La Bambina e la Bambola
C’erano una volta una Bambina e una Bambola.
La Bambina era sempre stata una brava bambina. Ascoltava la sua mamma e le ubbidiva ogni volta che lei le chiedeva qualcosa, in fondo, era sempre stata una brava mamma la sua e non aveva mai preteso da lei nulla di più di quello che poteva fare.
Viveva in una grande casa con un bel giardino e poteva andare dove voleva, fare tutti i giochi che ogni bambino potesse desiderare e, se questi non le bastavano, poteva sempre chiederne altri al suo papà che la amava più di ogni altro al mondo.
Il suo mondo era bellissimo. Aveva tanti giochi, tanti amici di pezza che prendevano il the con lei ogni pomeriggio e dei genitori che per lei avevano sempre fatto di tutto.
Aveva un’unica regola: non poteva toccare nulla nella camera della mamma.
La Bambola era una bambola molto bella, una bambola di porcellana tutta vestita di pizzo e di raso, con dei lunghi capelli pieni di boccoli biondi raccolti con un nastrino rosso.
Stava al di sopra di un mobiletto, nella camera della mamma della Bambina, e da lì non si era mai mossa fin da quando era uscita dalla casa in cui era nata: la sua scatola colorata.
Il suo mondo era bellissimo. Ogni cosa in quella stanza era sua e non era mai giunto nessuno a disturbarla. Da dov’era poteva vedere le cime degli alberi muoversi e ondeggiare quando erano toccate dal vento e poteva avvertire tutti i suoi bisbiglii immortali.
Aveva un'unica regola: non poteva muoversi o parlare.
Entrambe pensavano che non ci fosse nulla di più bello di quello che già possedevano, forse semplicemente perché non lo avevano mai incontrato.
Ma un giorno la Bambina, giocando con la sua palla, finì nella camera della mamma.
Non vi era mai entrata per via della regola che aveva sempre rispettato e così, incuriosita, si guardò intorno.
C’era una bella bambola sulla cima di un mobiletto ed era tutta vestita elegante con dei bei capelli acconciati con un nastrino rosso. Quella era la Bambola.
E così anche la Bambola, capito che c’era qualcosa di insolito nella stanza, vide che c’era una bambina che era appena entrata; aveva un bel vestitino bianco con le spalline di pizzo e i capelli corti e scuri tutti legati con un fiocco in modo da scoprirle il visino piccolo e rotondo. Quella era la Bambina.
Bastò uno sguardo: nessuna delle due aveva mai visto nulla di più bello al mondo.
La Bambola sembrava quasi regnare sulla stanza da quella posizione così alta, ma la Bambina voleva raggiungerla. Ora che l’aveva vista non voleva più lasciarla sola.
E così la Bambina avvicinò una sedia al mobiletto su cui la Bambola era adagiata con la sua ampia gonna piena di frappe, merletti e ricami.
Voleva toccarla, voleva prenderla per sé, voleva stringerla tra le braccia e così, presa da quel sentimento di gioia e desiderio insieme, si scordò dell’avvertimento della mamma.
Mise la sedia vicino al mobiletto e vi salì sopra, scostando la gonnina bianca con la manina paffuta.
Con le sue scarpine lucide camminò sulla sedia fin verso il mobiletto e si tese verso la bambolina.
Su, più su sulle punte dei piedini.
Su, più su con le punte delle manine.
Finché le due non si toccarono.
A quel tocco la Bambina sorrise.
Aveva raggiunto la sua amata bambolina.
A quel tocco la Bambola si sorprese.
Lei, così fredda nel suo involucro di porcellana, avvertì il calore della Bambina e così si mosse verso di lei, desiderosa di quel contatto felice, ancora.
Regole e avvertimenti ormai non erano più importanti.
La Bambina strinse la Bambola ora sua, forte forte al proprio petto, e sorrise saltando appena per la gioia sulla sedia. Ora aveva la sua Bambola: quello che più aveva desiderato al mondo. Quello che mancava al suo mondo una volta perfetto e ora non più uguale.
La Bambola si strinse forte alla bambina, cullata dalle sue morbide manine che le accarezzavano sulla testa dolcemente. La Bambina non la vide, ma anche la Bambola le sorrise, mutando il suo volto da eterna fanciulla triste.
Ora il loro mondo era perfetto.
Troppo perfetto perché potesse durare.
La Bambina era troppo felice, così felice che perse l’equilibrio e cadde stringendo a sé la Bambola perché non si facesse male.
Anche la Bambola cadde, ma non si rialzò.
Passato il dolore, la Bambina fu subito in piedi e cercò la Bambola, ma non era più quella di prima.
Era a terra, in frammenti come il piccolo cuore della Bambina.
Ed ella pianse.
La Bambina non sapeva che quella Bambola era speciale e che lo era diventata proprio per la Bambina, perché per lei era venuta meno alle sue regole e si era mossa.
La Bambina piangeva, ma non sapeva che la Bambola non era più triste, se non perché lei stava piangendo.
La Bambola era felice perché, pur di ricevere quell’abbraccio, quel contatto caldo, aveva deciso di rischiare; di rompersi cadendo dal suo piedistallo, dal suo mondo che credeva perfetto.
«Si riaggiusta, basta attaccare tutti i pezzetti…»
Diceva la Bambina piangendo, ma a cosa si stava riferendo? Alla Bambola o al suo cuore?
Perché la Bambola era felice. Aveva il viso incrinato sotto gli occhi e, per quanto potesse sembrare che stesse piangendo, per quei grandi solchi che attraversavano le sue guance come a formare la discesa di una lacrima, era contenta.
Ella stava sorridendo, felice perché sapeva di aver vissuto davvero, anche se per un solo istante.
- Fine -
Dedicata a colui che capisce i miei silenzi.