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I Volti dell’Angelo

 

Milano, 1474

La prima volta che lo vidi, un brivido freddo mi attraversò la schiena.
Allora ero soltanto una bambina che, disobbedendo agli ordini della madre, si era infilata nello studio del Maestro mentre lui era lontano. Era la prima volta che osavo entrarvi. Mi ero sempre aspettata di trovarvi qualcosa di magnifico e di sorprendente, ma quello… Quello andava davvero al di là di ogni mia aspettativa.
Stringendo tra le mani la ruvida tela su cui, con pochi tratti, erano dipinti due volti angelici, avevo quasi timore a scostare le mani, o a chiudere gli occhi. Distendevo il foglio quanto più potevo, spalancando del tutto le mie esili braccia, con la paura di deformare o di toccare i segni tracciati, alterando così in qualche modo la perfezione di quei visi.
Allora, nella mia ingenuità, scorgendo quei due volti bellissimi, che si guardavano persi in un sentimento per me ancora sconosciuto, ebbi la sensazione che continuassero dietro alla tela, che non si esaurissero nei tratti che avevo di fronte. Non so perché, ma fui certa che non erano unicamente immagini a due dimensioni e voltai il foglio, trovandomi davanti alla sua superficie bianca e liscia.
Fu come un piccolo trauma. Ne rimasi delusa, ma compresi che i due volti d’angelo erano soltanto dipinti sulla carta, che non erano davvero di fronte a me, anche se i loro contorni in chiaro e scuro parevano quasi emergere dalla carta. Ebbi però una sensazione strana: quella che non fossero stati inventati, ma che appartenessero a qualcuno su questa terra.
Provai l’irrefrenabile desiderio di non deporre mai la tela, di portarla via con me per cercare nei volti della città quei volti, perché dovevano esistere; erano troppo vividi per limitarsi ad emergere dalla tela grezza. Nella mia ingenuità di bambina li cercai davvero per diverso tempo, anche se in quel momento non rubai il dipinto per il profondo rispetto che nutrivo nei confronti del Maestro. Li cercai per mesi, con la testardaggine di chi non vuole credere di aver avuto torto o di aver soltanto sognato.
Però, non tornai mai a rivedere quello schizzo; esso era impresso nella mie mente, marchiato come a fuoco nei miei sogni di bambina che vedevano quei due volti umani, di un uomo e una donna, destinati a restare insieme per sempre. Magari non in questo, ma in un altro mondo e in un’altra vita.
 


Milano, 1485

La lieve brezza primaverile mi attraversava i capelli, insinuandosi tra i ricci chiari che non riuscivo mai a pettinare la mattina. La voce di Francesco, il mio compagno d’infanzia e di giochi, mi scosse all’improvviso obbligandomi a tornare al presente.
«E così tra poco ti sposi, Camilla»
Erano trascorsi diversi anni da quando mi ero introdotta nello studio ed avevo visto il dipinto. Da allora non vi ero più entrata, anche se ogni volta che vi passavo accanto il ricordo di quel giorno tornava a farsi vivo. Però, ormai, la mia ricerca di quei volti si era conclusa, senza risultato, ed altri pensieri avevano cominciato ad occuparmi la mente.
Sorrisi, rispondendo distrattamente senza osare guardarlo negli occhi.
«Sì, mi sposo con Ferdinando. Ho parlato con il prete proprio stamattina e ha accettato di celebrare la funzione.»
Lui tacque per qualche istante, rimanendo immobile a sedere sui gradini dello studio del Maestro. Era uno dei pochi ad avere libero accesso a tutte le strane invenzioni ed opere del Maestro. Con grande invidia di molti altri, l'aveva scelto come unico apprendista in quel suo soggiorno a Milano, anche se quand'era soltanto un bambino un incidente gli aveva parzialmente bruciato il viso e da allora lo aveva sempre dovuto nascondere sotto un pesante strato di bende, per evitare che facesse infezione.
«Davvero una buona notizia» ammise infine senza troppa convinzione.
Sapevo che, se non avesse avuto il viso così mal ridotto, forse si sarebbe proposto lui come mio marito, ma che essendo un mostro aveva paura di esser rifiutato dall’unica amica che gli era ormai rimasta, così feci finta di non accorgermi del tono evidentemente indisposto che mostrava.
Lui diede un calcio ad un sassolino e poi continuò.
«Però da me non avrai nessun dono, lo sai? Tra le donne e il bere spendo sempre tutto quello che possiedo» disse con un mezzo sorriso stampato sul volto.
Se non fosse stato per il viso livido, forse sarebbe stato anche un bel ragazzo, ma proprio a causa dell’incidente le donne da lui si facevano pagare molto di più, quando non era ubriaco marcio da qualche parte. Era una fortuna che il Maestro, negli ultimi mesi, fosse stato lontano e non si fosse accorto del suo cambiamento.
«Non importa»  dissi sorridendo ancora con aria falsamente gentile, fissando il terreno. Sentivo che lui mi stava guardando intensamente, che stava cercando nel mio viso un tentennamento a cui aggrapparsi per convincermi a rifiutare Ferdinando, ma non avevo alcuna intenzione di permetterglielo.
«Però» esclamò ad un tratto con aria furba, attirando la mia attenzione «forse c’è qualcosa che posso fare per te.»
Alzai lo sguardo verso di lui ed arrossii per l’imbarazzo. Mi guardava sempre in una maniera così strana da mettermi a disagio.
«Posso farti entrare nello studio del Maestro, se vuoi. So che fin da piccola sei sempre stata curiosa di vedere quel che c’è dentro.»
«Ormai sono grande...»
Lui mi sorrise, leccandosi le labbra rese aride dalla calura di quel giorno.
«Forse non ancora abbastanza da aver dimenticato le nostre imprese di un tempo.»
Non attese una mia risposta. Non mi diede nemmeno il tempo di ribattere. Mi prese per mano e mi trascinò a forza dentro lo studio.
L’ambiente era buio e caldo, con un pressante odore di aria viziata. C’erano strani macchinari in ogni dove, progetti distesi o ammassati e persino quadri ad olio appena abbozzati. Era un caotico ammasso d’idee geniali, esattamente come lo ricordavo.
Istintivamente spostai lo sguardo verso la botte di legno che il Maestro aveva riempito con i suoi schizzi.

Chissà se era ancora lì...

Dalle mie spalle giunse un rumore. Francesco stava cercando qualcosa da donarmi, ma il mio pensiero era rivolto soltanto alla tela che mi aveva colpito un tempo. Senza che me ne accorgessi, i miei passi ignari mi portarono allo scrigno del tesoro. Passai le mani, tremanti per l’agitazione, sulle tele polverose che vi appartenevano.
Tra tutte ne presi una e l'estrassi. Non dovetti tendere del tutto le braccia come una volta, ormai ero diventata una donna, e il dipinto si schiuse come un fiore sotto il mio tocco delicato. Il mio viso si fece all’improvviso nostalgico.
Fu strano. Tra tutte, l’unica tela che riportai alla luce fu proprio quella, come se mi avesse chiamato, come se anche lei mi avesse aspettato sin da allora. Però, ben presto, la mia espressione cambiò radicalmente. Da nostralgica si fece sorpresa, incredula. Fui certa che il disegno era quello, ma solo in quel momento mi accorsi di conoscere il volto di donna che vi era raffigurato.
Mentre lo guardavo trattenendo il fiato, ripercorrendo con lo sguardo ogni suo più piccolo dettaglio, attesi che il mio cuore riprendesse a battere.
Quel volto...era il mio...
«Allora ti sei riconosciuta?» mi chiese Francesco sopraggiungendo all’improvviso dietro di me.
Dalla mia aria stranita capì che non avevo compreso il perché delle sue parole, così si spiegò.
«Il Maestro, guardando un bambino, è in grado di dirti come sarà da grande ed anche di ritrarlo nel dettaglio. Questo disegno l’ha fatto guardandoti mentre da piccola giocavi qui di fronte, nel cortile della chiesa. Me l’ha spiegato quando gli ho chiesto perché era uguale a te.»
All’improvviso provai l’irrefrenabile voglia di chiedergli chi era l’altro uomo raffigurato vicino al mio viso, perché ero stata certa fin da bambina che quello fosse l’uomo destinato a stare accanto a quella donna, ma, ad un tratto, ebbi paura della risposta. Le mie nozze erano vicine, ero grande e dovevo smettere di sognare. Anche se...
Inclinai la testa, osservando nel profondo l’uomo che nel ritratto mi guardava con vero amore, incerta. Le mie labbra, agendo da sole, si schiusero per fare la domanda che mi tormentava da ormai undici anni, ma il suono delle campane della chiesa di S. Maria delle Rose mi risvegliò dai miei sogni di bambina.
Scossi la testa chiudendo gli occhi, riappoggiai la tela e ringraziai in fretta Francesco prima di uscire, conscia del fatto che in realtà stavo scappando da un qualcosa che non mi aspettavo e che quindi temevo.

Si fece giugno, il mese del mio matrimonio, e le campane di S. Maria mi accompagnarono per tutto il percorso che feci con il corteo nuziale. Ricordo poco di quel momento, solo che la chiesa era piena di candidi fiori profumati e la lunga, infinita e snervante attesa di uno sposo promesso che non sarebbe mai giunto.
Ferdinando, infatti, sparì la notte prima delle nozze, inspiegabilmente. E da allora nessuno ebbe più sue notizie.
Quando quel giorno vidi Francesco, in piedi di fianco all’entrata dello studio del Maestro –che si trovava di fronte alla chiesa–, non mi sembrò stupito dell’accaduto e, anche mentre uscivo con ancora indosso l’abito da sposa, continuò a guardarmi in viso con l’espressione di sempre, incurante del velo che celava i miei occhi delusi e delle occhiate d’accusa di coloro che mi stavano intorno. Ebbi la sensazione che lui c’entrasse qualcosa e provai per lui un fortissimo sentimento d’odio, che misi da parte soltanto per le esigenze del momento.
Però quel giorno non piansi. Mai.
La mia famiglia non mi fu vicina, ma almeno mi riportò a casa. Probabilmente credevano che fossi io l'unica responsabile di quanto era accaduto.
La sera, dopo cena, li sentii discutere sul mio futuro. Mia madre parlava di cercarmi un altro marito, mentre mio padre continuava a ripetere la parola "Convento". Ebbi paura, così scappai in camera mia, più demoralizzata ed infelice che mai. Mi avvicinai al letto per sfogare tutto il mio dolore, e fu allora che mi accorsi che c'era un biglietto appoggiato al mio giaciglio. Era scritto a mano, con calligrafia incerta. Lo lessi lentamente, come solo io, Francesco e pochi altri allievi a cui il Maestro aveva insegnato a leggere e scrivere da bambini potevamo fare.

So chi è lui.
Vieni da me.

Sospirai pesantemente. Come poteva pensare che mi importasse dell’identità dell’uomo che era con me nel disegno,  il giorno stesso in cui l’uomo che dovevo sposare mi aveva lasciata? Sconsolata, mi sedetti sul letto e fu allora che notai, rigirando il bigliettino tra le mani, che aveva delle chiazze rosso scuro sul retro e sul lato, dove Francesco aveva appoggiato la mano mancina per scrivere. Ebbi uno strano presentimento e così corsi di nascosto allo studio del Maestro.
La porta era soltanto accostata, così la spinsi ed entrai di nuovo in quel buio impregnato di chiuso e di muffa, illuminato soltanto dalla pallida luce della luna che filtrava dalle assi messe davanti alla finestra, a protezione dei segreti del Maestro dagli occhi dei curiosi.
Francesco era lì ad aspettarmi, con la tela che tanto mi aveva impressionato da bambina appoggiata al tavolo di fianco a lui. Mi accolse con lo sguardo di sempre, lo stesso che mi metteva in imbarazzo perché le bende che gli ricoprivano il viso non mi permettevano di scorgere ove tendevano realmente i suoi occhi, anche se sentivo sempre, in ogni istante, la tensione del loro sguardo.
«Ti stavo aspettando» mi disse con la voce di chi sa molto di più di quel che normalmente fa intendere. Aveva le braccia distese lungo i fianchi, le mani nascoste in tasca, come quella mattina. Mi avvicinai a lui con passo lento, incerto.
I miei occhi si puntarono sulla tela. In silenzio, rubai la tranquillità dei volti di quelli che un tempo avevo scambiato per due angeli, e poi sospirai profondamente. Francesco mi era vicino; potevo sentire il suo respiro sul collo, inconfondibile. Era pesante, macchiato di vino e trattenuto dalle bende umide che gli nascondevano il viso.
Appoggiò una mano sul tavolo per aiutarmi a mantenere aperto il disegno ed essa rumoreggiò pesantemente nella stanza, cozzando contro il legno massiccio del tavolo. Non so se fu solo la mia impressione, o se quello che vidi fu realtà, ma le sue mani mi parvero improvvisamente pericolose e le sue dita scure, tinte di sangue.
Il mio pensiero volò veloce a Ferdinando. Se soltanto ne avesse avuto occasione, Francesco lo avrebbe ucciso, e forse lo aveva anche fatto. Istintivamente iniziai a temere per la mia vita, domandandomi dove fosse finito il mio compagno di giochi di un tempo. Il cuore prese a battermi più velocemente.
Con un gesto, Francesco mi scostò dal viso i capelli ricci e il suo tocco deciso ed incurante mi provocò un forte brivido, molto simile a quello che mi aveva percorso la schiena la prima volta che lo avevo visto. Ebbi il timore che il mio collo bianco, esposto, gli avrebbe rivelato in un tremito quello che stavo provando.
«Shhh...»
Mi rassicurò dolcemente. Lui aveva capito ed io strinsi le labbra che si erano fatte aride tutto ad un tratto. Ero sola. Sola, con un assassino.
«Sai chi è lui?»
Scossi la testa.
«Il Maestro ha ritratto due bambini che vedeva spesso insieme, che avrebbe giurato sarebbero rimasti insieme anche diventati adulti.»
Lentamente iniziai a comprendere, mentre la sua voce appena sussurrata mi sfiorava la pelle.
«È il destino che li ha uniti, e non è dato a nessun uomo di separarli. Non lo pensi anche tu?»
La sua voce si era fatta cupa all’improvviso, mentre diceva apertamente ciò che anche io, nel mio profondo, avevo sempre creduto. Anche se in quel momento, all’improvviso, la realtà mi sembrava più simile ad un incubo che ad un sogno.
«Il mio incidente mi ha reso irriconoscibile, ma tu hai capito chi è l’uomo che deve stare al tuo fianco, vero?»
Mi soffiò involontariamente sul collo e tremai nuovamente. Sentendomi improvvisamente nuda presi la tela e portai i due volti degli angeli verso di me, tirandoli al petto come una madre. Non so perché lo feci, ma, guardandolo negli occhi che rilucevano sinistri nel buio, strappai a metà la tela dividendo per sempre i due innamorati, i due angeli che il Maestro aveva creduto sarebbero rimasti sempre insieme. Forse fu la paura a farmi agire così sconsideratamente, o forse fu l'istinto. All'improvviso vidi una scintilla emergere dallo sguardo di Francesco. In quell'istante temetti per la mia vita, ma poi essa si placò ed il suo volto si tinse di tristezza.
Infine, anch’io lo avevo rifiutato.
Nonostante il dolore che lessi nei suoi occhi, però, fui io a piangere mostrandogli lacrime amare che nessun altro, prima di allora, aveva mai visto. Bagnai la tela del Maestro, la prima cosa di cui mi ero “innamorata” davvero in vita mia, e sostenni il suo sguardo.
Lui avvicinò il suo viso al mio ed io tremai, chiudendo gli occhi in una mesta preghiera. Non sentii nulla, solo il tocco delle sue dita gentili sul mio viso ed il suo fiato che mi premeva sulle labbra. Il silenzio che ci divise si trasformò in una barriera insormontabile. Mi impedì di muovermi, di parlare, persino di respirare. Rimasi ferma finché non udii il suono della porta dello studio del Maestro che si chiudeva e dei suoi passi che si allontanavano.
Impiegai diversi minuti a placare il vuoto che sentivo dentro, la tristezza, il rancore e forse anche il rimpianto. Poi, quando i miei occhi terminarono le lacrime, lasciai la metà di ritratto con l’angelico viso di donna che un tempo mi era appartenuto, per avvicinare al mio cuore l’altra metà, perfettamente combaciante anche se il tratto, macchiato dalle mie lacrime, non era più perfetto come un tempo.
Infine tornai a casa stringendolo ancora, in silenzio.
Non dissi a nessuno cos’era accaduto quella sera e da allora non vidi più Francesco. Mi chiesi molte volte dove fosse finito, se fosse morto o se si fosse sistemato da qualche altra parte. Fu strano, mi chiesi molte volte di lui, ma nessuna di Ferdinando. Nel mio cuore, però, anche se la mente non lo voleva ammettere, la differenza fu subito chiara.

Con il tempo il Maestro fece ritorno nel suo studio e l’anno seguente terminò una delle opere che lo avrebbero reso famoso e discusso nel suo tempo. Non appena fu visibile nella chiesa di San Francesco Grande, io andai a guardarla.
Avevo sempre nascosto a tutti le lacrime dei miei occhi, persino il giorno del mio matrimonio, quando ero stata abbandonata all'altare. Avevo celato a tutti il dolore che avevo provato dopo aver spezzato la tela che mi raffigurava con Francesco, ma quel giorno non riuscii a celare nessuno dei forti sentimenti che dimoravano nel mio cuore.
Nel quadro appeso sopra all’altare, infatti, vidi ancora una volta me stessa. In quel momento compresi che il Maestro, probabilmente, una volta tornato dai suoi viaggi aveva trovato la tela macchiata delle mie lacrime e che l’aveva riportata alla sua originaria bellezza, purificandola. Il volto dell’Angelo che vedevo, infatti, era il mio stesso di un tempo.
Quell’Angelo misericordioso mi mostrò il Perdono che non avevo saputo manifestare a Francesco, nè a me stessa.
Mentre la guardavo piansi ed ebbi la sensazione di trovarmi ancora nello studio del Maestro, come quella sera in cui ero rimasta sola con Francesco. Sentii di nuovo il suo fiato sul viso, con il suo odore lieve di vino. Tra le lacrime, mi ritrovai a sorridere, nella convinzione che lui fosse davvero ancora lì con me e che mi stesse vegliando. Che un giorno anche lui avrebbe capito, mi avrebbe perdonato e sarebbe tornato da me. Che allora mi avrebbe rivolto davvero quello stesso sguardo che in realtà stavo attendendo fin da bambina, anche se le bende avrebbero continuato a celargli il volto un tempo angelico.
Magari non in questo, ma in un altro mondo e in un’altra vita.
 


- Fine -


Note dell'Autore:
In questa storia il Maestro è Leonardo da Vinci, ho preferito non nominarlo sia perché credo che la mistica figura del “Magister” gli sia più propria del nome con cui è famoso a tutti noi, sia perché questa non è una storia incentrata su di lui.
Infine, il quadro a cui alludo nella parte conclusiva della mia storia è la “Vergine delle Rocce”. Pochi sanno che ci furono due le versioni di questo quadro. Quella che ho preso a riferimento è la prima, dipinta ad olio intorno al 1483 - 1486 e destinata alla chiesa citata di San Francesco Grande, a Milano. In questa versione, a differenza dell’altra, l’Angelo indica con il dito San Giovannino e ha uno sguardo decisamente più dolce e sereno.
 


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