accaduto sin da quando aveva deciso di scappare e nascondersi.
I campi intorno al palazzo non erano più pieni di fiori rossi. L'aria non era più profumata. I corpi mutilati degli uomini ricoprivano la nuda terra ed il vento ululava tra gli alberi come se il castello fosse circondato da uno stuolo di fantasmi. Non c'erano più bambini che giocavano dentro le mura, ma soltanto sangue. Con orrore Aryen si portò le mani sul viso, nel tentativo di impedire ai suoi occhi di scoprire i segreti più macabri, ma essi non vollero smettere di guardare. Ovunque c'erano corpi dilaniati e mezze bestie che vagavano in cerca dei loro tesori. Corpi di uomini che conosceva e che un tempo l'avevano persino corteggiata.
La ragazza chinò la testa, sconcertata, ma Rakje le prese il volto tra le mani grandi e ruvide e la obbligò a guardare ciò che lui voleva.
«Ammira, ragazza, la bandiera del Drago.»
Aryen spalancò lo sguardo, trattenendo il respiro. La bandiera bianca con il drago giallo che aveva dato origine alla stirpe di quelle mezze bestie e metà uomini crepitava al passaggio furioso del vento, in cima alla Torre più alta di Blastara. Intorno alla figura del drago, però, non c'erano soltanto il candore dello sfondo o la polvere della terra, ma anche il rosso del sangue.
La ragazza aguzzò la vista. C'era qualcosa attaccato al palo su cui la bandiera era stata innalzata; una macchia scura. D'un tratto il vento cambiò e la bandiera lo seguì, rivelando il corpo di un uomo legato in cima alla torre. Era chiaro che era stato torturato a lungo, brutalmente, che era morto violentemente e poi sistemato là dove tutti l'avrebbero potuto sempre vedere, in monito a chiunque potesse anche solo pensare di ribellarsi ai Figli del Drago.
All'improvviso il viso di Aryen smise di opporsi alle mani di Rakje che volevano che lei guardasse. Il guerriero sentì i lineamenti della ragazza rilassarsi ed arrendersi mentre riconosceva l'uomo mutilato. Lasciò la presa e si allontanò da lei di un passo, guardando il Drago negli occhi e sorridendogli sadicamente. Aryen mosse le labbra a vuoto un paio di volte, incredula e scioccata, prima di riuscire a far uscire un sussurro che nessuno parve ascoltare.
«P... Padre...»
Una lacrima solcò il suo viso, senza che sbattesse gli occhi, e la voce di Rakje disse qualcosa che non riuscì a comprendere. Respirando a fatica Aryen si voltò indietro appena in tempo per vedere il Drago che si sedeva sul trono. Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso.
«Scendi di lì» ordinò con aria minacciosa. «Quello è il posto di mio padre!»
«Ti sbagli, principessa. Quello» disse indicando la sua bandiera «è l'unico posto che spetta a chi non si inchina davanti al Drago.»
Con un ringhio fin troppo simile a quello degli animali Aryen si gettò verso l'usurpatore del trono sfoderando gli artigli. Non sopportava di vederlo seduto al posto di suo padre e, soprattutto, non accettava quello che stava accadendo. Saltandogli addosso Aryen avvolse le mani intorno al collo del Drago e le strinse più forte che poteva, ma lui non parve risentirne. Rakje non si mosse in sua difesa e, mentre la ragazza serrava la presa, non si chiese nemmeno perché.
Però, più lei stringeva, più il Drago rideva. Tra le lacrime, Aryen gli gridò nuovamente in faccia.
«Scendi dal trono, scendi! O ti ucciderò con le mie mani!»
«Sei davvero certa di quanto dici?»
La voce del Drago parlò senza alcuno sforzo, con calma e freddezza. Come era possibile? Aryen lo stava strozzando…
La ragazza si guardò le mani, convinta di vederle strette intorno al collo del nemico, e soltanto allora si accorse che erano semplicemente appoggiate sulle sue spalle. L'odio che mostrava sul viso svanì all'improvviso, lasciando spazio alla sorpresa, ed alla paura.
«Cosa diavolo mi stai facendo?»
«Nessuno può uccidere il Drago» sibilò lui.
«Maledetto! Questa è magia… Tu sai usare la magia!»
«No» rispose lui laconico. Poi, con esasperante lentezza, avvolse le dita sui polsi della ragazza e la guardò negli occhi. «Questa non è magia. E', semplicemente, uno dei poteri di noi ultimi eredi di sangue del Drago.»
Aryen sollevò il viso e lo guardò negli occhi. Quell'uomo, fisicamente, non era affatto più forte del guerriero che era con lui, pronto ad obbedire ad ogni suo ordine. Non era più valoroso o coraggioso delle bestie che lo seguivano, eppure tutti lo temevano. Improvvisamente la ragazza comprese il perché. Era per il misterioso dono dei Draghi che scorreva nel suo sangue. Era per i suoi occhi gialli come quelli dei suoi compagni, che, però, nascondevano una ben più pericolosa capacità. Quale, però, ancora Aryen non avrebbe saputo dirlo.
D'un tratto, la ragazza si accorse di un dettaglio a cui inizialmente non aveva prestato attenzione.
«Perché hai parlato al plurale?» chiese senza abbassare lo sguardo. «Perché hai detto 'eredi di sangue del Drago'? Chi c'è oltre a te?»
Lo sguardo del Drago si fece improvvisamente scuro e minaccioso. Con uno scatto si tolse di dosso la ragazza e la scaraventò a terra.
«Rakje. Portala nelle segrete» ordinò secco. «Che sappia che, se non impara a rispettarmi, presto raggiungerà suo padre.»
Il guerriero non impiegò più di un secondo ad obbedirgli. Sollevò nuovamente la ragazza di peso e, congiungendole entrambe le braccia con una sola mano, le proibì ogni movimento.
«Come ordini» rispose con la sua voce alta e possente, infine uscì dalla stanza del trono con la ragazza sulle spalle.
Aryen cercò gli occhi del Drago un'ultima volta, ma lui guardava altrove; fuori dalla finestra, verso la bandiera.
«Guardalo finché puoi» gridò la ragazza con quanta più voce aveva. «Guardalo adesso, perché presto prenderai il suo posto.»
Rakje si chiuse la porta alle spalle e le minacce della ragazza si allontanarono velocemente insieme ai passi pesanti del guerriero. Ben presto nella sala del trono ritornò il silenzio, mentre sul viso del Drago non accennava a svanire l'ombra che l'aver ricordato che non era lui l'ultimo ed unico erede aveva rifatto emergere. Con rabbia strinse i pugni così forte da ferirsi le mani con le unghie.
«Che tu sia maledetto» imprecò tra i denti. «Finirai mai di frapporti tra me ed il potere, fratello? Prima o poi ti ucciderò, questa è una promessa.»